L’internet delle cose (IoT in inglese, ovvero Internet of Things) rappresenta una sfida ormai attualissima per la ridefinizione di diverse allocazioni di valore. Attraverso la connettività di oggetti, oggi (ma sarebbe più corretto dire “un tempo”) inanimati, l’internet delle cose si collega ad ogni aspetto della nostra vita quotidiana, accelerando l’ingresso della società tecnologicamente evoluta nella civiltà degli avatar.

 

Le determinazioni dei superuomini telematici e connessi stanno invadendo l’oggetto di una legiferazione in affanno, partorita con criteri emergenziali e privi della necessaria visione sistemica.  Il rapporto tra verità dell’alias e dell’individuo, la pervasività dei social network e della connessione continua del soggetto in rete, anche nel mentre si compiono attività con ricadute socialmente rilevanti (si pensi alla recente normativa che vieta l’uso del cellulare alla guida), ci obbligano a ripensare gli aspetti della connettività legata agli strumenti di trasmissione ed immagazzinamento di dati. I big data peraltro, costituiscono già oggi una specifica voce di patrimonio, che sempre più diverrà oggetto di appetiti, di scambio e di manipolazione, da parte dei gruppi interessati a stabilire il valore delle cose.

 

 

L’IoT amplifica a dismisura la destrutturazione dell’individuo non connesso, relegandolo alla dimensione preistorica della comunicazione ed inclusione sociale. L’homo deinternettiensis sarà presto un soggetto irrimediabilmente estraneo ai processi di scambio di massa. Una volta che l’IoT avrà invaso l’ambiente sociale in cui viviamo, la lentezza dovrà essere sempre più protetta sul piano giuridico, perché la velocità e la multimedialità della dimensione individuale travolgeranno i confini dell’io, così come fino ad oggi lo abbiamo sempre conosciuto. In altri termini, il rischio è che venga considerato “vivo”, o peggio “uomo”, solo ciò che viaggia sul filo. Una prospettiva inquietante e niente affatto improbabile, se solo si provano ad analizzare le dipendenze che già si vanno diffondendo, riguardanti l’uso degli strumenti di connettività socialica.

 

Il diritto dei prossimi anni dovrà affrontare le mille problematiche legate all’IoT, praticamente in ogni settore delle regole di convivenza civile. Privacy, diritti d’autore, tutela dei brand e  dei processi produttivi, segreti industriali, marketing e tanto altro. Non ci sarà un solo campo del diritto che non dovrà essere ripensato a breve, per via dell’uso massiccio di oggetti interconnessi mediante le reti. Le ricadute in campo sociale, etico, morale, civico, saranno altrettanto impressionanti. Nel momento in cui ciascun individuo base, potrà costruire, trasmettere, manipolare, creare e ricreare pezzi di mondo a lui vicino, per mezzo dell’IoT, è evidente che il concetto stesso di “realtà”, così come oggi lo immaginiamo, sarà destinato ad allargare le proprie possibilità espressive.

 

Essere circondati da strumenti di registrazione e trasmissione di realtà e pseudo realtà sarà naturalmente destabilizzante anche per i concetti di verità legati al rapporto parziale con la conoscenza, proprio della civiltà preinternettiana. Le geolocalizzazioni, i sistemi di riconoscimento vocale, gli ologrammi, che presto diverranno la nuova frontiera della moltiplicazione dell’io, genereranno l’obbligo di ripensare integralmete il concetto di “uomo”, adeguandolo a quello di avatar. La robotica, l’evoluzione dei cyborg, faranno il resto, costringendoci ad allargare i concetti di “genere”, oggi basati in buona parte sulla concezione sessuale dell’individuo, includendo nelle definizioni di personalità giuridica anche i robot, le intelligenze artificiali e gli umanoidi robotizzati.

 

Dal punto di vista dello stoccaggio del valore l’IoT è una vera e propria immersione in un universo parallelo. I meccanismi cognitivi di elaborazione strategica, le teorie dei giochi dominanti, le informazioni e i veri, intesi come parte della teoria della verosimiglianza funzionale, porteranno i soggetti che detengono la ricchezza a immaginare nuove forme di collocamento del plusvalore. Attraverso la riqualificazione degli intangibili, ogni oggetto, oggi legato da una funzione binaria ed univoca ad un utilizzo “comune”, potrà divenire possibile contenitore di sapere e saperi ad altissimo valore aggiunto, abbinando all’utilizzo della civiltà preinternettiana un valore soggettivamente valutabile, in ragione del contenuto digitale delle sue memorie.

 

La civiltà degli avatar è alle porte. Compito del diritto e dell’avvocatura sarebbe di prevenire le problematiche e dominare la tecnica, orientandone le espressioni innovative verso gli approdi dei diritti e dei valori umanistici che hanno guidato la storia delle conquiste sociali e giuridiche dell’umanità. L’arretramento della scienza giuridica di fronte al prevalere della tecnica, la rinuncia alla ridefinizione del valore e dei valori, attraverso schemi ancorati all’inclusione e redistribuzione dei contenuti ad alto valore cognitivo aggiunto, porterebbero ad una totale perdita di contatto tra le elite connesse e ricche e i primati deinternettizzati.

 

 

 

Avv. Salvatore Lucignano