La storia dei movimenti antisistemici è ricca di scissioni. Uno dei motivi ricorrenti nel radicalismo è il suo velleitarismo. Quasi sempre le forti volontà che danno luogo a spinte di rottura di un determinato assetto sociale manifestano la stessa carica distruttiva anche verso ai movimenti che le ospitano. Parafrasando qualche reminiscenza giovanile si potrebbe parlare dello scissionismo come malattia infantile dell’estremismo. A questo destino, molte volte fonte di sconforto per chi abbia davvero speranze di cambiamento, non sfugge nemmeno l’avvocatura italiana. Raramente i movimenti che a partire dal 2012 hanno provato a mettere in discussione il sistema ordinistico regolato dalla L. n. 247/2012 hanno avuto l’obiettivo di costruire un soggetto che unisse diversità, allo scopo di realizzare una forza con concrete possibilità di vittoria.

Le ragioni del fallimento di un’alternativa associativa, di matrice democratica, sono moltissime e vanno dall’assenza di cultura politica degli avvocati italiani fino agli scopi, molto spesso personalistici, di buona parte di coloro che si professano artefici di un vero cambiamento. Dal 2014 ad oggi la galassia dell’associazionismo nato con lo scopo dichiarato di offrire agli avvocati delusi dalle istituzioni forensi una credibile alternativa politica si è arricchita di varie sigle, ma nessuna tra queste ha dimostrato capacità attrattive capaci di mettere in crisi il regime dominante. Al contrario, le pulsioni autodistruttive di molti, hanno condannato in molti casi tali esperimenti alla repentina scomparsa, prima ancora di aver potuto esprimere le proprie potenzialità. Certo, essere stato parte di questa vicenda non mi solleva dall’essere giudicato, impedendomi di assumere solo il ruolo di giudice. Ognuno dei colleghi impegnati nell’attività politico forense può interrogarsi se il fine del proprio agire sia l’acquisizione di piccole posizioni di visibilità personale o se l’azione intentata debba portare ad un radicale cambiamento dell’assetto e della governance dell’avvocatura italiana.

La diagnosi sulla politica forense nazionale del resto non lascia molto spazio all’ottimismo. Gli avvocati italiani sembrano per lo più assai distanti dalle vicende vissute dalla nostra professione all’interno delle istituzioni. L’astensionismo tocca punte anche superiori al 90%, per alcune competizioni, soprattutto nei Fori del centro e del nord Italia, raccontando un legame stretto e preoccupante tra crisi economica e mobilitazione elettorale. Le innumerevoli denunce attinenti all’autoritarismo, alla scarsa qualità dei rappresentanti eletti, ai risultati di mandati che la categoria fa fatica a non percepire come fallimentari, non hanno sortito alcun effetto apprezzabile, sul piano politico. La stragrande maggioranza degli avvocati italiani che si recano alle urne è composta da elettori che scelgono l’amico, il conoscente, che giudicano con molta superficialità quanto accade nelle istituzioni forensi. Ciò comporta una enorme difficoltà per i movimenti di opposizione, che unita alla vocazione atomistica ed insofferente all’aggregazione di molti esponenti della galassia dell’associazionismo forense, spiega la palese difficoltà della democrazia radicale a trovare spazi

 

La costruzione di soggetti strutturati, attrattivi, dotati dei mezzi, anche economici, capaci di diffondere determinate idee politiche all’interno dell’avvocatura italiana, è un’attività faticosa, impervia, che rischia di essere vanificata da una mentalità refrattaria alla maturità ed all’analisi pacata della situazione. Gli avvocati italiani non vogliono cambiamenti, non avvertono il problema di una classe dirigente vecchia, inadeguata, spesso inetta. Al contrario, nelle occasioni elettorali degli ultimi anni, quasi sempre sono stati riconfermati coloro che già guidavano la categoria. Ciò vuol dire che chi contesta la direzione presa dalla nostra classe non è in sintonia con il pensiero di chi si reca alle urne. Di fronte a questo dato ci sono due atteggiamenti possibili: accusare il mondo di essere brutto e cattivo, cullandosi nella rassegnazione, oppure lavorare per realizzare altro. Nel secondo caso, l’unico modo di approcciarsi al compito è di rifuggire dai piccoli feudi, per provare ad unire qualcosa che abbia un peso tangibile all’interno del dibattito politico interno all’avvocatura di questo paese.

 

Avv. Salvatore Lucignano