Ogni volta che discuto con i miei dirigenti, o con i soci che fanno parte di una compagine radicale, mi trovo costretto a spiegare che i colleghi sono conservatori, refrattari a ricercare nuove strade. Sono convinto che per comprendere le ragioni della minorità del radicalismo riformista all’interno dell’avvocatura italiana non si possa ricorrere a soluzioni semplicistiche, come quelle che vedono nei “nuovi” il problema. Certo, parlando di atomismo, incapacità di sintesi e di costruire soggetti plurali, ARDE ha già fatto autocritica, ma se leggiamo i dati delle rilevazioni, il problema appare chiarissimo, in tutta la sua drammaticità.
Si analizzi attentamente questa tabella, tratta dal rapporto Censis 2018. Partiamo dal dato che lo stesso istituto ritiene consolidato: la crisi reddituale in Italia tocca soprattutto tre fasce della categoria. 
1. I GIOVANI; 
2. LE DONNE; 
3. GLI AVVOCATI DEL SUD E DELLE ISOLE.

Nonostante questo e nonostante queste tre fasce dell’avvocatura siano anche le meno rappresentate nelle istituzioni forensi, guardate quanti avvocati italiani dicono che il problema andrebbe risolto cambiando i rappresentanti: solo il 15,5%. Cosa vuol dire? Semplice… che anche i giovani, le donne e gli avvocati del sud, pur affamati da una gestione delle nostre istituzioni che non li aiuta, votano sempre per le stesse persone. Il dato è ancora più sconcertante se letto in combinato con un altro dato: quello che attiene alla soddisfazione per l’operato di quei rappresentanti, per mezzo dei dispositivi messi in campo per contrastare la crisi. Parliamo del 5,4% della categoria.

Dunque, ricapitolando: solo il 5,4% degli avvocati italiani è soddisfatto di quello che le istituzioni forensi fanno contro la crisi reddituale dei giovani, delle donne e degli avvocati del sud. Nonostante ciò, solo il 15,5% ritiene che questo problema si debba risolvere CAMBIANDO i rappresentanti. La stragrande maggioranza della categoria pensa o che siano i rappresentanti fallimentari a dover fare altro (46,2%), o che la soluzione alla crisi risieda nella falcidie operata dal Dio mercato (33%). Abbiamo dunque quasi l’80% della categoria che è conservatore o fatalista, mentre solo il 15,5%, degli avvocati è disposto a investire in nuovi rappresentanti.

Con questi numeri, come pensiamo che le ipotesi radicali di cambiamento possano spopolare tra i colleghi? E’ del tutto evidente che il problema politico che ha il radicalismo è di saldare insoddisfazione e volontà di cambiamento, riuscendo a superare l’indole di una categoria eternamente votata alla conservazione. I dati dimostrano che soprattutto le donne, i giovani e gli avvocati del sud avrebbero in mano le leve per poter portare ad un rinnovamento delle rappresentanze forensi, ma che, per varie ragioni, tale opportunità viene sistematicamente sprecata.

C’è un’enorme fascia di avvocati che vivono ai margini del sistema istituzionale forense, ma che continuano a votare per i loro referenti. Ciò avviene per clientelismo, per disinformazione, per mancanza di volontà nell’aderire a soggetti politico forensi che non temano di rappresentare il disagio e la crisi economica e professionale. Colpevolizzare oltre misura il radicalismo non è giusto. Il bacino di voti possibili, per un’attuale alternativa radicale, non supera il 15% dei colleghi. Con questi numeri, una forza che in un qualsiasi contesto arrivi a sfiorare tali percentuali può essere certa di aver fatto il pieno delle proprie possibilità. Occorre lavorare sul piano culturale per cambiare le opinioni dei colleghi. Senza che cambino le opinioni, diventa quasi impossibile pensare che cambi radicalmente il loro modo di votare. 

Avv. Salvatore Lucignano