Le grandi manifestazioni di piazza sembrano essere definitivamente tramontate dall’orizzonte politico dell’avvocatura italiana. L’ultimo tentativo di portare gli avvocati in piazza, su vasta scala, ha scavalcato i confini della professione, con l’operazione “Noi professionisti” del maggio del 2017. Prima ancora, il nostro tentativo di portare a Roma l’avvocatura di base, per protestare contro il potere della Cassa Forense, non era riuscito ad andare oltre un’avanguardia di meno di duecento persone. I costi, umani e politici, della mobilitazione, sconsigliano di utilizzare la lotta come mezzo per migliorare le proprie sorti. E’ un fenomeno che va di pari passo, sia nell’avvocatura che nella società italiana. Spariscono le masse, intese come collettività che si battono per obiettivi comuni, mentre emergono singoli e gruppi, che sfruttano la visibilità del potere per occuparlo, rinunciando a progetti di profondo cambiamento.

 

In questo contesto, persino l’esercizio della parola viene associato all’irrilevanza. Il potere agisce e non parla, o parla solo per rafforzarsi. Chi ambisce ad un cambiamento politico, secondo l’ideologia dominante, distoglie le proprie energie da attività più importanti. La politica diviene accettabile solo come espressione del successo già raggiunto, mentre la lotta appare velleitaria.

Parlare diventa il simbolo della sconfitta. E’ come se chi parli lo faccia perché non agisce, è come se l’agire sia nemico della parola, e viceversa.

 

In questo clima surreale, di disinteresse, di antipolitica e disfattismo, il silenzio assurge ad una nuova nobiltà. Il potere non parla, il potere si esercita. E’ un assurdo alimentarsi di spinte antisociali, che mirano ad impedire ogni fenomeno di aggregazione su vasta scala. Al politico che non voglia limitarsi a familiarizzare con il potere, come elemento fine a se stesso, non rimane che la denuncia, la battaglia antisistemica, oppure il mutismo, l’accettazione di una minorità dell’animo e dell’ideale, barattata con le possibilità di ottenere privilegi, veri e presunti, per la propria condizione personale. La parola, valida o meno, viene scavalcata e svilita, mentre chi parla, all’atto stesso di provarci, si condanna ad una sorta di diminutio, basata sull’indifferenza generalizzata verso la buona politica.

In questo contesto di degrado il voto di scambio tra avvocati diventa l’elemento caratterizzante della nostra esperienza politica e rappresentativa. Do ut des, candidati che si accordano, si cercano, si tradiscono… eterne ricomposizioni del fronte del qualunquismo, con avversari ed amici fraterni che mutano, con la stessa velocità del vento in tempesta.

Se Cetto Laqualunque studiasse gli avvocati che fanno politica, ne trarrebbe sicuramente un film di successo. Il mio foro, quello di Napoli, per quel che attiene alla professione forense che fa politica, ha caratteristica di essere diventato un laboratorio di casi umani e sociali. Manifesti, volantini, schieramenti… c’è un’aspra battaglia politica, che si riflette nel gran numero di soggetti che si contendono il governo dell’avvocatura partenopea. E’ uno scenario sicuramente particolare all’interno dell’avvocatura italiana, che in buona parte dipende da fattori ambientali irripetibili, ma è comunque uno spaccato con più ombre che luci.  In un’ epoca come la nostra, così connotata dal concetto di crisi, il fronte dell’uomo qualunque diventa uno dei maggiori pretendenti al governo delle cose. La politica, come azione costante, patrimonio culturale, impegno quotidiano, finisce così con il cedere il passo all’emersione di un altro tipo di rappresentante. 

Del resto fin dalla notte dei tempi gli esclusi, gli emarginati, gli arrivisti e gli uomini qualunque, hanno inneggiato all’irrilevanza della politica, alla sua natura maligna, contrapponendo al potere un generico anelito all’assenza di potere. Ciò ha generato fenomeni di antipolitica devastanti, niente affatto migliori della cattiva politica, ma ugualmente mefitici. Si finisce spesso con il rimirare le proprie pudenda, senza riuscire a venir fuori da circoli viziati, prima ancora che viziosi. 

L’idea che per governare la realtà non si debbano possedere particolari doti politiche continua ad affascinare e fare proseliti, nonostante la sua evidente carica distruttiva. Noi avvocati siamo fatti così: prediligiamo la corsa alla candidatura, l’idea che “chiunque” sia idoneo a governare, l’assenza di un percorso selettivo. Per noi le cariche sono il frutto di rapporti, contatti, amicizia e contiguità. L’esaltazione degli avvocati estranei alla politica, come potenziali rappresentanti, non è altro che masochismo, che la professione infligge a se stessa. Il declamato rifiuto del potere, condito da candidature volte alla conquista di quel potere, che a parole si detesta, completa il quadro grottesco, che offre uno spaccato di umanità reietta, in cui le spinte e le pulsioni più ottuse, non di rado mascherate da becero idealismo di facciata, impediscono, ovvero ostacolano, l’emersione di una classe dirigente che possa degnamente rappresentare gli avvocati italiani.

L’invocazione alla “società civile”, all’inadeguatezza politica, intesa come simbolo di purezza dell’anima, non è affatto un segno di moralità, ma spesso maschera il tentativo di riscatto dei malriusciti, degli arrivisti, degli uomini senza qualità, degli uomini qualunque. Per contrastare questa deriva gli avvocati devono maturare una coscienza politica, capire che la scelta dei propri rappresentanti va fatta ogni giorno, attraverso lo studio di quanto proposto e realizzato, attraverso una selezione che punti a valutare le capacità espressive, la cultura, la cultura politica, di chi si propone come rappresentante. L’idea che un rappresentante non debba avere un curriculum politico è devastante, nella sua apparente forza catartica e liberatoria.

 

 

Agli avvocati non servono rappresentanti che siano uomini qualunque, ma serve la politica, la buona politica. Agli avvocati non servono parodie che cerchino di distruggere “il potere”, ma buoni colleghi, che usino il potere per il bene della categoria. Assistiamo invece ad un fenomeno inquietante: la vicinanza ai colleghi viene confusa con la contiguità amicale. L’avvocato che viene ritenuto “vicino” non è quello che analizza i problemi ed offre soluzioni, ma quello che condivide percorsi umani, lavorativi, relazionali.

Ecco l’altra faccia della medaglia costituita dalle “relazioni pericolose” interne all’avvocatura italiana. La confusione dell’impegno e della presenza con il contatto fisico, il valore tutto sommato relativo dell’impegno intellettuale, come riconoscimento di presenza, esaltano la dimensione antipolitica di una categoria che non vota ciò che serve, ma ciò che piace. La maggioranza promuove il garbo, l’abbraccio, l’esaltazione dell’ego e rifugge merito, competenza, denuncia urticante. Il nostro reale “forense” è tutto meno che razionale. “Sù la testa, Cipputi!”

 

Avv. Salvatore Lucignano