Purtroppo gli avvocati che votano, quasi sempre, non sono informati sulla storia politica dell’avvocatura. Ecco perché l’attenzione dei gonzi viene sviata sull’importanza delle “mozioni” approvate dai vari congressi che si succedono nella storia della nostra professione. Eppure basterebbe una semplice opera di fact checking per rendersi conto che la rappresentazione di un sistema politico funzionante stride pesantemente con la realtà. Quali e quante mozioni congressuali hanno trovato concreta, veritiera ed effettiva attuazione nel corso degli ultimi anni? In genere, della moltitudini di mozioni presentate dagli avvocati, resta poco o nulla, salvo per quegli orientamenti che non dispiacciono al sistema ordinistico. Il resto delle mozioni normalmente va al macero. A ciò si aggiunga che la politica generalista, quella che fa le leggi e detta l’agenda parlamentare, in materia di avvocatura e giustizia, se ne frega delle mozioni del Congresso degli avvocati. Del resto anche il Consiglio Nazionale Forense, quando tenta di far approvare le leggi che gli piacciono, se ne frega del Congresso, muovendosi secondo progetti partoriti al proprio interno.

Se dunque le mozioni sono uno strumento di distrazione di massa, se la verità è che l’agenda politica italiana, in materia di giustizia e di avvocatura, se ne infischia delle mozioni, perché non si sceglie di adeguare la forma di governo a mezzi più efficienti? Ad esempio, se avessimo un Parlamento degli avvocati, invece che un Congresso farlocco, potremmo elaborare con continuità proposte di legge da suggerire al Parlamento italiano ed al Ministro della giustizia. Il parlamento forense in carica potrebbe discutere anche delle contingenze promosse autonomamente dalla politica, chiedere ai rappresentanti degli avvocati di esprimersi, mandare il proprio Presidente o i Ministri Forensi competenti per argomento a discutere con la politica nazionale. In tema di giovani ad esempio, potremmo dire la nostra su una riforma dell’università, sui meccanismi di integrazione tra studio e professione, affidando i nostri progetti ad un governo che li porti avanti nel tempo, riassumendo il lavoro svolto dai parlamenti forensi precedenti. Questo sistema creerebbe sicuramente maggiore inclusione rispetto al sistema ordinistico, caratterizzato da alto astensionismo e disinteresse per le vicende degli organismi istituzionali italiani.

Costruire un Parlamento degli avvocati ci consentirebbe inoltre di avere finalmente un archivio storico-politico dell’attività dei parlamentari forensi, ci consentirebbe di conoscere le proposte fatte, il voto espresso dai colleghi, per poter così finalmente giudicare personalmente i nostri parlamentari-avvocati, sia nel nostro parlamento, che in quello nazionale.

Perché tutto ciò non avviene? Perché ad ogni Congresso Nazionale torniamo ad eleggere centinaia di peones, sconosciuti, silenti, incapaci di intendere e volere, ma desiderosi di andarsi a fare le fotografie? Perché continuiamo ad avere i programmi per “gli accompagnatori”? Perché concediamo la parola a gente non eletta, che non ha un voto, ma pretende di salire sul palco congressuale e parlare, anche se non si è nemmeno fatta eleggere nel proprio foro di appartenenza?

Queste sarebbero domande fondamentali per una classe ansiosa di migliorarsi. Occorrerebbe chiedersi perché la distanza tra la base e le proprie istituzioni non venga colmata, ma al contrario, si costruisca un’avvocatura costantemente privata della propria memoria. La cancellazione della storia politica dell’avvocatura serve a consentire il riciclaggio degli inetti. Si deve ignorare il passato, per poterlo continuare a votare. Non si vuole costruire un archivio politico dell’avvocatura italiana perché si teme che se ciò avvenisse, qualche avvocato comincerebbe a studiare la nostra storia, si renderebbe finalmente conto che eleggiamo da interi lustri delle torme di rappresentanti inutili e dannosi e ciò comporterebbe uno sconvolgimento per i consolidati assetti di potere interni alla nostra professione.

Non si può pensare che in queste condizioni l’avvocatura partorisca buona politica, né che selezioni un gruppo dirigente degno di essere riconosciuto. La capacità delle figure apicali del sistema ordinistico di ottenere interlocuzione dalla politica fonda sull’autoritarismo con cui l’Ordine è riuscito a marginalizzare qualsiasi posizione dissonante, partorita all’interno della classe forense italiana. Tratti culturali assolutamente dominanti, intrisi di decoro, dignità, probità, tutti elementi che mascherano il dovere di subordinazione dell’avvocato libero ad istituzioni che sono padrone della sua vita e della sua morte, hanno reso i pochissimi colleghi desiderosi di rischiare e combattere delle mosche bianche. L’opera di propaganda ed indottrinamento dell’Ordine Forense è stata così capillare e persuasiva, da convincere moltissimi colleghi che le leggi fallimentari partorite dalla politica nazionale non dipendano dall’incapacità delle nostre istituzioni, ma da una loro presunta perdita di prestigio, associata all’opposizione di pochi avvocati che lottano contro questo sistema autoritario.

La verità, che ci piaccia o meno, è un’altra. L’intera struttura rappresentativa dell’avvocatura è inservibile. La moltiplicazione apparente dei centri decisionali interni alla professione forense è servita unicamente ad appagare il bisogno di poltrone dell’istituzionalizzazione forense. Cassa Forense si comporta da sempre come un mondo a parte, sperimentando le stesse ostentazioni egemoniche del Consiglio Nazionale Forense, ignorando che oggi la previdenza forense deve essere integrata nel discorso politico generale che gli avvocati intendono portare avanti. Se si giungesse all’unificazione politica della rappresentanza, le vittime di questo processo di razionalizzazione sarebbero solo gli infiniti centri di piccolo potere, spesso unipersonale, che rendono stabile l’assetto istituzionale degli avvocati. La complessità del sistema rappresentativo è strettamente funzionale alla sua inespugnabilità, sia da parte della ragione, che di un’alternativa vicina all’avvocatura di base. Si pensi proprio alla Cassa Forense, come paradigma di questa “rappresentatività della distanza”. Abolire il suo board, o affidare la gestione tecnica della Cassa ad un Consiglio di Amministrazione nominato dal Congresso/Parlamento e sottoposto alla sua supervisione, porterebbe non solo alla valorizzazione del parlamento degli avvocati, ma anche ad un risparmio complessivo, sul piano economico, per la categoria.

Il mantenimento dei tre organismi rappresentativi infatti, CNF, OCF e Cassa Forense, costa agli avvocati una cifra che oscilla, tra i 2,5 e i 3 milioni di euro annui. Se a questo scempio si aggiungono i milioni buttati nella catastrofica impresa de “Il Dubbio”, si arriva a circa 5 milioni di euro annui. Una somma enorme, con cui si potrebbe finanziare il funzionamento di un parlamento di colleghi capaci, motivati da modeste indennità, da rimborsi effettivi. Con 5 milioni di euro annui si potrebbe avere un organo di comunicazione forense contemporaneo, multimediale,  che valorizzi gli studi e gli studiosi, le iniziative, i convegni di maggiore spessore, pubblicando tutto su un sito internet che rimandi all’avvocatura, alla sua cultura politica, al vasto e variegato mondo dei territori, delle idee, dei conflitti che viviamo al nostro interno. Purtroppo la mediocrazia forense impone altro e non si fa niente di tutto questo per la sola ragione che si preferisce avere un sistema inefficace, che consenta agli inetti di prosperare, sulle spalle dei colleghi.

Costruire una rappresentanza unitaria, con un Parlamento finalmente funzionante, snello, capace di riunirsi in modo permanente e di affrontare le problematiche strutturali e quelle contingenti con tempistiche e modalità politiche, ci consentirebbe sicuramente di risparmiare e di valorizzare le nostre competenze, dando finalmente voce a tante istanze inascoltate dal sistema ordinistico. Ripensare la rappresentanza degli avvocati, adeguarla ai bisogni della contemporaneità, guardare al futuro e cancellare lo sfascio, la corruzione, la pietosa mediocrità espressa dal clientelismo relazionale del sistema ordinistico, dovrebbero essere obiettivi pressanti, per chi davvero abbia a cuore il rilancio culturale, morale e politico dell’avvocatura.

Una proposta di riforma di così ampia portata necessita un coraggio ed una visione oggi assenti. Cambiare la legge professionale forense è possibile. Far diventare l’avvocatura italiana una cosa seria è possibile, non è un’utopia, ma serve tutto ciò che oggi manca agli avvocati italiani: coraggio, visione, volontà di evolvere, crescere e migliorare.

La professione forense italiana è oggi alle prese con alcuni nodi non più eludibili, che necessiterebbero di una seria volontà di riforma, partorita dall’interno della classe. L’acclamazione del sistema ordinistico, operata a Catania da una platea che esprime appieno il sentire dominante tra gli avvocati nostrani, sembra ignorare alcuni dati difficilmente contestabili:

 

1. L’avvocatura di massa è morta, i suoi numeri vanno progressivamente ridimensionati, o la concorrenza distruttiva porterà alla scomparsa cruenta di decine di migliaia di avvocati.  
2. La concorrenza dell’automazione va regolata, la transizione verso l’avvocato artificiale e digitale va governata, o non saremo in grado di competere con il potenziale delle macchine pensanti.
3. La nostra operatività va ripensata, allargata, diversificata, costruendo strutture multifunzionali, automatizzate e capitalizzate.
4. Dobbiamo diventare problem solvers, reinventare totalmente il fenomeno giurisdizionale italico, attualmente inservibile, o i cittadini non si rivolgeranno mai più agli avvocati, ma sceglieranno altre figure professionali, capaci di dargli effettiva soddisfazione, anche nell’ambito della tutela dei diritti e degli interessi ad essi collegati. 
5. La L. n. 247/2012 va interamente riscritta, superando la sua concezione, il suo impianto ordinistico e gerontofilo, estraneo ai bisogni dell’avvocatura futura. 

 

Il cuore dei problemi della professione forense è rappresentato dalla nostra incapacità di elevarci, sul piano culturale, e pensare al futuro come ad una opportunità in cui tuffarci. Abbiamo un sistema rappresentativo che continua ad eleggere rappresentanti muti, che non studiano, non pensano, non innovano, non sanno niente dei nostri veri problemi ed abbiamo un drammatico problema di utilità dell’empatia, che si trasforma in empatia inutile.

La trasformazione del concetto di vicinanza politica in una sua forma sottosviluppata, consistente nella contiguità personale, impedisce all’avvocatura italiana di combattere efficacemente contro il proprio annientamento. Da qui occorre ripartire, cambiando rotta, se vogliamo avere speranze concrete di sopravvivenza.

 

Avv. Salvatore Lucignano