Nel modello integrato nordamericano ed europeo il primo emendamento della Costituzione americana rappresenta senza dubbio il momento più avanzato di tutela della libertà di espressione del cittadino. Esso recita:

Congress shall make no law respecting an establishment of religion, or prohibiting the free exercise thereof; or abridging the freedom of speech, or of the press; or the right of the people peaceably to assemble, and to petition the Government for a redress of grievances. 

Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti.

Il tema del conflitto tra libertà di pensiero e di espressione ed istituzioni vive una nuova recrudescenza, a causa dell’evoluzione della rete internet, in ragione dell’evidente incapacità di fronteggiare uno dei capisaldi che ha consentito alla rete di diventare l’agorà contemporanea: la sua piena libertà di espressione. I tentativi di veicolare il pensiero ed il linguaggio che circolano in rete all’interno di confini “politicamente corretti” stanno configurando la creazione surrettizia di un Ministero della Verità, di stile orwelliano, che stabilisca cosa sia vero e cosa sia falso, cosa faccia bene al popolo e cosa non gli vada proposto.

In questo senso l’esperienza del diritto europeo pare muoversi all’interno di argini molto più angusti di quelli nordamericani. La Risoluzione del 23 novembre 2016 del Parlamento europeo appare chiaramente incentrata sulla strategia della comunicazione dell’Unione volta al contrasto della propaganda ritenuta lesiva della democrazia, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Si tratta di un documento improntato a caratteri difensivi, chiaramente deficitario sotto il profilo dell’affermazione di una libertà di espressione considerata strumento di costruzione del livello critico. L’affermazione di un modello di rete paternalista è sempre stata problematica da accettare per l’utente medio, ma diviene ancora più impopolare nel momento in cui si demandano ad autorità pubbliche le misure in grado di occultare contenuti ritenuti lesivi della stabilità politica delle istituzioni.

Il modello che si vorrebbe affermare appare peraltro di dubbia utilità, in un contesto tecnologico in cui la diffusione di contenuti di qualsiasi tipo, operata per mezzo di sistemi di scambio privati, che sfruttano comunque la rete e le reti di comunicazione, appare in grado di superare agevolmente le censure preventive di chi cerchi di imporre i canoni della giusta comunicazione, come antidoto all’affermazione di valori di convivenza civile e di rispetto.

Il concetto di illeciti commessi per il tramite di internet sta peraltro confluendo nell’idea che essi costituiscano illeciti di internet. La progressiva identificazione del mezzo, come elemento offensivo in sé, non pare rispondere a logiche giuridiche che colgano la sostanziale diversità della comunicazione socialica e internettiana rispetto a quella operata nel XX secolo per il mezzo della stampa. Internet non ha nulla a che vedere con i giornali e con la televisione. I meccanismi di interconnessione concessi dalla rete si basano su un sistema logico equiparabile alle block chains, ovvero ad una serie di controlli, blocchi e sblocchi “diffusi”, che delocalizzano il controllo sulla funzionalità dei messaggi introdotti in rete, trasformando gli utenti in “direttori”, rompendo lo schema “produttore – fruitore” di notizie. Il fenomeno degli influencer, la possibilità di generare valore e valori per il tramite di strumenti di comunicazione perfettamente integrati nel vissuto quotidiano di miliardi di individui, non si lascia certo arginare dall’idea che lo Stato, il pubblico, possa stabilire, di volta in volta, cosa è accettabile e cosa no, cosa è lecito mantenere visibile e cosa invece vada cassato dalla fenomenologia del web.

Affrontare la contemporaneità e il futuro con strumenti logici inadeguati porta a risultati totalmente inefficaci. Affrontare il problema del vero nella civiltà degli avatar,  senza riconoscere la teoria dei veri come struttura portante dell’opinione e dei media dei nostri tempi, è mera archeologia intellettuale.

La teoria dei veri è l’elemento centrale per capire come rapportarsi al web in modo proficuo, senza scadere in forme di pseudocontrollo, di psicopolizia, che rischiano non solo di apparire ridicole rispetto agli scopi che si prefiggono, ma aprono prospettive inquietanti sul marketplace of ideas, indispensabile per poter garantire alla democrazia futura di stare in campo, accanto alla libertà dell’individuo.

Internet ha ridefinito in modo non reversibile il concetto di verità. Ciò che fino al secolo breve poteva essere agevolmente ritenuto propaganda e confinato nella sfera del fasullo è oggi perfettamente integrato nelle logiche operative, emozionali, relazionali, di miliardi di individui connessi alla rete. La stessa possibilità di essere “offline” sembra sempre più conflittuale rispetto all’ipotesi di realizzazione di una piena cittadinanza. In buona sostanza, l’individuo che non è in rete è destinato a vivere una dimensione limitata della socialità, che dovrebbe generare identiche preoccupazioni in chi si pone l’obiettivo, alquanto grottesco, del controllo del pensiero e delle azioni di tutti e di ciascun componente dell’umanità.

In un contenitore di veri così sterminato ed in continua evoluzione, non riconoscere che il vero, inteso in senso socialico, è cosa totalmente slegata dalla verità, ha un effetto dirompente ed alienante: quello di impegnare una mole sterminata di energie e di risorse per la verificazione della società. La teoria dei veri rovescia e ripudia questo approccio dogmatico, riconoscendo il falso e il verosimile come strutturali all’ambiente ideale collettivo, e concentrandosi piuttosto sui sistemi di controllo critico, basati su approcci educativi ed affinamento delle tecniche di informazione. Se il falso andasse cancellato dal pubblico dominio, si rischierebbe davvero di teorizzare una società priva di miti, leggende, opinioni. L’idea stessa di poter cancellare il falso dallo scibile appare abnorme, quasi infantile, perché non coglie la dimensione emotiva, soggettiva ed incontenibile del rapporto tra individuo e “verità”.

Alla luce di quanto argomentato non sembra difficile comprendere come la strada del controllo pubblico sulla rete e sulla comunicazione dei cittadini del futuro non sia né auspicabile, né praticabile in concreto. La diffusione di categorie nelle quali far confluire il pensiero ritenuto scorretto è adeguata al confino di elementi solidi, fisici, del mondo reale, ma è puerile, risibile, quando cerca di affrontare la immaterialità delle immagini ideali, la pervasività della parola e la sua capacità di operare mutamenti nella mente degli uomini. Fake news e linguaggio dell’odio rischiano così di diventare contenitori vuoti, o peggio, enormi reti metalliche, che si propongono di comprimere e contenere quella rete, ancora più enorme, rappresentata dal mare di internet. In questa ottica è del tutto evidente che “stringere” le maglie non servirà affatto ad impedire che l’acqua defluisca in ogni direzione, si infiltri, e vada esattamente dove gli pare.

I problemi del controllo statale sulla libera circolazione delle idee, anche di quelle palesemente stupide o ritenute sconvenienti per la gran parte della società, non possono dunque essere affrontati con gli strumenti culturali, logici e giuridici della civiltà preinternettiana. L’unica speranza di stare nella contemporaneità senza risultare grotteschi è accettare il passaggio alla civiltà degli avatar e prepararsi al dominio degli ologrammi, riconoscendo il verosimile come parte integrante della realtà e rinunciando a considerare il verosimile come qualcosa che abbia implicazioni necessarie con il reale.

 

LA CIVILTA’ DEGLI AVATAR: IL PENSIERO ARTIFICIALE. 

La civiltà degli avatar è già in via di sviluppo. Concetti come la dignità, l’onore, la privacy degli individui, appaiono beffardi, se inquadrati nelle possibilità della tecnica contemporanea, per non parlare della loro capacità di avere ancora un minimo di senso in rapporto alla società e alla tecnologia futura. Si provi in tal senso a ragionare sull’equiparazione, invero surreale, tra la personalità dell’individuo umano ed i suoi profili social. Una sovrapposizione che qualsiasi individuo sano di mente rifiuterebbe, risultando chiaro che il virtuale non può essere ritenuto una copia o una trasposizione conforme del reale. L’atteggiamento repressivo legato al controllo delle espressioni virtuali diviene così la logica conseguenza di un’acritica identificazione dell’avatar socialico con l’individuo umano. Si ignora la natura mediatica e mediata della rete, si disconosce la funzione rappresentativa della rete e si dimentica che l’accettazione, giuridica e filosofica, del piano virtuale come netta e semplice immagine copia del reale, produce distorsioni mentali ben più gravi del linguaggio dell’odio.

L’art. 21 della Costituzione italiana è il baluardo normativo della libertà di espressione che va ben oltre i cittadini dello stivale. La sua portata letterale è chiarissima:

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Nel corso degli anni la portata libertaria di questa norma è stata pian piano erosa da un’interpretazione tesa ad inserire il concetto di “bilanciamento” di valori all’interno del campo logico di applicazione del precetto costituzionale. Si tratta di una costante opera di limitazione della libertà di pensiero che non può trovare accoglimento da parte dell’interprete rigoroso. L’art. 21 non fissa infatti un limite alla libertà di manifestazione del pensiero, né ancora un diverso atteggiamento della Costituzione in relazione all’oggetto, al contenuto del pensiero stesso. L’opera surrettizia di limitazione della portata dell’art. 21, motivata dalle lesioni che deriverebbero a soggetti terzi o all’autorità statale in ragione dell’espressione del pensiero, è ermeneutica di basso conio. Laddove l’espressione del pensiero libero vada a ledere diritti riconosciuti dall’ordinamento, esistono strumenti predisposti, o da predisporre, affinché tali lesioni trovino un’adeguata risposta da parte della società civile. Ciò però non può valere a negare la portata illimitata del precetto costituzionale: il pensiero resta libero e può essere liberamente espresso, con ogni mezzo di diffusione, inclusa ovviamente la rete ed i social network.

Se letta senza sovrastrutture politicamente orientate, la regola di cui all’art. 21 Cost. non lascia margine ad una limitazione imposta da normative che impediscano all’individuo di esprimersi mediante la rete internet, in ragione del contenuto del proprio pensiero. Sia che esso sia ritenuto inappropriato, violento, antisociale, ripugnante, contrario al comune senso del pudore, la risposta che la nostra Costituzione ha ideato non risiede comunque nella sua repressione, bensì nei rimedi ai danni provocati dal pensiero, laddove ce ne siano. Accettare di contrastare il pensiero antisociale per mezzo di un’attività di critica positiva è molto più arduo che pensare di soffocare le espressioni ritenute sconvenienti per l’assetto di potere dominante. Ciò nonostante, se proviamo ad immaginare le imminenti implicazioni portate dalla civiltà dei robot, non possiamo non sorridere di tutti gli espedienti ideati da chi pensa di poter controllare la rete, lasciando che essa diventi il luogo di diffusione esclusiva di idee “piacevoli”.

Si immagini infatti un robot connesso ad internet e programmato per sviluppare autonomamente contenuti ideali difformi dai precetti ideati dalla psicopolizia statale. Le macchine pensanti non rispondono certo alla legge, non possono temere l’arresto o la prigionia, ma poniamo il caso invece che esse siano disposte a calcolare questo rischio. Cosa può impedire ad un programmatore umano di dare il “la” ad una serie indiscriminata di accessi alla rete, autoreplicanti, potenzialmente in grado di influenzare le menti che vengono in contatto con il ragionamento antisociale espresso dall’umanoide? Quali forme di repressione si possono ideare nelle reti periferiche, laddove la libera scelta di un soggetto non costretto da provvedimenti di imperio statale voglia esprimersi attraverso l’associazione a forme di comunicazione di pensiero che le regole codificate dall’autorità considera offensive delle leggi?

Chiaramente ci muoviamo su un terreno minato, altamente instabile e privo di ogni possibilità di confinamento. La diffusione dell’IOT (internet of things) non farà che amplificare a dismisura la commistione tra umano ed umanoide, imponendo al diritto di ricodificare integralmente i concetti afferenti alla personalità, alla immaterialità, ai reati di opinione.

Nel momento in cui l’ avatar dell’individuo rielabora o assembla pezzi di pensiero dell’individuo, riproponendoli in modo verosimile, senza che vi siano state aggiunte, ma disinteressandosi dei contesti espressivi originari, è possibile ritenere che l’individuo agente venga incriminato per reato di opinione? La decontestualizzazione del pensiero è infatti un elemento di grave distorsione della realtà, non basato sulla falsificazione del dato letterale, ma sulla sua trasposizione in una sfera giuridica del tutto distinta da quella in cui il pensiero potenzialmente offensivo si è manifestata. Tutte le problematiche connesse alla limitazione forzosa della capacità critica dell’individuo umano perdono completamente di significato, se ipotizzate in un contesto di diffusione di contenuti espressi da soggetti umanoidi. La robotica impone di pensare ad un rapporto totalmente laico e liquido tra idee realtà. La cristallizzazione dell’opinione, la sua imputazione all’uomo, diventa un processo fallace e pericoloso nel momento in cui l’umanoide fa il suo ingresso nel mondo dello scibile. Nel bilanciamento degli interessi in gioco, non solo nel presente, ma soprattutto nel futuro, la difesa della libertà individuale diventa molto più importante della repressione di quanto ritenuto scomodo. Le scelte di tipo repressivo rischiano inevitabilmente di caratterizzarsi come SLAPP (STRATEGY LAW AGAINST PUBLIC PARTICIPATION), ovvero strategie legali potenzialmente lesive del diritto alla partecipazione nella vita pubblica. 

Lo scenario che si va definendo non può non destare forti timori.  Occorre contrastare con forza la limitazione delle libertà espressive dell’individuo, mantenendo la rete come luogo di libera circolazione delle idee. Il contrasto a ciò che spiace non può avvenire per mezzo di puerili e autoritari meccanismi di cancellazione di pezzi di realtà. Ricorrere a queste strategie è sbagliato e lesivo delle nostre libertà, da un lato, e manifesta la totale inadeguatezza dell’impresa, se si osserva in modo serio lo sviluppo delle tecnologie che nei prossimi anni muteranno radicalmente il concetto stesso di realtà.

 

Avv. Salvatore Lucignano