In materia di prescrizione il coordinamento direttivo di ARDE, in relazione alle ultime vicende rese note all’opinione pubblica, ha proposto un confronto, affidando la redazione di un articolo sul tema agli avvocati Franca Giordano e Claudio La Rosa. Questo elaborato costituisce dunque un primo commento dell’associazione ad un’ipotesi di sospensione della prescrizione a seguito del giudizio di primo grado. Ribadiamo che la materia si presta a visioni discordanti e che la sintesi espressa non può intendersi vincolante per il parere di tutti i soci della costituenda associazione. 

La sospensione del termine di prescrizione dei reati per la durata dei gradi di giudizio successivi al primo, annunciata dal Ministro della Giustizia Bonafede, è una ipotesi che ha immediatamente suscitato reazioni violente all’interno dell’avvocatura italiana. Il sentimento dominante all’interno della classe forense parrebbe lasciare poco spazio a voci dissonanti: insorgono le Camere Penali, l’Organismo Congressuale Forense, le associazioni, mentre il Consiglio Nazionale Forense non prende ancora posizione, generando più di un sospetto su un favore alla norma tanto osteggiata dai legali italiani, manifestato dall’organo che ormai detta la politica in nome e per conto dell’intera classe forense.
Il tema della prescrizione peraltro viene ciclicamente riproposto, contribuendo a dare dell’Italia un’immagine assai lontana da quel paese in cui non esista più un “problema giustizia”, secondo la fantasiosa versione dell’ex Ministro Andrea Orlando. Nulla di più lontano dalla verità. Il problema prescrizione esiste ed impone un equilibrio, tra la bulimia di interventi normativi, che stravolge continuamente gli istituti processuali e una situazione di fatto che vede i nostri processi penali durare spesso decenni, portando alla prescrizione di un gran numero di reati. Le statistiche pubblicate dagli organismi internazionali sono impietose: sia che si guardi ai dati OCSE o a quelli forniti dal CEPEJ, l’Italia è maglia nera, in Europa e nel mondo, per reati prescritti, con punte del 60% dei reati per cui si avvia l’azione penale, in molti distretti di Corte d’Appello.
Il provvedimento che ha generato tanto clamore è dunque figlio di una realtà che non può essere liquidata in modo semplicistico, invocando “processi celeri”. La verità è che spesso la prescrizione è diventato l’esito fisiologico del processo penale, contribuendo ad evitare condanne a molti cittadini riconosciuti colpevoli dai primi gradi di giudizio, prima dell’intervento della salvifica manna dal cielo.

 

Le soluzioni a questo stato di cose possono essere le più diverse, ma il problema vero è il superamento di due visioni antitetiche della giustizia: la prima, che appare ampiamente dominante all’interno dell’avvocatura, che tende ad invocare un garantismo nei confronti dell’imputato, anche quando di fatto esso si traduce nello sfruttamento delle inefficienze statali per garantire una generalizzata impunità. Diversamente, per chi tende ad una visione che privilegi la certezza della pena, la compressione del diritto a non subire il processo “eterno” può essere accettata, se ciò servisse ad evitare che l’Italia continui ad essere il paese della cuccagna, in cui i ricchi, i potenti, i colletti bianchi, possono sempre sperare di farla franca, mentre le galere scoppiano di poveracci, immigrati e delinquenti di mezza tacca.

In questa ottica l’idea di una prescrizione che agisca per fasi, o che sia temporaneamente “bloccata”, al deposito di una sentenza di condanna, non può apparire un’eresia, anche tenendo conto che paesi dalla civiltà giuridica avanzata negano questo istituto, una volta avviata l’azione penale.
Quel che è certo è che un modo di procedere parcellizzato, che rifiuti di agire con visione generale e sistemica, appaia destinato inesorabilmente ad essere sommerso da una valanga di critiche. La coperta è corta e da qualsiasi parte si tiri, senza contemperare efficienza, rigore e tutela dei diritti, si rischia di accontentare e scontentare tutti. Non sembra possibile continuare a parlare di obbligatorietà dell’azione penale in un paese in cui gli uffici giudiziari sono sommersi da reati a scarsissimo impatto sociale, dovendo spesso trascurare priorità legate al malaffare organizzato. Non è più pensabile che le indagini preliminari siano spesso una lunga gita a vuoto, facendo prescrivere i reati prima ancora che si giunga a dibattimento.
Le aspre polemiche di queste ore non fanno che certificare l’assenza di un dibattito politico all’altezza della gravità della situazione, mentre le risorse, umane, economiche e culturali, continuano a latitare, lasciando la nostra giustizia penale in uno stato di assoluto degrado, denunciato ormai da anni, ma ignorato da tutti, salvo qualche intervento spot, che non risolve, ma forse acuisce la distanza e la sfiducia dei cittadini e degli operatori di settore.

Avv. Franca Giordano
Avv. Claudio La Rosa