Uno degli elementi più dibattuti all’interno di un’azione politica radicale è sicuramente il rapporto tra libertà di critica e continenza. Il concetto stesso di continenza del resto richiama l’idea della costrizione, della limitazione, lasciando poi all’interprete la valutazione sui confini, positivi o negativi, di tale limite. Una riflessione sempre attuale quella sul decoro, termine che ricorre spesso all’interno delle raccomandazioni che le istituzioni forensi rivolgono agli avvocati che fanno politica. “Siate decorosi” è uno dei mantra ricorrenti di chi ritiene che la forma, contenuta, moderata, ristretta, sia fondamentale per esprimere la propria visione della società e degli scontri tra i gruppi.

La società contemporanea ha fatto un enorme abuso di questo concetto, relegando la rivolta, lo scontro, il sovvertimento dell’ordine costituito, la disobbedienza, a valori morali antitetici con la giustizia. Se ne occupa in modo interessante Tamar Pitch, intitolato “Contro il decoro” – L’uso politico della pubblica decenza.

Il volume in oggetto riassume molto bene, già nel titolo, la posizione di chi vuole superare il decoro, inteso come elemento di normalizzazione dello scontro insito nella lotta politica. L’autore scrive:

“Hanno contrapposto libertà ed eguaglianza. Hanno fatto dell’eguaglianza l’ostacolo all’affermazione individuale e il freno alla crescita. Ma la libertà sempre meno persone se la possono permettere. E allora, accanto alla paura, ci vuole il decoro per tenere a bada chi non ce la fa.”

Decoro è termine che viene utilizzato per significare cose diverse. Un comportamento è ‘decoroso’ quando è adeguato al tipo di persona e al contesto in cui si dispiega: una casa è ‘decorosa’ quando è pulita e in ordine. Ma i ricchi e i potenti non hanno bisogno di imporsi regole di decoro. Anzi, il loro valore si manifesta in uno stile di vita che esibisce l’assoluta noncuranza verso i limiti imposti a tutti gli altri. Dove l’‘indecenza’ è ciò che conviene ai molto ricchi, il decoro è ciò che viene proposto e imposto a un ceto medio impoverito e impaurito. Il decoro divide tra perbene e permale e funziona per ottenere consenso. Decoro, merito, disciplina sono le parole d’ordine e gli obiettivi di politiche che legittimano la paura contro ciò che è sporco, contaminante, eccessivo, minaccioso per l’ordine e la sicurezza. Decoro e paura richiamano la pulizia: chi sono i germi e i batteri che vanno dunque buttati fuori dalla casa comune dei cittadini perbene?”

 

I concetti espressi in questo breve affresco sull’uso politico del decoro sono chiarissimi. Il decoro è per molti regimi autoritari uno strumento di repressione della libertà, agisce per limitare la manifestazione della diversità di chi denuncia le malefatte del potere e lo fa con espressioni non conformate ai dettami dei gruppi egemoni. L’utilizzo del decoro come strumento di oppressione della libertà è particolarmente in voga all’interno del regime dell’istituzionalizzazione forense. Del resto l’ipocrisia, che è una forma di falsificazione della realtà, non è fatta di totale creazione di falsi, ma solo di sapiente inversione di valore nell’analisi dei fatti. L’ipocrita, per fare il suo lavoro, non ha bisogno di costruire menzogne inverosimili, bastandogli trasformare le pagliuzze in travi e viceversa.

Il decoro dell’avvocatura è funzionale a questo processo di sovvertimento della realtà. Avviene così che le appropriazioni arbitrarie di denaro degli avvocati da parte delle istituzioni forensi, i tentativi di ottenere regolamenti elettorali totalitari, in grado di garantire ai maggiorenti dell’istituzionalizzazione di utilizzare a vita il proprio potere, siano assolutamente decorosi.

Allo stesso modo, risultano totalmente decorose le espressioni indecorose, stigmatizzate da procedimenti disciplinari e querele, se ad usarle non sono gli avvocati liberi, che lottano contro le asimmetrie di potere espresse dal regime ordinistico, ma quegli stessi esponenti, nel tentativo di conquistare il consenso dei rappresentati.

Il post del 4 novembre 2018 dell’Avv. Antonio De Michele, componente del Consiglio Nazionale Forense, è paradigmatico di questa differenza. Se termini e toni insultanti sono usati da certi avvocati contro altri avvocati, è tutto decoroso, ma quando il linguaggio urticante, la denuncia che tenta di scuotere le coscienze sopite, sono usate contro il potere, ecco che il richiamo al decoro diventa un elemento di oppressione che disinnesca la possibile destabilizzazione dell’ordine costituito. 

La vicenda politica che i costituenti di ARDE stanno portando avanti affonda le radici in questo contesto culturale. La ridondanza del decoro, il suo uso strumentale, la sua declinazione ingiusta ed iniqua, a seconda di chi si fa portatore della presunta lesione al sacro dogma, sono una conoscenza sgradita ed arcinota per quegli avvocati liberi che devono lottare per aprire la classe forense italiana ad un governo democratico, vicino ai giovani, alle donne, agli avvocati più deboli, localizzati soprattutto al sud e nelle isole. La nostra battaglia deve costantemente fare i conti con questo totem: il decoro. Chi denuncia, chi prova a varcare i confini della continenza, “avvocatescamente” codificata, si ritrova vittima dell’accusa più implacabile, quella di essere “indecoroso”. Naturalmente è solo questione di forma, perché nella sostanza, laddove ad agire in modo nefando sia il potere, vale tutto e tutto viene consentito. 

Sono decorose le vessazioni, il disprezzo delle donne, il silenzio e la derisione delle istanze di migliaia di avvocati, le decisioni ai reclami prive di qualsiasi pregio giuridico, la corruzione, l’ignoranza, l’incapacità di affrontare i problemi della categoria. Tutto questo è decorosissimo. Sono decorosi i crediti formativi venduti dai Consiglieri dell’Ordine, gli incarichi assegnati a prestanome e ad amici degli amici, le dinastie, il familismo, il nepotismo, le concubine elevate al rango di moderne Giovanne d’Arco. Sono decorose le sterili manifestazioni verbali di vicinanza ai diritti violati delle felci dell’Amazzonia, per cui organizzare convegni e manifestazioni, rigorosamente in toga.

Non sono decorose le battaglie degli avvocati di base per ottenere istituzioni forensi decenti, capaci, scevre dall’affarismo e dalla rincorsa di utilità personali. Non sono decorose la goliardia, l’anticonformismo, la richiesta di distruzione dell’ipocrisia, il ripristino di una corretta gerarchia di valori. Quello no: non è decoroso e il problema più grande dell’avvocatura italiana continuano ad essere le parolacce dette dai colleghi su facebook, seguite dall’Etna, dal traffico e dalla siccità.

Osserviamo dunque un uso del decoro totalmente scevro dalla sostanza, legato intimamente a vacue e vuote forme, intriso di un doppiopesismo che farebbe rabbrividire qualsiasi giurista, ma che passa del tutto inosservato all’interno della classe forense italiana.

 

Le degenerazioni di questo uso strumentale del decoro le vediamo anche nelle azioni intentate da chi fa costantemente uso di un gergo incontinente, ma assume di poter perseguire, esclusivamente per finalità politiche, chi adotta il medesimo metro operativo. Per restare in tema, non solo l’Avv. De Michele, ma migliaia di avvocati italiani, in questi giorni, hanno rivolto all’Avv. Bonafede, Ministro della giustizia pro tempore, epiteti oggettivamente “indecorosi”. Non solo tali epiteti sono stati ignorati dalla “decorologia applicata” dall’istituzionalizzazione, ma nemmeno la critica interna alla classe forense, salvo sporadiche eccezioni, molte delle quali appartenenti ad ARDE, ha trovato qualcosa da ridire rispetto a questa contraddizione.

Non solo abbiamo a che fare con un decoro diverso, a seconda che venga usato “dal” o “contro” il potere, ma anche quando si tratta di valutare la popolarità della forma, il decoro diventa un metro a due facce, distorto, del tutto inadeguato ad indicare la misura del giusto.

Avv. Salvatore Lucignano