La commissione europea per la valutazione dell’efficienza della giustizia (CEPEJ), pubblica ogni due anni un rapporto, che valuta 47 paesi e mette a confronto i dati sui sistemi giudiziari. A breve si potranno analizzare i dati raccolti nel 2016. Sulla base dei dati disponibili si possono già fare alcune considerazioni sul numero di avvocati, che in Italia è di 379 ogni 100 mila abitanti, a fronte di una media europea di 119 ogni 100 mila abitanti.
La diminuzione del tasso di incremento del numero di avvocati in Italia, negli ultimi anni, è stata dovuta principalmente alla crisi reddituale. Quello che ai colleghi di base non viene detto è che un sistema così saturo rende estremamente difficile la mobilità, da un’operatività a basso valore aggiunto verso una più redditizia. L’avvocatura d’affari, ricca e potente, vive in una dimensione completamente diversa da quella sopravvivente.
Il fenomeno che però sta emergendo, in modo sempre più prepotente, all’interno dell’avvocatura italiana, è quello di un ceto politicante, i cosiddetti “istituzionalizzati”: avvocati impegnati a vario titolo nelle istituzioni forensi, che trasferiscono nella politica forense, nelle sue entrature ed attività collaterali, il core business della propria strategia di sopravvivenza. L’avvocatura massificata e sofferente è ancora saldamente legata al sistema ordinistico, ma lo scambio proposto a chi soffre è illusorio: l’Ordine Forense in realtà non offre un modello di sviluppo e sostegno a chi subisce maggiormente la crisi. Le battaglie di avanzamento dei colleghi più svantaggiati sono state condotte da quelle poche frange radicali che hanno combattuto contro l’Ordine, con l’Ordine che è stato quasi sempre nemico di tali rivendicazioni, salvo il farle proprie, in prossimità delle elezioni, per motivi elettorali.
 
Non vi è alcun dubbio che le politiche ordinistiche ad oggi non abbiano trovato da parte delle associazioni un’adeguata risposta, non solo concettuale e fattuale, ma soprattutto strategica e politica. OUA, l’Organismo Unitario che insistentemente propongo da due anni, potrebbe essere l’unico luogo in cui trasferire un’elaborazione ed una pratica politica affrancata dal sistema ordinistico. Le elezioni del gennaio 2019 peraltro segneranno un altro passo verso il declino di questo sistema. Le posizioni di privilegio dei maggiorenti si affievoliscono, man mano che i mandati aumentano, e questo apre le strade ad un ricambio generazionale forzoso, che può provare a mettere in discussione questo blocco di quieta disperazione.
 
Il lavoro di una politica forense libera deve dunque durare dai quattro agli otto anni. Abbiamo ampiamente dimostrato di non riuscire a scalfire, sul piano culturale e politico, lo strapotere ordinistico. Manca un’alternativa, manca un ceto politico associativo all’altezza. Se non nascerà OUA, l’unica speranza di fare una seria politica forense sarà affidata all’estinzione coattiva dell’attuale classe dirigente dell’avvocatura italiana.
Purtroppo le dinamiche e le tempistiche non lasciano sperare nulla di buono. La moltiplicazione bulimica della produzione normativa, che in Italia ha assunto proporzioni gigantesche, non riesce ad essere intercettata dall’avvocatura di base, che continua ad occuparsi prevalentemente di contenzioso a scarso valore intellettuale aggiunto, offrendo prestazioni facilmente replicabili, e dunque condannandosi all’aggressione delle proprie fonti di guadagno, sia dalla concorrenza senza regole in auge all’interno della categoria, sia da quella messa in atto, con la complicità del regime dell’istituzionalizzazione forense, da figure professionali ibride, sempre più decise ad estromettere gli avvocati dalla gestione della torta. Assistiamo così al trionfo dei mediatori, dei consulenti del lavoro, dei commercialisti, dei tecnici, delle fabbriche di contenzioso seriale a basso costo e anticipo zero, che rubano spazio e reddito ad una categoria di sopravviventi che non ha più alcuna possibilità di competere con i suoi predatori.

E’ una mattanza, con numeri che non hanno ancora espresso la gravità del fenomeno. E’ un destino già scritto, non esiste alcun modo di impedirlo, anche perché le uniche soluzioni per accompagnare la transizione dall’avvocatura di massa ad una nuova classe forense, elitaria, benestante e forte, vengono osteggiate dalla grande maggioranza della classe forense.

Il lavoro da fare è enorme, ma appassionante. Analizzare, ricercare soluzioni, è il nostro impegno per la professione e cercheremo di portarlo avanti, pur tra mille difficoltà.

Avv. Salvatore Lucignano