All’interno dell’avvocatura italiana si è diffusa da qualche anno una vena di populismo istituzionale, che rivolge ai nostri colleghi alcune rappresentazioni distorte: una di esse riguarda la “sostenibilità” del sistema pensionistico forense, che si otterrebbe solo mediante contributi minimi obbligatori slegati dal reddito.

La sostenibilità viene dunque usata come totem a cui immolare i diritti e l’equità in materia pensionistica. In questa rappresentazione, gli attuari giocano il ruolo dei monatti, pronti a stendere il sudario su ogni discussione ed impedire qualsiasi cambiamento.

Da una parte ci sarebbe il vero, il giusto, l’unica realtà possibile. Dall’altra si dipingono le rivendicazioni sollevate dai colleghi come incomprensibili lamentazioni, frutto di errori di gioventù.

 

 

Oggi noi vogliamo smentire il racconto che viene propinato agli avvocati e alla società italiana, quello di una contribuzione minima che aiuta i colleghi più deboli, non sciorinando numeri: quello lo faremo quando costruiremo un diverso sistema, con aliquote progressive.

Oggi affermiamo che i minimi contributivi sono illegittimi e dunque parliamo di diritto.

Gli articoli 23 e 53 della nostra Costituzione prevedono, rispettivamente, che nessuna prestazione patrimoniale possa essere imposta, se non per legge, e che i tributi versati dai cittadini debbano seguire un criterio di progressività: chi ha di più deve versare di più, mentre chi ha di meno, deve dare di meno. Il senso di tali norme permette di dire, senza alcun dubbio, che nessuno può essere vessato, per mezzo di prestazioni di natura patrimoniale, che non trovino nella legge gli elementi in grado di impedire un arbitrio e che sfuggano al criterio di progressività, pretendendo di fatto molto di più da chi ha di meno, e molto, molto di meno, da chi ha di più.

Per un avvocato con un reddito di 9 mila euro annui, la contribuzione minima prevista dalla Cassa Forense, a regime, ammonta a circa il 40% del suo reddito. Una fetta di reddito molto superiore a quella che versa, a titolo di contributi previdenziali, un avvocato che guadagna 30 mila, 40 mila o 50 mila euro annui. Parliamo di sperequazioni che riguardano, secondo gli ultimi dati diffusi dal Censis, circa un terzo degli avvocati italiani.

Oggi dunque gli avvocati napoletani non danno i numeri, ma combattono una battaglia di diritto e di diritti, perché la sostenibilità dei cittadini, la possibilità di trarre dal proprio lavoro un reddito sufficiente a garantire a se stessi e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa, non è un concetto populista, partorito dalla giovane e inconsapevole mente di qualche facinoroso, ma è il contenuto della Costituzione della Repubblica Italiana.

E’ la Costituzione dunque a stabilire cosa si debba davvero intendere per “sostenibilità”, che non è quella che consente alla Cassa Forense di fare politica, bensì quella degli avvocati, che hanno il diritto di vivere del proprio lavoro.

A nostro avviso l’unica sostenibilità che sfugge al populismo e che va perseguita è quella dei nostri colleghi ed oggi la contribuzione minima slegata dal reddito, oltre ad essere illegale ed immorale, mina la sostenibilità dell’esercizio della professione forense per decine di migliaia di professionisti, chiedendogli di versare più di quel che hanno, o comunque una fetta del proprio reddito assolutamente irragionevole.

Gli effetti di questo sistema, vessatorio ed ingiusto, sono di una cannibalizzazione dei contribuenti, di una corsa alla bonifica dell’albo, operata per mezzo della leva contributiva, che rischia peraltro, in modo beffardo, di sottrarre al sistema previdenziale risorse e contribuenti indispensabili al suo funzionamento.

Qualcuno sostiene che questi effetti non siano casuali, ma voluti e perseguiti consapevolmente: impossibile dirlo con certezza. Ciò che è certo è che si tratta di una dinamica odiosa, che mira a selezionare un mercato di sopravvissuti e non certo a garantire agli avvocati un presente sostenibile ed un futuro dignitoso.

Per questo oggi il Foro di Napoli può cambiare la storia della previdenza forense, dimostrando che i numeri e i calcoli non possono indicare il giusto, a discapito dei principi, che l’obbligo contributivo imposto a qualsiasi cittadino non può essere fissato, con un regolamento arbitrario ed oscuro, in un ammontare che non tenga conto del reddito del contribuente.

Oggi noi siamo chiamati a partire dai principi e dal diritto: è il diritto e la giustizia a costruire la sostenibilità di un sistema, non è possibile avere sostenibilità al prezzo di ingiustizie e iniquità.

 

 

Per tali ragioni, questa non è  e non deve essere l’assemblea di alcuni avvocati napoletani contro altri,  ma una prima occasione, per l’intero Foro di Napoli, di rimettere l’avvocato al centro della legge professionale forense.

Tutti noi, senza distinzioni, siamo qui chiamati a scegliere tra la continuità con l’esistente, la rassegnazione e la sottomissione, oppure la rivendicazione della libertà e dell’autonomia degli avvocati napoletani.

Approvando la mozione da noi proposta, che chiede di legare la contribuzione previdenziale al reddito, con criteri di progressività, gli avvocati napoletani possono dare un messaggio fortissimo alle istituzioni forensi centrali. Un messaggio di giustizia e libertà, perché l’avvocatura è nata come professione libera e tale deve tornare ad essere, se vuole avere speranze di sopravvivere. Giustizia e libertà, equità ed inclusione, sono valori che stanno insieme. Noi oggi vi chiediamo di votare per questi valori: mi auguro che il Foro di Napoli lo farà.

 

Napoli, 4 luglio 2017

Avv. Salvatore Lucignano