Lo studio biennale del rapporto CEPEJ sull’efficienza della giustizia è un esercizio di aggiornamento fondamentale per dare all’avvocato impegnato in politica forense una conoscenza comparata dell’ordinamento europeo. E’ da poco disponibile il rapporto 2018, realizzato elaborando i dati raccolti in 45 paesi dell’area europea, relativi al 2016. Da alcune analisi, che cercheremo di presentare ai colleghi in modo riassuntivo, emerge chiaramente la disfunzione della giustizia italiana. In Italia per far funzionare la giustizia lo Stato spende circa 50 euro pro capite, a fronte di una media europea di 35. Nonostante questo, l’Italia è al 153esimo posto al mondo, su 183 paesi presi in considerazione dalla Banca Mondiale, per durata del processo, con una durata media dei procedimenti di primo grado di 590 giorni. Il ritardo nello svolgimento dei processi, la mancanza di un ripensamento organico dell’ordinamento giudiziario, capace di assorbire la domanda di giustizia, restituendo efficienza, senza comprimere il diritto al giusto processo, costa al nostro paese circa l’1% del PIL, secondo le stime della Banca d’Italia.
I numeri non mentono, e raccontano di un paese in cui la giustizia incide pesantemente nella vita dei cittadini e delle imprese. L’Italia è uno dei paesi al mondo con il maggior numero di leggi e procedimenti giudiziari pro capite. La giuridificazione della vita dell’italiano non risolve i suoi problemi, ma al contrario li amplifica, lasciandolo troppo spesso alle prese con un processo statale infinito, inefficace, inutile, ai fini della tutela degli interessi sottesi ai diritti che si cerca di far valere mediante il ricorso alla giustizia. 
Vale anche la pena ricordare come i giudici italiani siano pagati con stipendi migliori rispetto alla media dei salari dei loro colleghi europei. In Italia mediamente la retribuzione di un giudice ammonta a 56.263 euro annui, a fronte di una media europea di 50.529 euro. A fronte di queste retribuzioni, non si può però dire che l’ordinamento giurisdizionale riesca a restituire efficienza al cittadino.
In questo sistema la figura dell’avvocato sconta una litigiosità che risulta esasperata dalle disfunzioni della macchina giudiziaria, ma che non riesce a garantire al professionista un reddito complessivamente adeguato. Sicuramente i numeri dell’avvocatura italiana non aiutano, ma è indubbio che l’inefficienza complessiva del sistema impedisca all’avvocato di stabilire un rapporto proficuo tra prestazione remunerazione.
Anche il rapporto 2018 fotografa l’enorme numero di avvocati attivi in Italia, praticamente al massimo in Europa.

Si provi ora a fare un semplice ragionamento, dato da un confronto numerico, non qualitativo. Si immagini che la domanda di prestazioni legali in un dato paese sia pari ad un certo numero di prestazioni, definito X. Si immagini che tali prestazioni si debbano suddividere tra un numero di prestatori d’opera Y. Nel nostro caso tali prestatori sono gli avvocati. Ora, si immagini che il rapporto tra prestazioni e prestatori d’opera, ovvero tra domanda ed offerta di servizi legali, sia indipendente da altri fattori che non siano il numero di prestazioni richieste ed il numero dei professionisti in grado di rispondere a tali richieste. Naturalmente, si immagini che il volume d’affari e conseguentemente il reddito dei professionisti che offrano risposta a tali richieste, che chiameremo Z, sia dipendente unicamente da una suddivisione del “lavoro” tra i vari professionisti.

Questo è ovviamente un “sistema” molto semplificato, ma non irrealistico, che può parzialmente spiegare come il numero di avvocati, fatalmente, agisca sul fatturato degli stessi. Considerato X detto numero, Y il numero di prestazioni richieste e Z il valore del reddito prodotto da tali prestazioni, questo semplice “sistema”, offre risultati apprezzabili, se si prova a considerare la variabile Y come una costane, e si fa variare unicamente il valore di X, ovvero del numero di avvocati presenti nel sistema. Questa variazione può portare a definire il reddito disponibile per ciascun avvocato, tralasciando altri fattori.

Ipotizziamo dunque che ciascun paese di questo sistema generi 1 milione di richiesta di prestazioni legali nell’unità di tempo analizzata (che possiamo considerare sia un anno, per convenzione). Ipotizziamo che ogni prestazione richiesta agli avvocati presenti nel sistema generi un reddito netto pari ad 1 euro, per un reddito complessivo a disposizione degli avvocati di quel sistema che sia pari ad 1 milione di euro all’anno. Come si divideranno i redditi, in base al mero numero di prestatori d’offerta, secondo il nostro rudimentale sistema, se ci fermiamo al numero di avvocati presenti in quattro grandi paesi, secondo le stime del 2014? Ecco il risultato di questo “gioco”:

Italia: 4,5 euro pro capite

Francia: 16, 1 euro pro capite

Germania: 6,1 euro pro capite

Regno Unito: 5,5 euro pro capite

Spagna: 7,4 euro pro capite.

 

Si tratta ovviamente di numeri che tengono conto di parametri convenzionali e non corrispondenti alla realtà dei singoli paesi, ma se si coglie il senso della rappresentazione, a parità di ricchezza disponibile per gli avvocati, nei cinque paesi che abbiamo analizzato, una divisione equa di questa ricchezza, offrirebbe ad un avvocato francese un reddito annuo 4 volte superiore a quello di un collega italiano: in pratica il 400% del nostro reddito disponibile. Per un tedesco ci sarebbe quasi il 150% di reddito disponibile in più rispetto al nostro. Quasi il 175% sarebbe a disposizione di un collega spagnolo, mentre un avvocato inglese, che pure dovrebbe “dividere” il reddito a disposizione della categoria con un gran numero di “contendenti”, guadagnerebbe mediamente il 120% di quanto guadagnato da noi italiani. E’ dunque indubbio che la disfunzione e la bulimia del sistema giudiziario italiano, portando una grande litigiosità, che favorisce la massificazione dell’avvocatura, comporta una concorrenza distruttiva tra professionisti, che abbatte sensibilmente sia la qualità delle loro prestazioni che i loro redditi. 

 

I dati, le considerazioni, le indagini che attengono alla soddisfazione degli operatori di giustizia e dei cittadini, non lasciano molto scampo a valutazioni benevole. La situazione della giustizia italiana non è affatto rosea, e solo un ripensamento complessivo del sistema, che introduca meccanismi efficaci di diritto collaborativo, come ad esempio l’ufficio del processo, la soccombenza obbligatoria, meccanismi cauzionali e garanzie per il pagamento effettivo delle spese di giustizia, potranno migliorare la situazione. Ciò che serve alla giustizia italiana non è una serie di riforme settoriali e spot, ma un’opera di vasta portata, che ripensi l’ordinamento dalle fondamenta, facendolo finalmente funzionare.

In Italia la giustizia è una macchina bulimica, inefficace, che produce vasta insoddisfazione. L’istituzione delle ADR “obbligatorie” si è dimostrata presto una trovata utile a spostare denaro verso specifici appetiti e settori del mercato delle prestazioni legali, ma non ha portato alcun sostanziale beneficio alla macchina processuale.
ARDE intende continuare a proporre la nascita di un moderno e funzionale diritto collaborativo, che si affianchi ad un processo di puro diritto, riformato dalle fondamenta, di modo che la litigiosità dei cittadini e l’inefficienza della macchina giudiziaria si riducano. L’approccio consentito dalle rappresentanze forensi italiane negli ultimi venti anni non ha portato a nessun miglioramento, per i cittadini e per gli avvocati. Di chi sono le responsabilità? Come si può continuare ad ignorare che le classi dirigenti dell’avvocatura continuano a ricevere un sostegno a volte persino plebiscitario, tra coloro che si recano al voto, pur non potendo presentare un bilancio operativo meno che insufficiente?
ARDE nei prossimi anni continuerà a lavorare, cercando di mettere a punto le sue proposte in modo sempre più dettagliato e provando a lavorare perché possano finalmente diventare leggi dello Stato. 

Avv. Salvatore Lucignano