Il dibattito sulla scomparsa del lavoro e del reddito, sulla possibile creazione di sistemi economici stabili, caratterizzati dal reddito universale, vedono nella crisi dell’avvocatura di massa e nel fenomeno dei lavoratori per status, così diffuso tra gli avvocati poveri, uno specchio fedele di un processo storico sempre più difficile da minimizzare e nascondere.

E’ ormai evidente che la problematica che riguarda la scomparsa del reddito da lavoro, lungi dal poter essere banalizzata o confinata in una dimensione marginale del dibattito politico e sociale, stia assumendo una valenza sempre più centrale per i cittadini italiani ed europei. Sempre più spesso ci si imbatte in analisi che prefigurano la possibile scomparsa del reddito da lavoro, o comunque una sua drastica riduzione, con conseguente inattività di massa. Gli scenari che attengono alla forma che assumerà la società post-industriale non consentono di escludere che nei prossimi anni avremo bisogno evidentemente trovare sistemi di allocazione del reddito che non derivino semplicemente dalla remunerazione del lavoro, in ragione del declino di un modello di inclusione sociale basato sulla diffusione del lavoro a tempo pieno ed indeterminato e del welfare universale, comprendente modelli previdenziali particolarmente generosi, che scaricavano sulla fiscalità generale il peso dei benefici concessi alla cittadinanza.

Il mutamento profondo del lavoro, il progressivo impoverimento dei lavoratori, che sempre più spesso vedono prospettive future di mancata autosufficienza, sia per i periodi di inattività che si inframmezzano ai periodi di lavoro attivo, sia per il progressivo regredire delle misure di welfare e della pensione a credito delle generazioni future, portano ad alimentare un circolo vizioso. Il finanziamento del sistema di assistenza pubblica per mezzo di risorse tratte essenzialmente dal lavoro, a causa di politiche incapaci di reinvestire i proventi della rendita parassitaria e speculativa, inaridisce le fonti del benessere sociale. L’effetto di una continua rincorsa tra tassazione, aumento della contribuzione ed insufficienza dei fondi per generare assistenza, mettono in crisi l’intero sistema di coesione sociale italiana ed europea. Gli schemi operativi che continuano a ragionare nell’ambito del modello novecentesco prestano il fianco ad una ormai evidente inadeguatezza, sia sul piano economico, che sociale, oltre a non riuscire più a rispondere a domande di ordine filosofico, che attengono al ruolo dell’individuo nella società, alla finalità ultima del lavoro, al suo peso ed alla sua incidenza nella vita di ciascuno di noi.

Il progressivo allontanamento dei modelli di produzione del reddito dallo schema industriale di creazione delle cose, degli oggetti, la messa in discussione del consumismo, come elemento connaturato al benessere e al progresso della civiltà, non sembrano aver scalfito le certezze di chi non si interroga sulla crisi della società capitalistica globalizzata. Spesso si continua a ragionare come se il mondo sia ancora un luogo fatto di mercati e sistemi socioeconomici chiusi, con capifamiglia in grado di provvedere al reddito dei figli ed al loro inserimento sociale. Si ignora l’effetto delle macchine, quale elemento sostitutivo del lavoro umano, non si capisce, o si finge di non vedere, che l’intelligenza artificiale getta il seme di una potenziale autonomia e replicabilità indipendente della forza lavoro, che può avere come effetto una drastica riduzione della necessità di forza lavoro umana, o perlomeno di una certa forza lavoro, già nei prossimi cinque o dieci anni. Pensare di rispondere a questi mutamenti, ad un costante surplus di forza lavoro rispetto alla domanda del mercato, con ricette vecchie, statiche, ormai giunte al limite della propria praticabilità, vuol dire forse il condannarsi ad una incapacità di guidare i processi in atto.

Occorre prendere atto che il mondo contemporaneo non è necessariamente un luogo in cui il bisogno individuale di reddito e lavoro corrisponde alle necessità o alle possibilità sociali ed economiche di allocazione e valorizzazione di tali bisogni. Uno studio serio ed onesto dei meccanismi di allocazione e rigenerazione del valore dimostra che la dimensione immateriale, e spesso irrazionale, dell’agire economicamente orientato dell’uomo, è in grado di mettere in crisi i pilastri etici, prima ancora che giuridici ed economici, che hanno consentito la coesione delle società di massa, figlia dello scenario generatosi dopo la fine del secondo conflitto mondiale. La stessa capacità del numero di esseri umani di autoregolarsi è messa pesantemente in crisi dalla negazione di questo elemento, come uno dei fattori di cui discutere, a livello globale. Fingiamo di avere risorse e possibilità illimitate, ignoriamo le pressioni demografiche, trasformiamo la gestione delle crisi umanitarie in un business dell’esistente, che a sua volta sfrutta il problema per generare valore e reddito, per pochi, continuando a mettere pressione ad una bolla di disagio sociale che rischia inevitabilmente di scoppiare, travolgendo anche la stabilità delle nostre comunità.

Non si vuole prendere atto che i modelli di coesistenza economica contemporanei vedono un’eccedenza oggettiva di alcuni individui, che i fenomeni legati alla crescita dell’economia si muovono in direzione schizofrenica, contenendo elementi di impoverimento, ed allo stesso tempo di spesa ed in definitiva di investimento, legati alla gestione delle “esternalità umane”, ovvero di quelle masse di uomini e donne escluse dalla piena integrazione sociale. Allo stesso tempo, la natura duplice, contraddittoria, spesso ambivalente ed ambigua di questi fenomeni, comincia a presentare il conto a chi deve valutare ed operare per stabilizzare la società contemporanea. Occorre impedire che il business dell’assistenza agli “eccessi di umanità” diventi una nuova forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Molti studiosi della società mondiale degli ultimi decenni concordano nel definire il modello di sviluppo occidentale in auge fino alla fine degli anni 70 come il più riuscito esperimento di redistribuzione di ricchezza mai sperimentato dalla società umana. Se infatti osserviamo ciò che è accaduto, grossomodo dal 1945 al 1970, in Europa e negli Stati Uniti d’America, notiamo come un vastissimo numero di individui e di famiglie, in questo lasso di tempo, abbia potuto giovarsi di un modello di sviluppo capace di includere gli individui in una prospettiva di crescita, incontestabile e verificabile. Le basi di questo sistema riguardavano la possibilità di piena occupazione, l’assistenza universale, la possibilità che economia e previdenza non si pestassero i piedi. Si producevano redditi e valore e tutti ne godevano, all’interno di un sistema che garantiva a ciascuno una ragionevole aspettativa di benessere, per tutta la durata del proprio ciclo vitale.

Oggi questo modello è andato in frantumi, messo in crisi dalla rivoluzione tecnologica, dalle concentrazioni della rendita speculativa nelle mani di pochi, enormi operatori. Assistiamo, di fatto impotenti e privi di strumenti adeguati alla difesa, ad un penoso arretramento della politica, soppiantata da strumenti decisionali spesso lontani dal popolo, ma capaci di incidere, in modo quasi dogmatico, sugli assetti delle nostre società.

Nel frattempo, le intelligenze create dalla robotica porteranno nuovi elementi di destabilizzazione e caos all’interno di un sistema già al capolinea. Le delocalizzazioni, la destrutturazione dei distretti industriali, la perdita di identità, degli individui, dei territori, dei popoli, giocherà un ruolo ancora più distruttivo nei fenomeni di identificazione sociale. Da molto, troppo tempo si è rotto il legame tra produzione e distribuzione della ricchezza, ed è venuto progressivamente meno il senso intrinseco del lavoro. Le figure dei cercatori di reddito, forme di lavoro sempre più diffuse, ma slegate dai concetti di utilità sociale, distruggono quel che resta di un’idea obsoleta, e francamente spesso patetica, di società fondata sul lavoro.

In questo scenario il pensare di sopperire ad una possibile inoccupazione generalizzata negando il rischio rappresenta una scelta scellerata. Allo stesso tempo ignorare che un individuo privo di reddito adeguato è automaticamente escluso dalla società, anche se possiede un lavoro, è follia, ma allo stesso tempo incarna un paradosso sociale che sta generando mostruose ingiustizie e massicci fenomeni di alienazione globale.

Per contrastare la fenomenologia del lavoro che si riduce a status, senza garantire all’individuo le risorse economiche necessarie ad integrarsi appieno nella società, occorre rivolgere la propria attenzione a modelli che mettano al centro la ricchezza complessiva, che diano un ruolo ad ogni persona, in modo che essa si trovi sempre ad essere inclusa in modelli comportamentali produttivi di effetti sociali positivi, che riconoscano al consumo, all’impegno, all’essere parte della collettività, un potenziale netto di sviluppo, per l’individuo e per la società. In altri termini ci troviamo di fronte ad una probabile evoluzione di uno degli elementi più naturali e risalenti del rapporto tra uomo ed ambiente che lo ospita, da migliaia di anni: il legame tra l’esistenza ed il bisogno. Le nuove frontiere dell’economia immateriale possono portare a nuove forme di integrazione, capaci di far viaggiare di pari passo l’esistenza ed i bisogni del singolo, con i vantaggi economici e di sviluppo della civiltà. Perché ciò avvenga, non possiamo rinunciare alla possibilità che un reddito da impegno affianchi quello da lavoro. Allo stesso tempo appare sempre più pressante l’esigenza di trovare un modo per ancorare in maniera eticamente accettabile il benessere del singolo a quello della collettività, impedendo, osteggiando, contrastando, sperequazioni che non possono più essere ritenute accettabili, qualsiasi sia l’ideologia di fondo che muova il sentire dell’individuo contemporaneo. Libertà non può voler dire possibilità di possesso indiscriminato. Reddito non può essere rendita illimitata, ricchezza senza freni, capacità di comprare pezzi di mondo, presente e futuro. Tutto questo non fa né rima con “società”, né con “libertà”. Tutto questo è mera irrazionalità, negazione della valenza pubblicistica della proprietà privata, accettazione supina delle spinte e delle pulsioni più nefande, come motori dei meccanismi che generano economia, profitto e risorse.

Se ragioniamo con questa ottica, la creazione di figure ed istituti giuridici che affianchino al reddito da lavoro un diverso reddito, da impegno, da cittadinanza, da esistenza o da agire orientato, non può essere vista come un’opzione da scartare a priori. Ci si deve confrontare con queste possibilità, in modo laico e senza pregiudizi, perché la disoccupazione giovanile di massa, la povertà dei lavoratori, lo spettro di pensioni da fame per milioni e milioni di famiglie, non sono di certo elementi meno drammatici dell’accettazione di un possibile cambio di paradigma economico per la nostra società futura.

 

Avv. Salvatore Lucignano