Big data analysis.

Se ne parla pochissimo all’interno dell’avvocatura italiana, eppure l’esplosione del fenomeno sta mettendo in crisi settori consolidati del diritto, come ad esempio la privacy, e creando nuove modalità operative per chi voglia intercettare domande e valore. I big data sono essenzialmente flussi di informazioni provenienti dalle fonti più disparate, capaci – se analizzati e classificati con perizia – di fornire all’osservatore precise chiavi di lettura per interpretare la bulimia di informazioni che caratterizza la contemporaneità.

Questo mare di informazioni, apparentemente prive di senso ed incapaci di generare valore, sono in realtà utilizzabili per valutare tendenze sociali, evoluzioni e richieste di prodotti e servizi e nascondono dunque un tesoro di cui molti tentano di impossessarsi. Mentre aumenta a dismisura la classificazione dei profili, dei gusti, degli acquisti di tutti gli utenti e consumatori che riescono ad essere registrati nei contenitori di dati, l’IOT (Internet of things) si prepara a sovvertire definitivamente il concetto di oggetto, proiettando l’intera umanità nella civiltà degli avatar.

I progetti di smart cities più avanzati, tra cui Singapore e Barcellona, prevedono già che l’amministrazione dei centri di connessione e scambio  fondamentali per la vita delle comunità locali sia affidata in parte all’analisi dei big data. Le carte elettroniche che governano i rapporti tra cittadini ed amministrazione elaborano continuamente strategie di miglioramento basate sui big data, ottimizzando molteplici processi di gestione, da quelli legati agli orari degli uffici alla periodizzazione degli innaffiatoi per le aree verdi, per non parlare dell’organizzazione dei mezzi di trasporto, basati su studi sempre aggiornati delle effettive esigenze di mobilità degli utenti.

L’economia on demand si nutre sempre più di processi di analisi contingenti, che intercettano flussi e tendenze di breve periodo, ne massimizzano il valore di mercato, per poi riconvertirsi in settori che prospettano nuovi e più appetibili margini di profitto. I modelli statici di imprenditorialità, che non si adeguano all’osservazione delle realtà di massa e dell’apparente caos che le caratterizza, cedono il passo a chi è in grado di leggere tali realtà.

I big data rivestono così un’importanza decisiva per arginare le perdite di valore generate dalle crisi settoriali e sistemiche, come quella che in Italia vive l’avvocatura di massa. I processi di riconversione capaci di intercettare valore non possono prescindere dalla comprensione delle tendenze sociali che circondano il fornitore di servizi. Elementi come il marketing, la scelta del settore a più alto rendimento, la capacità di trasformare background culturali perdenti in basi per la fornitura di prestazioni a più alto valore aggiunto, finiscono con il soppiantare la stessa formazione tecnica, come fattori in grado di generare ricchezza. In altri termini, capire cosa offrire e a chi offrire può fare la differenza tra un modello operativo redditizio ed uno perdente, più ancora di quanto non possano le asfittiche e statiche abilità operative, slegate dalla comprensione delle richieste dei gruppi sociali in cui si opera. L’accesso ai big data diventerà dunque sempre più importante per differenziare operatori in grado di realizzare valore, perché in assenza della comprensione di questo fenomeno, diventerà sempre più difficile operare in modo proficuo per periodi medio lunghi.

Questo scenario impone di adeguarsi ai meccanismi che determinano il profitto all’interno dell’economia digitale, emanando leggi che ambiscano a regolare queste nuove realtà economiche, senza limitarsi a subirle.  Occorre mettere la giustizia ed i valori della collettività al centro dello scenario, opponendosi alla forza del capitale e del controllo della tecnologia. I dati prodotti ogni giorno dalla nostra attività vitale, dai siti internet che visitiamo, dalle cartelle cliniche, dagli interventi chirurgici di avanguardia che fanno letteratura medica, vedono noi tutti nelle vesti di produttori di valore. I profitti derivanti queste informazioni ci sono però sottratti alla radice, perché non esiste una legge che consenta al cittadino fruitore del web di riottenere parte della ricchezza prodotta attraverso la catalogazione e la commercializzazione dei dati che riguardano la sua attività di navigazione online.

L’evoluzione del valore delle banche dati va di pari passo con la scomparsa del lavoro materiale. Ormai questa evenienza non è una chimera, ma l’approdo possibile di processi economici e tecnologici che non promettono nulla di buono. Indugiare in un ottimismo di maniera, che si faccia beffe dei dati che continuiamo a raccogliere sui fenomeni dell’inoccupazione giovanile di massa, dei lavoratori poveri e delle nuove forme di schiavitù legalizzate, non appare il miglior modo di fronteggiare le sfide che ci attendono nei prossimi dieci anni.

Molti studi confermano che la desertificazione demografica delle aree rurali e periferiche, la concentrazione della popolazione mondiale nelle grandi megalopoli, genererà gravissimi problemi di gestione dei flussi migratori, uniti a forti squilibri nel mercato del lavoro. Evitare lo spopolamento e l’abbandono di vaste aree del pianeta, garantendo un’adeguata e proficua umanizzazione dei contesti meno appetibili, sarà compito fondamentale di una politica di bilanciamento che non può più essere affidata al fango del Dio Mercato. Le distorsioni del capitalismo cognitivo stanno producendo nuove e più ciniche forme di disuguaglianza, che sarà sempre più difficile estirpare, se non si agirà sui fondamenti economici della società immateriale. Il libero accesso ai dati, la difesa di un utilizzo privilegiato da parte delle grandi forze capitalizzate ed automatizzate, la diffusione di reti a misura d’uomo, capaci di generare profitto mediante il reinventarsi di un’economia micro, assistita dal pubblico e sottratta alla dittatura del gigantismo postmoderno, sono elementi imprescindibili per poter continuare coltivare una speranza di orizzontalità dei rapporti sociali.

Nel fango del Dio Mercato.

Va anche detto che l’ottimismo di maniera non è meno infondato del catastrofismo aprioristico. Il mercato, questa entità tanto mitizzata dalla società occidentale, mostra ormai le mille crepe legate alla sua incapacità di generare ricchezza diffusa, coniugandola con il benessere e la giustizia sociale. La scomparsa del mostro totalitario comunista è ormai troppo risalente nel tempo perché la politica mondiale non si interroghi seriamente sull’efficienza e sulla sostenibilità di un modello di sviluppo avido, predatorio, devastante per l’ambiente e per il futuro, che ha commercializzato le persone, che sempre più spesso vede la mortificazione dei diritti individuali, la stratificazione delle conoscenze e delle possibilità, la palese iniquità delle condizioni di vita di miliardi di persone, nullatenenti o quasi, a fronte di poche migliaia di individui, liberi di giocare a proprio piacimento con i destini del mondo. Nel fango del Dio Mercato non c’è più posto per i falsi miti del globalismo sfrenato. Il mercato, la sua autoregolamentazione, la sua presunta capacità di selezionare il bene, il giusto e l’equo, sono storielle a cui non crede più nessuno. Siamo in presenza di una chiara assenza di quell’anima nobile, intrinsecamente progressiva, che troppi padroni hanno instillato nelle menti dei prolet, in una riedizione, niente affatto corretta, bensì forse ancor più cruda, dei paesaggi sociali immaginati dal George Orwell nel 1948.

Quanti tra noi, che pure abbiamo creduto o in parte crediamo a questo mantra, sapremmo  oggi giustificare il mercato? Riflettiamoci. Non è forse vero che questo totem onnipresente nelle nostre vite, è costantemente evocato, idolatrato, vituperato, senza che la gran parte delle persone che lo nominano ne abbiamo una pallida conoscenza, sta generando ingiustizie ed infelicità, non meno dei modelli totalitari che abbiamo giustamente combattuto ai tempi del muro di Berlino? Una multinazionale dell’abbigliamento, che monopolizza il commercio di articoli di vestiario sportivo, producendo la gran parte dei beni che vende in paesi sottosviluppati, in cui impiega minorenni, sottopagati, schiavizzati, costretti a turni di lavoro massacranti e tenuti privi di alcuna tutela sindacale. Se qualcuno tra noi ipotizzasse che questo è mercato, sarebbe convinto della sua anima buona?

La diffusione del rapporto elaborato dall’istituto SVIMEZ nel 2018 ha presentato dati legati alla condizione del sud Italia ed ha riproposto, seppure per un breve attimo, la discussione sulla scomparsa del lavoro e del reddito, che sempre più sembra favorire una desertificazione generazionale delle regioni del nostro mezzogiorno. In particolare, alla stagnazione del numero di lavoratori e all’emigrazione massiccia di giovani italiani in cerca di un futuro migliore, fa ormai compagnia la realtà dei cosiddetti “lavoratori poveri”. In pratica stiamo assistendo ad una progressiva erosione dei redditi e dei diritti dei lavoratori, impiegati in attività spesso usuranti, poco qualificate, con scarsissime prospettive di progressione sociale e reddituale, ed un’aspettativa di sostenibilità economica, per quanto riguarda l’età della pensione, che a detta di tutti è assai negativa. Anche questo è mercato? L’anima candida del nostro Signore Mercato vuole tutto questo, magari in ossequio ad un divino e provvidenziale disegno di riscatto ultraterreno?

In gran parte del mondo, ormai dominato in lungo e in largo dal mercato, il risultato di questa signoria è un’allocazione delle risorse che ricalca la celeberrima società feudale, mirabilmente descritta dal grande Marc Bloch. Anche i contadini dei bei tempi antichi andavano al mercato. Non cerano le transazioni in tempo reale, l’ambiente era certo più rustico, ma si scambiavano merci e servizi in cambio di moneta sonante, proprio come ora.

A quei tempi c’erano pochissimi ricchi, che possedevano la gran parte di tutto ciò che aveva valore economico e che dovevano fare poco o niente per mantenere intatta, o addirittura aumentare, la propria smodata ricchezza. Al contrario, c’era una moltitudine di persone che erano nullatenenti, o quasi, che non potevano aspirare ad una vita piena e libera, si moriva spesso, si faticava tantissimo, non esistevano tutele e i diritti, quando c’erano, erano poco più che parole scritte sulla carta.

Far si che i fattori che generano ricchezza nella nuova economia digitale ed immateriale siano allocati in modo equo e democratico è una delle maggiori sfide che attendono l’avvocatura futura. Senza un impegno in tal senso, il ruolo sociale della nostra professione resterà confinato in quell’ambito tribunalizio che ormai fa sempre più fatica a cogliere i processi caratterizzanti della nostra civiltà. 

Avv. Salvatore Lucignano