Intervento depositato agli atti da ARDE all’assemblea degli iscritti del COA di Napoli del 20 novembre 2018, avente ad oggetto le azioni da intraprendere in materia di possibile riforma della prescrizione. 

La sospensione o l’interruzione del termine di prescrizione dei reati per la durata dei gradi di giudizio successivi al primo, annunciato come possibile intervento dal Ministro della Giustizia Bonafede, è una ipotesi che ha immediatamente suscitato reazioni violente all’interno dell’avvocatura italiana. Il sentimento dominante all’interno della classe forense parrebbe lasciare poco spazio a voci dissonanti: sono insorte le Camere Penali, che si vedranno a Roma, il 23 novembre, l’Organismo Congressuale Forense, le associazioni, mentre il Consiglio Nazionale Forense ha assunto una posizione tiepida, prudente, lasciando chiaramente intendere di essere interessato allo scambio con provvedimenti di qualsiasi genere, pur di ottenere il recepimento della famigerata “mozione zero”, fatta acclamare da Mascherin al XXXIV Congresso Nazionale Forense, che vedrebbe l’ingresso dell’attuale CNF, con la sua mostruosa ed autoritaria concentrazione di poteri, nella nostra Costituzione repubblicana e democratica.

Il tema della prescrizione viene ciclicamente riproposto, contribuendo a restituire un’immagine dell’Italia assai lontana da quel paese in cui non esista più un “problema giustizia”, secondo la fantasiosa versione dell’ex Ministro Andrea Orlando, tanto acclamato dalle nostre istituzioni forensi. Ciò nondimeno il problema prescrizione esiste ed impone un equilibrio, tra la bulimia di interventi normativi, che stravolge continuamente gli istituti processuali e una situazione di fatto che vede i nostri processi penali durare a volte persino dei decenni, portando alla prescrizione di un gran numero di reati.

Le statistiche pubblicate dagli organismi internazionali sono impietose: sia che si guardi ai dati OCSE o a quelli forniti dal CEPEJ, l’Italia è maglia nera, in Europa e nel mondo, per reati prescritti, con punte del 60% dei reati per cui si avvia l’azione penale, in molti distretti di Corte d’Appello.

L’annuncio che ha generato tanto clamore è dunque figlio di una realtà che non può essere liquidata in modo semplicistico, invocando “processi celeri”. Al netto dei lodevoli auspici, non possiamo negare che la prescrizione in Italia sia diventata l’esito quasi fisiologico del processo penale, contribuendo ad evitare condanne a molti cittadini riconosciuti colpevoli dai primi gradi di giudizio, azzerando le possibilità di ottenere una verità processuale, anche per fatti di cronaca di grande impatto sociale, in ragione dell’intervento di questo istituto.

Le soluzioni a questo stato di cose possono essere le più diverse, ma il problema vero è il superamento di due visioni antitetiche della giustizia: la prima, che appare ampiamente dominante all’interno dell’avvocatura, che tende ad invocare il massimo garantismo nei confronti dell’imputato, anche quando di fatto esso si traduce nello sfruttamento delle inefficienze statali per ottenere una generalizzata impunità. Diversamente, per chi tende ad una visione che privilegi la certezza della pena, anche in chiave populista e demagogica, la compressione del sacrosanto diritto a non subire il processo “eterno”appare tutto sommato accettabile, sacrificabile, all’altre di diversi interessi dell’ordinamento.

Si dice infatti che una stretta sulla prescrizione possa servire ad evitare che l’Italia continui ad essere il paese della cuccagna, in cui i ricchi, i potenti, i colletti bianchi, possono sempre sperare di farla franca, mentre le galere scoppiano di poveracci, immigrati e delinquenti di mezza tacca.
In questa ottica l’idea di una prescrizione che agisca per fasi, o che sia temporaneamente “bloccata”, al deposito di una sentenza di condanna, non può apparire un’eresia, anche tenendo conto che paesi dalla civiltà giuridica avanzata negano decisamente l’applicazione di questo istituto, una volta avviata l’azione penale.
Al netto del clamore, una riflessione su questa vicenda solleva questioni più complesse della facile protesta: occorre infatti interrogarsi su un modo di legiferare parcellizzato, che rifiuti di agire con visione generale e sistemica. Questo modus operandi, ormai adottato da anni dal Parlamento italiano, con l’avvocatura istituzionale ed ordinistica che funge da spettatore silente, impotente, o peggio, non di rado complice, appare ormai inesorabilmente destinato ad essere sommerso da una valanga di critiche.

La coperta è corta e da qualsiasi parte si tiri, senza contemperare efficienza, rigore e tutela dei diritti, si rischia di accontentare e scontentare tutti.

I problemi del processo penale sono enormi ed evidenti: non sembra possibile continuare a parlare di obbligatorietà dell’azione penale in un paese in cui gli uffici giudiziari sono sommersi da reati a scarsissimo impatto sociale, dovendo spesso trascurare priorità legate al malaffare organizzato per perseguire piccoli spacciatori e ladri di polli. Non è più pensabile che le indagini preliminari dei pubblici ministeri siano spesso una lunga gita a vuoto, facendo prescrivere i reati prima ancora che si giunga a dibattimento.
Le aspre polemiche di questi giorni non fanno che certificare l’assenza di un dibattito politico all’altezza della gravità della situazione, mentre le risorse, umane, economiche e culturali, continuano a latitare, lasciando la nostra giustizia penale in uno stato di assoluto degrado, denunciato ormai da anni, ma ignorato da tutti, salvo qualche intervento spot, che non risolve, ma forse acuisce la distanza e la sfiducia dei cittadini e degli operatori di settore.

Detto questo, due parole vanno dette anche sulla convocazione di questa assemblea da parte del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli: ricordando a questo Consiglio che nel 2017, a seguito di un movimento di lotta promosso dall’avvocatura di base, sono state convocate due assemblee, in maggio e in luglio, che hanno portato all’adozione di deliberati assai chiari in materia di contribuzione previdenziale. Uno di questi deliberati prevedeva l’istituzione di un tavolo tecnico, che coinvolgesse anche un attuario, per una valutazione del Foro di Napoli sull’eventuale impatto di una contribuzione previdenziale proporzionale al reddito sui bilanci della Cassa Forense. Nulla è stato fatto. Sorge dunque il dubbio che queste assemblee, che pure all’inizio di questa consiliatura speravamo potessero diventare un momento costante di confronto tra gli iscritti, vengano ritenute da qualche attuale Consigliere un momento di facile propaganda. Ciò non deve accadere. L’assemblea degli iscritti è un momento serio. I deliberati delle assemblee vanno attuati. Il Consiglio, se intende essere credibile nel raccogliere gli impegni che questa assemblea vorrà adottare, cominci a dare attuazione a quelli pregressi, ad oggi disattesi. Diversamente non ci si potrà dolere della scarsa partecipazione degli avvocati napoletani a questi confronti, perché essi ne riconosceranno giustamente l’inutilità.

Napoli, 20 novembre 2018

Avv. Salvatore Lucignano

Coordinamento ARDE