ARDE è un’associazione che nasce da una visione critica sull’operato delle istituzioni forensi italiane. Il punto è che l’avvocatura, almeno nelle occasioni elettorali in cui abbiamo potuto valutare il suo orientamento, dal 2014 al 2018, ovvero nei primi anni in cui ha trovato vigore la Legge Professionale Forense n. 247/2012, ha espresso risultati quasi plebiscitari a favore delle istituzioni e dei loro governanti, lasciando più di un dubbio sull’effettivo malcontento presente all’interno della classe forense. Proprio per cercare di capire se esista uno scollamento effettivo tra opinioni e voti, vale la pena fare qualche ragionamento con le seguenti considerazioni.

A che cosa servono le istituzioni forensi?

Ecco, basterebbe partire da una domanda, che potrebbe apparire banale, provocatoria, o sciocca, sospendendo il giudizio e tentando di dare una risposta. A che cosa servono le istituzioni forensi? Qual è il loro scopo? Perché esistono? Ok, per molti queste sono elucubrazioni marzulliane, sterili esercizi di stile che si perdono nei pollini della primavera. E’ lecito crederlo, ma è doveroso comprendere che la pratica di fatti sociali complessi, priva della necessaria conoscenza degli stessi, è alla base di una serie di comportamenti che hanno poco di razionale e molto di abitudinario.

Per comprendere meglio di cosa si parla, giova forse illustrare un esperimento scientifico condotto su un certo numero di scimmie. Poche scimmie in una stanza, un casco di banane in cima ad una scala, una doccia gelata sulle scimmie rimaste a terra mentre la più intraprendente si avventurava sulla scala, in cerca delle sue banane. La progressiva sostituzione delle scimmie che partecipavano all’esperimento con altre cavie, ignare dei motivi per cui al tentativo di prendere le banane corrispondeva un “pestaggio” operato verso la malcapitata avventuriera, non modificava il comportamento del gruppo studiato. Alla fine, una progressiva sostituzione che portava a stare nella stanza solo scimmie che non avevano ricevuto la doccia fredda al tentativo di appropriazione delle banane, ma che avevano visto picchiare chi tentava di prendere le banane, non modificava l’agire collettivo. Le scimmie picchiavano chi voleva prendere le banane, anche se “non sapevano perché”, ma solo perché avevano visto farlo ad altre scimmie, che lo avevano fatto perché avevano ricevuto una istruttiva doccia fredda.

Noi avvocati non differiamo molto dalle scimmie raccontate in questo esperimento. Il nostro approccio con l’Ordinamento Forense è di tipo scimmiesco, o umano, troppo umano, se si vuole, ma di certo non è di tipo razionale. Presupponiamo molte cose, senza preoccuparci affatto che siano vere e costruendo in tal modo le basi per comportamenti indotti, privi di giustificazioni produttive. In generale questo genere di atteggiamenti indotti dall’emulazione di ciò che generalmente avviene o si vede fare ad altri non deve destare troppo sconforto. L’emulazione di ciò che porta a confondersi nella generalità è un meccanismo di difesa piuttosto diffuso in natura, l’andare controcorrente è spesso ritenuto sintomo di esposizione e vulnerabilità.

ARDE tiene moltissimo al tema dell’esposizione, un concetto molto caro alle personalità forti, se declinato come capacità di affrontare in solitudine, o in ambienti sociali ostili, scelte opposte a quelle normalmente praticate dai più. Ci siamo più volte interrogati sull’esposizione, sulla tolleranza della solitudine e dell’ostilità, perché è indubbio che ogni azione politica radicale, e ARDE si prefigge proprio di operare scelte politiche radicali, deve prima o poi fare i conti con l’esposizione. Assumendo il concetto nella sua essenza più pura possiamo arrivare ad affermare che non c’è possibilità di radicalità laddove manca l’accettazione dell’esposizione.

Torniamo però alla domanda iniziale: a cosa servono le istituzioni forensi? Prima di rispondere può essere interessante riflettere su un’altra domanda dal sapore marzulliano: chi è l’avvocato?

Oddio, moltissimi a questo punto avranno già abbandonato la lettura, infastiditi dallo sforzo di definire ciò che dovrebbe essere scontato per tutti quelli che si avvicinino ad un articolo come questo eppure, se ci fermassimo a riflettere, se vincessimo l’ansia di un fare che mira a scavalcare il pensiero, dovremmo forse accettare l’idea che molti tra noi fanno gli avvocati senza chiedersi o avere ben chiaro in mente cosa significhi esserlo, o comunque facendo riferimento a definizioni personalistiche, avulse dalla normativa di riferimento, che abbiamo dimenticato o, nel peggiore dei casi, mai studiato approfonditamente. Può dunque sembrare complicato, o complesso, ma dobbiamo convenire che la riflessione su noi stessi è molto spesso ritenuta estranea alle attività meccaniche in cui impieghiamo noi stessi. Operiamo, agiamo e ci relazioniamo a nostri simili, che identifichiamo come tali con grande superficialità, ci fidiamo di segnali ritenuti accettabili secondo criteri di diligenza ben più larghi di quelli che useremmo in situazioni di allerta, e questo viene ritenuto parte di un atteggiamento quasi doveroso, automatico, indispensabile, nei confronti delle cose che ci circondano.

Sospendo dunque le mie risposte, per riflettere ancora sulle domande e tornare a dolermi di un’attività di indagine interna all’avvocatura del tutto inadeguata a sviluppare discussioni basate sul pensiero degli avvocati stessi. Nell’aprile del 2015 ho coordinato l’elaborazione e la realizzazione di un’attività che ad oggi, a distanza di tre anni dalla sua nascita, non ha ancora visto alcun tipo di replica. Sto parlando del sondaggio realizzato dal gruppo di lavoro Avvocatura 3.0 condotto sulla giovane avvocatura italiana, ovvero su 522 avvocati compresi tra i 30 ed i 35 anni di età. Si è trattato di uno sforzo di cui andare ancora fieri, a distanza di anni, ma non solo per lo spirito con cui quel gruppo di lavoro realizzò un documento unico nel suo genere, all’interno del panorama forense italiano, bensì per la straordinaria valenza dei dati raccolti, capaci ancora oggi di raccontarci moltissimo dei giovani avvocati italiani.

Senza adeguate conoscenze di ciò che i colleghi pensano, senza spingersi oltre il voto, uno strumento di inclusione democratica ormai vetusto, corroso dal clientelismo e da interferenze che non consentono, per il suo tramite, di correlare efficacemente etica pubblica ed interessi individuali, non riusciremo a fare quello che è più giusto. La realizzazione di sondaggi e rilevazioni di opinione sarebbe di fondamentale importanza per orientare il dibattito politico all’interno della categoria forense ed è per questo che le istituzioni nostrane rifuggono inorridite da questa pratica: non rischierebbero mai di mostrare ciò che le scimmie non devono sapere, continuando a comportarsi come hanno sempre visto fare in precedenza, senza farsi troppe domande.

ARDE invece non ha di questi problemi, dunque utilizzerò a piene mani i risultati di quella indagine, di cui mi fa piacere rivendicare la paternità, con una certa dose di orgoglio e compiacimento. Prendo dunque in prestito le idee dei nostri giovani colleghi italiani per far notare ai lettori di questo intervento come le scimmie, se adeguatamente stimolate, si distanzino in modo netto dalla reiterazione acritica di comportamenti che hanno visto adottare da altre scimmie. Uscendo fuor di metafora, quando abbiamo chiesto ai giovani colleghi se a loro parere un avvocato non possa definirsi tale se non opera nel processo, la risposta è stata per certi versi illuminante, per altri in decisa controtendenza con l’apparente conservatorismo delle rilevazioni artigianali, perlomeno per come noi analisti le percepivamo: solo 12 avvocati su 522, un misero 2,3%, ha dichiarato di ritenere il processo un elemento indispensabile all’attività ed all’identità dell’avvocato. Una sola domanda, se posta in modo da stimolare la libera espressione del pensiero, aveva sgretolato uno dei miti più in voga tra la popolazione forense: quello del vero avvocato che consuma le scarpe in udienza.

I giovani italiani non sembrano d’accordo: il processo è un di più, un accidente, un elemento non necessario per l’avvocato, che ben può ritenersi tale anche se non opera nel processo, per ben il 72% del campione. Quegli avvocati, ben 376 su 522, accordavano infatti preminenza alla soddisfazione dei clienti, comunque raggiunta, piuttosto che al mito dell’avvocato come “difensore dei diritti”, riconosciuto come “vero” avvocato solo da 130 intervistati, pari al 25% del campione.

Certo, qualcuno potrà dire che un sondaggio, condotto peraltro senza nessuna pretesa di infallibilità, seppure su un campione che lascia poco scampo a presunzioni di mancanza di rappresentatività della categoria censita, non è la verità rivelata, né rappresenta in modo indubbio il sentire dell’intera categoria. Ciò nonostante, questo piccolo esperimento ci consente di riflettere su uno dei fenomeni più evidenti all’interno della classe forense italiana, ovvero lo scollamento tra ciò che spesso si crede che gli avvocati pensano e ciò che, in un senso o nell’altro, essi effettivamente pensano. Tale scollamento non può non essere considerato e colmato, da una seria attività di studio ed analisi, se si vuole realmente fare ciò che gli avvocati vogliono e non ciò che si vuole, solo perché si può.

Ancora non abbiamo risposto e qualcuno potrebbe ritenere che stiamo divagando. Qualcun altro potrebbe ritenere che le divagazioni sono la vera essenza di un racconto, magari paragonandole alle deviazioni capaci di rendere un viaggio ben più interessante di quanto sarebbe stato senza perdersi in imprevisti e sorprese. Perché dunque deviamo? Perché divaghiamo? Semplicemente perché l’oggetto della riflessione da cui siamo partiti presuppone di aver chiara in mente la differenza tra complessità e complicazione.

Le istituzioni forensi italiane spendono molta fatica a raccontare agli avvocati che vorrebbero rappresentare quanto sia complessa la loro attività. Noi ignari rappresentati veniamo costantemente bersagliati con mitragliate di pacche sulle spalle, paternalismi dal sapore antico, quasi ottocentesco, e sospiri preliminari, che di fronte ad ogni dubbio o critica, ci ricordano quanto sia complesso fare ciò che vorremmo si facesse meglio. La narrazione della complessità del fare è divenuta una dei nostri dogmi, un altro di quei riti tramandati alle giovani scimmie da vegliardi ammantati di decoro: un falso mito.

Ebbene, occorre confessarci e dire che in molti, anzi in troppi avvocati italiani, ancora non si sono liberati del mito della complessità dell’agire delle istituzioni forensi. L’istituzionalizzazione è riuscita a spacciare la complicazione per complessità ed in questo modo ha eretto una cortina di fumo a difesa della scala, riuscendo a trasformare schiere di scimmie in ubbidienti soldatini, pronti a malmenare chiunque tenti di prendere le banane, anche se chi intende farlo vorrebbe che il frutto del suo sforzo fosse destinato a sfamare i suoi compagni di sventura.

 

 

Continuando a divagare riflettiamo sull’avvocato, come tutore di una parte o come operatore che si deve misurare con un obiettivo più alto, diverso, o comunque altro. Anche qui i giovani avvocati italiani che abbiamo intervistato nel 2015 si sono mostrati probabilmente più innovatori e meno tradizionalisti di quanto ci aspettassimo: la gran parte di loro ritiene che l’avvocato debba essere o sia già un problem solver, sganciato dal ruolo di parte e tenuto a cercare di agire come risolutore di conflitti.

Un libro che consiglio sempre ai giovani tirocinanti che si avvicinano alla professione forense è “Qual è il titolo di questo libro? L’enigma di Dracula ed altri indovinelli logici”. L’autore, un logico statunitense, alterna indovinelli logici e rompicapi alla domanda che campeggia sulla copertina, nascondendola e riproponendola con sagace e dispettosa allegria: “Qual è il titolo di questo libro? L’enigma di Dracula ed altri indovinelli logici”. A me piace fare lo stesso: “a cosa servono le istituzioni forensi?” “Che cosa è un avvocato?”

Non sto divagando. E’ tanto vero questo mio “non divagare” da essere stato incluso dall’istituzionalizzazione forense all’interno dei temi affrontati dal XXXIV Congresso Nazionale Forense, celebratosi a Catania, dal 4 al 6 ottobre 2018. Proprio come Raymond Smullyan, intendo dimostrare che l’apparente complessità delle funzioni del potere ordinistico mascheri in realtà una truffaldina complicazione, funzionale al mantenimento del potere dell’istituzionalizzazione, ma non certo connaturato a ciò che istituzioni libere e democratiche, inclusive e vicine all’avvocatura, potrebbero fare per fare enormemente meglio di quanto facciano ora.

 

 

In un primo commento alla pubblicazione dei temi scelti dal regime per il Congresso Nazionale del 2018 mi soffermai sulla palese imperizia, quasi infantile, che denotava la scelta dell’ordine con cui presentare i punti all’Ordine del giorno. Un avvocato dalle modestissime capacità avrebbe infatti immediatamente notato che la riflessione sul “definitivo chiarimento sulla natura dell’Ordine Forense” avrebbe dovuto avere la preminenza, logica e politica, su ciò che sarebbe disceso da questo agognato “chiarimento”, ma l’osservazione di quanto fatto dai vestali della complessità ordinistica porta noi, comuni mortali, a dover fare i conti con una evidenza dal sapore lacerante:

  • O i sacerdoti dell’Ordine sono molto più intelligenti di noi, ed hanno previsto e capito tutto, incluso il corretto modo di pensare;
  • Ovvero ci troviamo in presenza di improvvisati coglioni, che giocano con pozioni e formule magiche, ma come il delizioso Topolino di “Fantasia”, allagano il sottoscala, da buoni apprendisti stregoni.

Lascio ai miei piccoli lettori l’analisi sulla mia propensione nella scelta, che ben si presterebbe ad un sondaggio “ad hoc”, che forse potrebbe dirci molto sulla vicenda che gli avvocati italiani vivono in questi ultimi anni.

Quanto divagato ci consente però di tornare alle domande iniziali con minori sensi di colpa: appare infatti sensato chiedersi cosa siamo e cosa siano le nostre istituzioni, nel momento in cui loro stesse, che sono composte, in misura Schrödingeriana, da menti “mostruose”, se ne domandano la natura giuridica.

La Batracomiomachia congressuale che le complicate e marzulliane istituzioni forensi italiane periodicamente rappresentano, assume dunque più i toni del grottesco che del tragico, favorendo una gioiosa parodia dell’epica classica, dei richiami al Carnelutti, al Calamandrei e a tutta una schiera di morti, che se potessero vedere e toccare con mano il valore dei vivi, probabilmente chiederebbero di risorgere allo scopo di impedire di essere citati e portati ad esempio ad mentula canis.

Il bisogno di un chiarimento sulla natura giuridica dell’Ordine Forense non precede, ma segue, una serie interminabile di amenità, nel senso più vero e pregnante del termine, operate dall’Ordine stesso, il quale da interi lustri non è in grado di arginare il tema centrale nella vita dell’avvocatura italiana, ovvero la sua crisi reddituale e valoriale, ma continua a vendere santini degli istituzionalizzati apicali, come se il chiedersi se i risultati di tanto agire, siano utili ai destinatari di cotanta virtù, non sia una domanda più che lecita, vista la discrasia tra lo sbattimento e il costrutto ad esso collegato.

ARDE sta provando ad agire per spiegare che complessità non fa rima con complicazione, che l’accettazione di diversi livelli di approssimazione alla conoscenza deve necessariamente passare per la crescita della capacità critica di chi giudica, specialmente quando tali cognizioni si riflettono nel voto che legittima l’agire del potere.

 

Raymond Smullyan (qui in alto ritratto in una foto estrapolata da uno show televisivo statunitense), avrebbe sicuramente riso di un Ordine che ha da mettere Ordine sulla propria natura, prima di pensare di ordinare le vite dei propri rappresentati, giudicando probabilmente tale sovrastruttura una tipica divagazione dei furfanti, i deliziosi omini dell’isola in cui la popolazione si divide in due grandi categorie, quella dei cavalieri, che dicono sempre il vero, e per l’appunto quella dei furfanti, che mentono sempre. Chissà cosa avrebbe pensato il professor Smullyan di un sedicente cavaliere che si fosse presentato al suo cospetto esclamando: “salve, io sono l’Ordine che ti dà ordini e sono qui per mettere ordine sulla mia natura”. Non lo so, ma credo che Raymond non avrebbe esitato a dubitare di trovarsi di fronte ad un cavaliere.

Abbiamo divagato abbastanza. Avete ancora voglia di tornare alle domande iniziali? Siete stati tanto arditi da esporvi, da arrivare sin qui, nella lettura di un articolo osceno, indecoroso, contrario al normale senso del pudore forense? Non credo. Tuttavia appare interessante terminare questa allegra ed insensata digressione sulla follia ricordando che nel 2015, su 522 giovani italiani intervistati da Avvocatura 3.0, coloro che si ritenevano molto soddisfatti delle mirabolanti imprese degli Organismi deputati alla rappresentanza forense erano solo 17, pari al 3,3% del campione. Per contro, coloro che esprimevano poca o nessuna soddisfazione rispetto all’agire dei decorosi vestali dell’Ordine da definire erano ben 310, pari al 59,4% del campione.

Ecco, detto questo io lascerei a voi il compito di definire chi merita di essere dichiarato un furfante, perché la trovo un’operazione per niente complessa, ma inutilmente complicata.

Avv. Salvatore Lucignano