Il progressivo indebolimento dell’avvocatura italiana, la perdita di prestigio della categoria forense, la sua massificazione e squalificazione, ha avuto tra i suoi effetti un pauroso arretramento dei diritti, all’interno del paese. La magistratura, assurta sempre più a sproposito ad organo supplente, in presenza di un’evidente crisi della politica, ha approfittato di un sistema giudiziario allo sbando per imporre nell’immaginario della collettività italiana l’idea che l’inquirente fosse il difensore degli oppressi, il persecutore degli ingiusti. Si è dunque assistito, perlomeno nel corso degli ultimi 30 anni, ad un processo di svuotamento della cultura della difesa, acuito da un ordinamento che è lontanissimo dalla sua parificazione con l’accusa.

L’ordinamento giudiziario italiano  è così diventato un luogo di surrogati della giustizia, di ombre cinesi, fatto di grandi recite, scarsi effetti, iniquità manifeste e personalità, spesso ipertrofiche, che si sono mosse a cavallo tra due mondi, quello dei magistrati e quello della politica, che in un contesto sociale sano dovrebbero vedere pochissime commistioni.

E gli avvocati? Stremati dalla ritirata dello Stato dall’idea stessa di esercizio universale della giurisdizione, affamati da una crisi economica e sistemica che li ha allontanati dalle problematiche di diritto, inseriti in contesti operativi degradati e compromissori ed infine, schiacciati da istituzioni forensi inadeguate, fallimentari ed autoreferenziali, gli avvocati hanno finito per lasciare il campo, privi di qualsiasi autorevolezza.

Avremmo dovuto lavorare per una giustizia efficiente, che facesse della sua celerità, di risposte razionali ed utili, i suoi punti di forza. Abbiamo finito per accompagnare il disfacimento dello Stato di diritto, assistendo,  a volte complici, a volte semplicemente impotenti, alla disfatta del processo pubblico statale, alla cacciata dei cittadini dalle aule dei tribunali, alla diminutio capitis del difensore dei diritti, costretto a fare slalom tra compromessi, spesso ignobili ed umilianti, e rassegnazione.

L’avvocato italiano è oggi un professionista dimezzato, che si arrangia per offrire ai suoi assistiti la tutela di interessi che sempre più raramente riescono a camminare al fianco dei diritti, stretto tra rimedi inefficaci ed un ruolo di palese ed oramai innegabile subordinazione rispetto al magistrato, vero dominus incontrastato del pianeta giustizia.

Uno degli effetti più drammatici della nostra incapacità di essere classe e di giocare un ruolo nell’avanzamento dei diritti e degli interessi, è stata l’emersione di soggetti “parademocratici”, di autorità autoritarie, di entità aliene dai processi di legittimazione di popolo, che hanno potuto mettere argini alla piena e concreta realizzazione dei percorsi ideali della nostra Costituzione, forti di una copertura politica che ne ha legittimato i ruoli, arbitrari e spesso volti a spegnere le tensioni ideali ad una maggiore equità sociale, pur presenti, seppure in modo confuso e rabbioso, negli strati più sofferenti della popolazione.

L’avvocatura avrebbe dunque bisogno di ripensare se stessa, ritornando a chiedersi quale sia davvero la sua funzione nella società italiana contemporanea. Gli avvocati dovrebbero ambire ad un ruolo propulsivo in tema di diritti, senza più tralasciare il campo degli interessi, troppe volte vittima di un’impostazione retorica e vacua, figlia di un formalismo non più capace di interpretare i bisogni della modernità. L’avvocatura dovrebbe avvertire un forte bisogno di contrapposizione dialettica con la supplenza e lo strapotere del magistrato, ritrovare la voglia di stare in campo, all’interno della lotta per l’affermazione di modelli di controllo sociale sempre più bulimici, invasivi ed irrazionali, con posizioni improntate alla concretezza, alla semplicità ed allo stesso tempo all’effettività.

In mancanza di questo sforzo, culturale e politico, non si può pensare che gli avvocati riescano a stare in sintonia con la cittadinanza. Se il concetto di giustizia giusta è sempre più distante dalla mente dell’uomo comune, se le ondate di pressappochismo, dal sapore medievale, invocano rimedi spiccioli ed indiscriminati, è anche perché gli avvocati italiani hanno fallito nella capacità di diffondere un’idea di giustizia fondata sui principi del giusto processo.

I tentativi, che pure si sono immaginati, di sopperire a questa carenza, scontano un’assenza di credibilità che impedisce all’avvocato italiano dei nostri giorni di parlare al paese con la forza di un’immagine rassicurante. Gli avvocati non vengono ospitati dai media per parlare di diritto e di giustizia, se non quando sono ospiti di show in cui la difesa dei propri assistiti si sposta dalle aule di tribunale ai salotti mediatici. Gli avvocati non hanno peso nel costruire un modello di giustizia che torni ad essere prossima al cittadino che invoca certezze, non riescono ad incidere sulla nascita di un diritto collaborativo capace di esaltare e non di mortificare il processo di puro diritto.

L’avvocatura non ha voce, perché è preda delle sue mille voci, e non riesce, non vuole, non sembra essere in grado di uscire dall’angolo, ricostruendo una struttura interna capace di proiettare l’intera classe, o almeno una sua parte preponderante, verso l’acquisizione di consapevolezze e ruoli senza i quali la figura stessa dell’avvocato è priva di qualsiasi valore sociale.

Perché ciò accada, perché l’avvocato possa essere faro per la democrazia, servirebbe un’avvocatura finalmente democratica. Perché si possa essere credibili, nel parlare di libertà, senza essere accusati di difendere l’impunità, occorrerebbe un’avvocatura finalmente libera. Non possiamo pensare di parlare di efficacia ed efficienza dei processi, se le nostre norme deontologiche sono intrise di bigottismo di stampo inquisitorio, se i nostri procedimenti disciplinari ignorano i malandrini e perseguitano gli impuri. Non possiamo ardire di incitare e spronare il Parlamento alla formazione di buone leggi se i nostri regolamenti interni sono sistematicamente illegali, bocciati a più riprese dai Tribunali italiani, accusati a ragione di difendere posizioni parassitarie ed autoritarie.

Ecco il vero problema dell’avvocatura italiana di questi anni. In un paese in cui ci sarebbe un disperato bisogno di avvocati credibili e di un Ordine Forense parimenti credibile, noi siamo immersi nella vicenda decadente di una classe vittima delle sue nefandezze, seppur apparentemente protesa, in modo costante, spasmodico, ma inesorabilmente patetico, verso la difesa di valori che occorrerebbe affermare all’esterno, salvo il dover verificare, con tristezza, che essi sono del tutto assenti, in primo luogo al nostro interno.

In questo modo l’avvocato diminuito, così voluto fuori e dentro la classe, diventa il monco compagno di marachelle di una giustizia negata, spuntata, resa vuota parodia, mera forma, contenitore senza più anima. L’avvocato diminuito diventa il grottesco aedo di valori aulici, un cieco che guarda all’orizzonte, ma inciampa in continuazione tra i propri piedi, perché si muove tra un mare di cianfrusaglie, che non vuole e non sa rimuovere.

Il bisogno drammatico di giustizia, pure avvertito da una cittadinanza che non ha più riferimenti ideali e culturali solidi a cui rivolgersi per ottenerla, non può essere rappresentato e difeso da questa avvocatura. Serve un’altra avvocatura, una nuova avvocatura democratica, se si vuole davvero che l’avvocato continui ad avere vita nel futuro della nostra società. Non abbiamo alternative, non ve ne sono. In assenza di una palingenesi dell’Ordine Forense, l’avvocatura dei prossimi cento anni sarà composta esclusivamente da mestieranti, o al massimo da bravi attori, pronti a recitare il ruolo degli idealisti, ma in un clima di generale sfiducia e di penosa irrilevanza.

Avv. Salvatore Lucignano