Si parla tanto di avvocato “monomandatario”, “monocommittente”, dipendente, subordinato. Si tratta di realtà che sono esplose, nella loro drammaticità, con la crisi dell’avvocatura di massa. L’avvocatura italiana è campionessa mondiale di ipocrisia ed interramento della testa in sabbia, alla maniera dei famosi struzzi. La subordinazione e lo sfruttamento di certi avvocati da parte di altri avvocati sono fenomeni sempre esistiti, anche se l’agiografia dei bei tempi andati impedisce di riconoscere la pratica forense per ciò che spesso è stata, prima che ci decidessimo a sollevare il problema: sfruttamento legalizzato.

ARDE intende esprimersi in modo netto sul tema, affinché tali fenomeni cessino al più presto, ridando dignità a tanti colleghi, mortificati e vessati, ed impedendo a falsi eroi forensi di continuare ad atteggiarsi come cavalieri del lavoro, quando la realtà è che spesso si tratta di sfruttatori del lavoro altrui.

Fin dai bei temi andati il meccanismo che consentiva all’avvocato di sfruttare il praticante era semplice, tutto sommato accettabile, sia dal punto di vista sociale che etico. Il patto era che il praticante sarebbe stato sfruttato dal “dominus” (ricordiamo che il termine, in latino, tra le varie accezioni indica anche il concetto di “padrone”), in attesa di affrancarsi ed intraprendere la propria autonoma e libera professione. Tutto era reso sopportabile dalla possibilità di lauti guadagni, che si aprivano di fronte ai destini degli sfruttati, una volta completato il ciclo di vassallaggio nei confronti del padrone/insegnante.

La rottura del giocattolo non è dunque avvenuta per motivi di rinascita morale dell’avvocatura. Gli avvocati italiani, non diversamente da altre classi sociali, hanno sempre tollerato, incoraggiato o comunque convissuto con le pratiche di schiavismo adottate dai dominus nei confronti dei praticanti. La giungla, al netto dei racconti edulcorati di chi ricorda i famosi “bei vecchi tempi”, prevedeva che i più deboli, i meno intraprendenti, restassero schiavi per più tempo e a condizioni peggiori, mentre i più spigliati, o quelli che trovavano padroni dall’animo più nobile, venissero indirizzati prima all’esercizio autonomo della professione forense, godendo al contempo di condizioni di lavoro più consone, con rimborsi, piccole paghe, dispensa dalle mansioni più dequalificanti (segreteria, facchinaggio, accompagnamento del dominus per commissioni private, et similia).

La favola dei grandi maestri è dunque, appunto, una favola. In una classe che ancora oggi vive di retorica, con l’assurda e ridicola pretesa di incarnare una supremazia morale sul resto della società, la schiavitù di chi non ce la faceva ad avere una propria clientela e sceglieva di restare “a mesata” dal padrone, era fenomeno già sviluppato, fin dagli albori della bolla speculativa legata all’esplosione del fenomeno dell’avvocatura di massa. A cominciare dagli anni 90, con l’ingresso indiscriminato di una massa enorme di disperati all’interno dell’Ordine Forense, i fenomeni dello schiavismo legalizzato, dell’incapacità o dell’impossibilità per il praticante/famiglio di affrancarsi, sono divenuti sempre più estesi, con effetti spesso disastrosi, assolutamente indegni, acuiti dal progressivo deteriorarsi delle prospettive di crescita reddituale e professionale dell’avvocatura sfruttata.

All’interno della categoria si sono andati stratificando fenomeni di cristallizzazione delle posizioni: i vecchi, gli istituzionalizzati, gli ammanigliati, coloro che operavano in contesti ambientali più favorevoli, hanno potuto godere di manodopera a costo zero, di schiavi a cui affidare il lavoro, mentre gli altri, i poveri, i figli di nessuno, quelli fuori dalle convenzioni e dalle short list di comodo, si dovevano arrangiare, lavorando per i padroni, con pochi clienti propri, in condizioni di subordinazione di fatto rispetto ai dominus, restati tali anche ben oltre l’età dell’innocenza.

In tutto questo, che ne è stata dell’autonomia e dell’indipendenza del professionista? Dove sono finite queste virtù, tanto sbandierate come essenziali e connaturate allo svolgimento della professione di avvocato, mentre si passava da 60 mila a 242 mila iscritti? Semplice, con il calare dei redditi, con il diminuire dei clienti, con la fame e la disperazione, l’autonomia e l’indipendenza sono andate a farsi friggere. La necessità di sopravvivere, in contesti spesso sovraffollati e degradati, sia sul piano morale che operativo, ha trasformato decine di migliaia di subordinati, di fatto, in un esercito di lavoranti privi di prestigio, con redditi bassi e dipendenti in tutto e per tutto dal lavoro passato loro dai padroni.

Oggi c’è chiede di regolamentare il fenomeno, ma le soluzioni che non riconoscono il fenomeno del giurista capace di effettuare studio e lavoro, ma privo di una propria clientela, vocazione o possibilità imprenditoriale autonoma, lasceranno sempre sul campo miriadi di questioni irrisolte e si risolveranno, molto probabilmente, in un modo errato di affrontare il problema. La verità, quella che fa male e che gli avvocati italiani non vogliono ascoltare, è che l’avvocatura italiana è oggi un gigantesco supermercato, dove accanto a reparti che vendono beni di lusso e di nicchia, prosperano interi padiglioni adibiti a discount, con prodotti spesso scadenti, venduti senza fattura.

Un avvocato dipendente è una contraddizione in termini. Un lavoratore privo di clienti, per quanto possa essere bravo nel lavoro di qualificazione giuridica dei fatti, non è un avvocato, nel senso pieno del termine. Allo stesso modo, un avvocato oggi è fatalmente un imprenditore, che deve dedicare buona parte del proprio tempo alla ricerca di cibo, di prede, come un leone nella savana, che si veda progressivamente diminuire drasticamente la popolazione di gazzelle, e per sfamarsi sia costretto a cacciare anche prede meno nutrienti.

Il problema dunque sta a monte, nella volontà di scegliere che tipo di avvocati e di avvocatura vogliamo. L’indipendenza, l’autonomia, sono figlie di redditi accettabili, di un numero di clienti pro capite ugualmente accettabile, di una preparazione alla professione che comprenda la capacità di lavorare in proprio, senza bisogno di dipendere da alcuno. L’avvocato dipendente non è un avvocato, o meglio, è un’altra versione dell’avvocato, ma l’avvocatura italiana non vuole interrogarsi seriamente sulla massificazione della professione, preferendo continuare a cullarsi nelle favole dei bei tempi, quando i padroni erano più buoni, i treni arrivavano in orario e si potevano mangiare anche le fragole.

ARDE ritiene che una soluzione a questo problema passi inesorabilmente dalla revisione della L. n. 247/2012, consentendo la nascita di figure destinate ad un lavoro di tipo imprenditoriale, ma riconoscendo all’avvocato di studio una sua dignità professionale. In altri termini, l’avvocatura italiana deve uscire dalla vuota retorica e provvedere ad una definizione di categorie equiparabili ai barristers e solicitors presenti all’interno dell’ordinamento forense del Regno Unito. 

Non possiamo più tollerare che validi professionisti, preparati, giornalmente impegnati nel lavoro di preparazione di controversie di ogni tipo, restino alla mercé dei propri padroni, solo perché sprovvisti dei legami e dei contatti che consentono di gestire una clientela in modo autonomo. E’ arrivato il momento di affrontare anche questo aspetto scabroso della professione forense italiana ed ARDE si spenderà perché ciò avvenga nel rispetto della verità e della dignità dei nostri tanti, troppi colleghi ancora sfruttati da studi legali che approfittano di una crisi oramai sistemica.

 

Avv. Salvatore Lucignano