Tutte le rilevazioni e i report che riguardano la condizione dell’avvocatura nel mondo raccontano di una realtà professionale che va verso una radicale divaricazione delle possibilità e della redditività: mentre le grandi law firm, altamente capitalizzate, multifunzionali e legate ai settori a maggiore valore aggiunto, hanno ripreso a crescere, sia per quanto attiene ai redditi, che sotto il profilo occupazionale, gli studi legali personali, operanti sulla base del passaparola, estranei all’internazionalizzazione, alla concentrazione di capitale, arrancano, arretrando, sia per quanto attiene ai redditi, che per ciò che riguarda le prospettive di tenuta occupazionale.

I numeri dell’avvocatura diffusi dalla Cassa Forense, rappresentanti nelle tabelle che seguono, aggiornate al 2017, non lasciano molto scampo ad analisi difformi da questa premessa:  vi si può osservare un aumento di oltre 1000 unità del numero complessivo di iscritti, che si attestano a circa 243 mila (242.796, per l’esattezza) . I dati mostrano un decremento del tasso di crescita, che ammonta allo 0,4% nel 2017, ma continuano a fotografare un’avvocatura con redditi stagnanti, con un monte redditi sostanzialmente invariato rispetto agli scorsi anni , pari a 8 miliardi e 500 milioni nel 2017,  (era 8 miliardi e 400 milioni nel 2015) mentre il reddito medio pro capite per ciascun avvocato italiano si attesta a 38.400 euro (era 38.300 euro nel 2015).

L’avvocatura italiana continua a non riuscire a fronteggiare una pressione all’ingresso che appare dettata da fattori irrazionali, mentre non accennano a risolversi gli squilibri di carattere regionale o locale, che portano alcune realtà territoriali a caratterizzarsi per una miscela letteralmente esplosiva di densità di avvocati e carenze del sistema giustizia, configurando sacche di inefficienza e proletarizzazione della professione che dovrebbero destare toni ben più allarmanti, rispetto a quelli, rassicuranti e distaccati, propugnati dalle nostre istituzioni forensi.

L’invecchiamento dell’avvocatura è un fenomeno conseguente alla riduzione del tasso di incremento dei nuovi avvocati all’interno dell’Ordine Forense e viene visto dalla previdenza ufficiale come un fattore di rischio per la stabilità del sistema pensionistico. Nessuno però si preoccupa di affrontare seriamente le prospettive di crescita reddituale degli avvocati più giovani, degli avvocati meridionali e delle donne, che in questi anni hanno massicciamente invaso l’albo, ma che continuano a vivere una situazione di minorità reddituale che mina alla radice le proprie possibilità di crescita e di indipendenza.

 

I numeri ufficiali peraltro continuano ad ignorare il fenomeno del distacco, sempre più marcato, di alcune fasce dell’avvocatura italiana dal sistema dell’istituzionalizzazione forense. Se in questi ultimi tre o quattro anni i redditi dell’avvocatura, nel suo complesso, hanno dimostrato una certa tenuta, è solo in ragione della ripresa del fatturato per i grossi studi associati. Un’indagine accurata sull’avvocatura di base, specialmente nelle zone ad alto tasso di densità di avvocati, mostrerebbe una situazione del tutto diversa: gli avvocati che vivono, o meglio, sopravvivono, di patrocinio a spese dello Stato, di difese d’ufficio, di piccoli espedienti, arretrano paurosamente, mentre l’aspettativa reddituale complessiva, se proiettata all’intero arco lavorativo del professionista, non lascia presagire nulla di buono per il futuro, contribuendo a rendere ancora più drammatico il presente.

A questo stato di cose, pur se ormai si tratta di aspetti noti, le istituzioni forensi non pongono alcun rimedio, limitandosi a cancellare il problema della proletarizzazione dalla propria agenda politica.

La tragedia degli avvocati giovani e sfruttati, delle donne che guadagnano la metà degli uomini, di una rappresentanza che non accenna a ringiovanirsi o a diventare femminile, a causa di interpretazioni normative di comodo, che consentono le proroghe di lustri e decenni a rappresentanti istituzionali maschi, già vecchi e presenti nell’Ordine Forense spesso da tempo immemore, sono tutte situazioni cancellate dal racconto ufficiale delle fanfare del regime ordinistico. Va tutto bene, il 2017 è stato l’anno delle “conquiste” dell’avvocatura (cit. Consiglio Nazionale Forense), ma i redditi dei più deboli continuano a calare, il malcontento cresce, né accenna a migliorare il rapporto di sintonia tra istituzioni apicali e base della categoria. Un apparente paradosso, che però si spiega facilmente, se si analizza la situazione di chi, all’interno della nostra categoria, detiene il potere assoluto e se la passa sempre meglio, a discapito di chi non ha alcun potere e vive sempre peggio.

La fotografia dell’avvocatura italiana rispecchia quello che le rilevazioni europee confermano da tempo:  il rapporto CEPEJ, strumento di indagine comparata, imprescindibile per la comprensione della realtà giudiziaria italiana ed europea, ha sempre indicato l’avvocatura italiana come un gigante dai piedi d’argilla, sia per le modalità operative largamente diffuse nella classe, considerate inadeguate ai tempi e di corto respiro, sia per quanto attiene all’incapacità del sistema ordinistico di proporre una politica di sviluppo capace di operare una transizione graduale e non traumatica verso l’avvocatura futura. Se dunque si abbandona la retorica e si analizza il settore avvocatura sotto il profilo delle prospettive di sviluppo economico, la situazione, più che negativa, appare catastrofica. L’avvocatura italiana è una professione in cui le prospettive di crescita reddituale e operativa sono sempre più asfittiche, che presenta vaste zone opache, di compromesso con pratiche illegali largamente diffuse, seppure taciute dalle istituzioni forensi. I numeri della massificazione restano drammatici, mentre il sistema ordinistico si occupa di comandare una parte degli avvocati, lasciando che grandi fette di avvocatura attuino una forma di sostanziale autogoverno, o perché impegnate in processi di accumulo di reddito elitario e slegato da qualsiasi logica collettiva e corporativa, o perché impegnate a sopravvivere e distanti da ogni forma di coscienza politica.

Nell’assenza di soluzioni e prospettive, nella distanza tra l’ufficialità del racconto e la realtà dei fatti, si nasconde la vicenda dell’avvocatura dei nostri anni: squalificata, impoverita, retorica ed iniqua. Un mare magnum fatto di colpe non rimosse e di alibi pietosi, che non riescono a coprire lo scandalo, ma bastano a zittire la quasi totalità degli appartenenti all’Ordine Forense.

 

IL RAPPORTO CENSIS 2018 CONFERMA LA DRAMMATICITA’ DELLA SITUAZIONE PER L’AVVOCATURA ITALIANA

Il rapporto Censis sull’avvocatura 2018, commissionato al prestigioso istituto di statistica dalla Cassa Forense, non fa che confermare i numeri rilevati “in house” dal nostro organo previdenziale. Il paese vive un distacco sempre più accentuato dalla necessaria “compliance” che dovrebbe invece caratterizzare il rapporto tra avvocati e cittadini e le cause di questa situazione vanno ricercate nella massificazione e proletarizzazione della classe forense. Al netto di qualsiasi racconto edulcorato ed istituzionalizzato, che nasconda la verità sulla crisi del modello operativo largamente dominante all’interno dell’avvocatura italiana, il problema fondamentale, da cui discende tutto il resto, sia la nostra minorità politica, che la scarsa considerazione di cui godiamo all’interno del paese, è di una classe che appare ormai composta di sopravviventi e mestieranti, dediti a qualsiasi espediente, pur di sopravvivere.

Il rapporto CENSIS 2018 racconta di un’avvocatura stanca, sfilacciata, sfiduciata, che non riesce a credere nella politica e nelle istituzioni forensi, ma prova a tirare avanti, navigando a vista. Le interviste ai colleghi, riproposte nelle tabelle che seguono, non lasciano adito all’ottimismo.

Un dato può dare l’esatta ed immediata evidenza di quanto poco c’entri “l’avvocato in Costituzione” con il prestigio della professione. Il 76% degli avvocati italiani attribuisce la perdita di prestigio dell’avvocatura alla crisi reddituale. Un risultato imbarazzante per chi continua a cercare di minimizzare la questione, soprattutto se paragonato all’influsso, davvero scarso, che la formazione e l’aggiornamento sarebbero in grado di assumere per aumentare il fattore analizzato (7,3%).

La professione forense italiana è ormai massificata, squalificata, ma soprattutto impoverita, principalmente nelle regioni del sud dell’Italia, in ragione del numero di avvocati, rapportati alla popolazione. Non è un caso che le due regioni con maggiore distribuzione di avvocati, la Calabria e la Campania, figurino agli ultimi posti nella classifica dei redditi pro capite.

 

 

Significativo anche lo scarso apprezzamento di quanto viene fatto per riequilibrare le sperequazioni reddituali:

Solo il 5,4 % degli intervistati accorda fiducia agli strumenti messi in campo dalle istituzioni forensi per riequilibrare un riconosciuto squilibrio a danno dei giovani, delle donne e degli avvocati del mezzogiorno d’Italia. In linea con quanto da sempre professato con le nostre lotte, anche il rapporto CENSIS conferma che i giovani e le donne sono fortemente penalizzati, all’interno dell’avvocatura italiana.

L’outlook negativo sulle prospettive professionali peraltro non è servito a far diminuire il numero di avvocati iscritti all’Ordine. Se è vero che il tasso di incremento del numero di iscritti è sceso, fino ad arrivare quasi ad invertire il trend, esso resta ancora positivo, come testimoniano in modo indiscutibile i numeri. In altri termini, nonostante qualcuno abbia tentato di dare informazioni distorte e sbagliate, in Italia gli avvocati, nonostante la crisi reddituale, continuano ad aumentare:

 

 

In uno studio che avevo pubblicato nei mesi scorsi, realizzato nel 2015 e che ripropongo dopo averlo più volte già fatto, analizzando i dati disponibili tre anni fa raccontavo quanto era già evidente a tutti: l’avvocatura del centro sud, quella giovanile, quella femminile e comunque legata alla bulimia dell’avvocatura di massa, con redditi da fame, a dispetto di un centro nord, maschio e tendenzialmente anziano, con redditi in tenuta. Le due Italie, o meglio, le varie Italie che compongono l’avvocatura del nostro paese, non sono affatto una novità, nonostante si cerchi di nascondere le condizioni disastrose in cui versano le fasce più deboli dei nostri colleghi.

 

 

Nello studio che ho riproposto, non mancavo di sottolineare una correlazione illustrata anche dal rapporto CENSIS 2018, quella tra andamento dei redditi e PIL nazionale.

Il grafico riportato dimostra che questa correlazione c’è, e che la distribuzione reddituale degli avvocati tende a muoversi seguendo quella del PIL italiano, discostandosene peraltro al ribasso, nella fase di trend che riguarda gli anni più recenti. In altri termini, dalla crisi del 2009 l’avvocatura ha è cresciuta sempre meno del paese, in termini di ricchezza prodotta.

Le conclusioni del rapporto CENSIS 2018 non lasciano spazio a nessuna edulcorazione della realtà. Vale la pena riportarle, nella loro feroce verità, per far comprendere ai colleghi che i racconti istituzionali, fatti di decoro, lustrini e show, non hanno niente a che vedere con il dramma che gli avvocati italiani stanno vivendo in questi anni.

 

Un bollettino di guerra. Costante contrazione dei redditi dei professionisti, con particolari picchi di negatività raggiunti per tre fasce di colleghi:

  1. giovani; 2. donne; 3. avvocati del meridione d’Italia.

Oltre il 62% degli avvocati italiani percepisce la situazione attuale come molto critica, denunciando una condizione di “resistenza” nell’ambito dell’esercizio professionale. La professione è poco attrattiva, impoverita, in crisi. E’ la crisi il vero protagonista dell’avvocatura di questi anni. Chi lo nega, chi non mette la crisi al primo posto dell’agenda politica, mente agli avvocati italiani.

 

Avv. Salvatore Lucignano