Con il termine “gratuito patrocinio” si definisce il patrocinio a spese dello Stato, operante per quei cittadini che non hanno la possibilità economica di rivolgersi ad un avvocato a proprie spese. L’istituto ha visto moltiplicarsi a dismisura la sua applicazione, a seguito della profonda crisi che ha impoverito nuove fasce della popolazione italiana. Soprattutto nelle zone più povere del paese, il patrocinio a spese dello Stato impegna centinaia di avvocati, che prestano il proprio operato, ma spesso devono attendere anni per ottenere il pagamento degli onorari maturati a seguito dell’attività prestata.

Fino ad oggi le risposte messe in campo dall’ordinamento per risolvere questa problematica sono state del tutto insufficienti. L’avvocato in crisi, anche se creditore di somme considerevoli nei confronti dello Stato, viene considerato comunque debitore, anche dalla Cassa di Previdenza Forense, con risultati che spesso appaiono grotteschi: si assiste infatti alla resa di professionisti che non sono in grado di affrontare le spese necessarie per restare sul mercato della libera professione, anche se essi vantano crediti importanti nei confronti dell’autorità che gli impone la cancellazione. Un’autentica vergogna, uno scempio che non può continuare a non ricevere attenzioni da parte del Consiglio dell’Ordine, specialmente in un’ottica che vede questo ente svolgere ormai una funzione politica di “primo soccorso”, nell’immaginario collettivo dell’avvocatura.

Occorre dunque pretendere che il patrocinio a spese dello Stato venga finanziato e liquidato entro tempi strettissimi, impedendo che i professionisti che operano con queste modalità restino esposti alle difficoltà economiche della crisi, alle pretese dello Stato, senza poter opporre i crediti vantati proprio nei confronti dello Stato.

Allo stesso tempo appare sempre più pressante l’esigenza di una riforma complessiva dell’istituto, che si interroghi sulla possibilità che l’avvocato del libero Foro sia in concorrenza con l’avvocato che opera prevalentemente in difesa dei non abbienti. Anche questa è una triste verità, negata da molti, sotterrata dall’atteggiamento ipocrita che le istituzioni italiane mantengono, laddove non analizzano con onestà e verità i fenomeni sotterranei che si muovono all’interno della professione forense. La divaricazione tra strutture legali altamente capitalizzate, multifunzionali, capaci di utilizzare la forza del brand, della tecnologia e dell’innovazione per macinare profitti, si oppone, in modo sempre più stridente, alle difficoltà di quegli avvocati artigiani che, soprattutto nelle realtà del meridione d’Italia, non riescono ad accedere ad un mercato e a una clientela capace di garantirgli indipendenza e dignità economica. In questi scenari il patrocinio a spese dello Stato diventa non solo un elemento che assolve ad una funzione irrinunciabile per un paese civile, ovvero quella di garantire ai non abbienti l’assistenza di una difesa tecnica e qualificata all’interno del processo pubblico statale, ma si configura anche come la principale fonte reddituale per quei professionisti marginalizzati dalla concorrenza spietata introdotta nella professione forense dalla sua massificazione.

I numeri dell’avvocatura italiana non consentono più di ignorare questi fenomeni. Le istituzioni forensi, fino ad oggi, hanno costantemente taciuto sulla situazione, non hanno mai espresso uno straccio di politica in grado di guidare lo sviluppo della categoria verso un diverso approdo. All’interno di un sistema giudiziario bulimico ed inefficiente, le istituzioni forensi hanno voltato la testa dall’altra parte di fronte alla creazione di un sottobosco di attività a basso valore intellettuale aggiunto, divenute di fatto l’ambito operativo di moltissimi avvocati, i quali per sopravvivere hanno un disperato bisogno di contenziosi “seriali”. L’esplosione del numero di avvocati che, a partire dagli anni 80, ha fatto erroneamente ritenere l’avvocatura una sorta di Klondike, con miniere d’oro illimitate, possibili da sfruttare in eterno, presenta oggi un conto dai costi sociali devastanti, che si scarica anche sul patrocinio a spese dello Stato, divenuto troppo spesso una sorta di ammortizzatore sociale per avvocati in crisi professionale.

Del resto la situazione reddituale della categoria continua ad essere drammatica, nonostante le istituzioni continuino a negare che questo sarebbe il primo vero dramma da affrontare per la politica forense italiana: oltre un terzo degli avvocati italiani iscritti all’albo versa in condizioni di precaria sussistenza, con prospettive di crescita reddituale negative. La fuga dall’avvocatura di massa comincia a diventare la cifra insistente per moltissimi colleghi, protagonisti di storie terribili, fatte di disperazione, inedia, tentativi affannosi di trovare una exit strategy. La fame e la paura sono diventate le compagne di viaggio più fedeli di una professione squalificata, senza più legge, né onore, in cui tutto è permesso e in cui si è costretti a tutto, pur di sopravvivere.

Il patrocinio a spese dello Stato si incardina in questo quadro di desolazione, impoverimento e giustizia negata per le fasce più deboli della popolazione. Gli adempimenti, irragionevoli e complicati, necessari ad accedere a questa forma di assistenza completano lo scenario, fatto molto spesso di un’operatività che ricorda i gironi danteschi: folle di avvocati sudati, accalcati dinanzi a banconi malandati, intenti a trattare cause che perdono qualsiasi dignità individuale, diventando briciole, numeri, frammenti insignificanti di un mostro senza fine, senza termini, privo di qualsiasi ragionevolezza.

ARDE non può non fare di questo problema uno dei punti qualificanti della sua azione. Le condizioni di angoscia e di frustrazione che accompagnano l’attività dei tanti avvocati italiani impegnati nella difesa dei cittadini non abbienti non possono più essere tollerate. Non è più accettabile sentire parlare di decoro, di valori, di funzione sociale dell’avvocato, se la politica e le istituzioni forensi non tornano a lottare e pretendere il rispetto di un principio fondamentale del nostro ordinamento: il lavoro si paga. Il lavoro dell’avvocato è diventato ormai una curiosa eccezione a questo principio. Il lavoro non pagato in tempi rapidi dell’avvocato che opera in favore dei non abbienti è una delle più gravi ferite all’integrità della professione. ARDE è stufa di parole e intende battersi perché i pagamenti che riguardano il patrocinio a spese dello Stato siano effettivi ed immediati.

Avv. Salvatore Lucignano