La vicenda messa in campo dall’Ordine Forense, il tentativo di blindare i consiglieri uscenti, impedendo qualsiasi parità nel gioco del confronto democratico, si è vestita in Italia di tante fasi, ma il risultato finale di questa azione è che l’avvocatura italiana si trova a vivere uno dei suoi tanti paradossi della rappresentanza: i Consigli sono stati definiti organismi politici, vengono costantemente giustificati, nelle loro esternazioni politiche, ma non vengono eletti con un sistema elettorale legittimo. La cosiddetta “Legge Falanga” infatti, si è sostanzialmente limitata a recepire il richiamo della giustizia amministrativa, per quanto attiene all’impossibilità di utilizzare un sistema maggioritario che indichi tutti i componenti del Consiglio, ma non ha in alcun modo garantito l’autonomia delle minoranze di pensiero, obbligando ciascuna espressione politica a misurarsi contro liste aggregate, composte con il solo scopo di condividere e scambiare le preferenze tra candidati della stessa compagine.
Il voto di scambio che deriva da questo meccanismo, che non riconosce il valore proporzionale delle preferenze, al contrario di quanto avviene ad esempio nelle elezioni che riguardano la Cassa Forense, consente agli avvocati che si aggregano nelle liste di godere del vantaggio del “vote sharing”, rendendo quasi impossibile l’elezione a chi rifiuta gli apparentamenti. Nonostante questo sistema porti ad una sostanziale ingovernabilità del Consiglio, laddove si confrontino più schieramenti, nessuno dei quali raggiunga la maggioranza dei consiglieri eletti, l’Ordine Forense ha liquidato la vicenda, incurante dei guasti e delle difficoltà che verranno portate nel prossimo quadriennio dall’assenza di un meccanismo teso a garantire una maggioranza coesa ed omogenea all’interno del Consiglio eletto.
Il cosiddetto “Falanghellum” favorisce una logica di scambio anche interno al Consiglio, impedendo ad un progetto di maggioranza relativa di poter portare avanti un indirizzo omogeneo, senza essere costretto ad accordi, patti, mediazioni al ribasso. E’ il peggio di ciò che potevamo avere, ma esprime appieno il valore delle istituzioni forensi.
A nessuno, all’interno del Consiglio Nazionale Forense, è importato minimamente di prendere atto che il tentativo di blindatura dell’esistente avrebbe portato come contropartita una possibile perdita di identità di nuove progettualità emerse tra gli avvocati italiani. Ciò comporta l’imbarazzante contraddizione che vede impegnati gli avvocati, in vista del progetto di rinnovo per il quadriennio 2019 – 2022, in una campagna politica, ma con una legge elettorale totalmente inadeguata.
All’interno della L. n. 113/2017 infatti, manca una definizione della lista, come fattore aggregante di posizioni politiche omogenee, ma si utilizza l’escamotage dell’aggregazione, per giustificare ciò che tutti sanno, ma che l’Ordine non vuole ammettere. Si continua a parlare di candidature solo individuali, ma tutti vedono le liste in azione, lo scambio di voti, i patti, anche trasversali, che mirano a superare l’insufficienza delle proprie cifre individuali, al fine di ottenere l’elezione all’interno del consesso consiliare.
In passato ho già fatto esempi numerici che spiegano l’assurdità di questo paradosso. Mi ripeto, per far comprendere quanto sia insensata, da parte dell’Ordine Forense, la pretesa di sabotare realtà e verità. Faccio un esempio riguardante il COA di Napoli, che vede 25 consiglieri da eleggere, consentendo a ciascun avvocato un massimo di 16 preferenze esprimibili. Poniamo il caso si confrontino un candidato indipendente ed una lista di 16 candidati.
Ecco l’esito del voto:
Candidato indipendente: 300 voti.
Lista di 16 candidati, tutti riportanti un numero di voti compresi tra 800 e 350.
Orbene, qualcuno di buon senso e buona fede dubita che il peso dei candidati in lista non sia il “proprio”, ma sia l’effetto del meccanismo di voto di scambio tra candidati “singoli” aggregati? Qualcuno dubita che il candidato indipendente e sconfitto, abbia mostrato una capacità di raccolta del consenso superiore ai candidati meno votati della lista maggioritaria? Non scherziamo. Analizziamo lo stesso caso, laddove il Falanghellum, come sarebbe dovuto essere, si fosse dotato di quoziente di lista.
In tal caso, ipotizzando 3000 votanti, il candidato indipendente avrebbe riportato il 10% dei voti del Foro, vantando una percentuale del 10% dei seggi consiliari da assegnare. Ciò vorrebbe dire che, in un COA composto da 25 consiglieri, all’indipendente, in ragione del suo risultato, spetterebbero 2,5 seggi. Per impedire a una tale “cifra” elettorale (che è cosa differente dal numero di voti ed esprime il peso elettorale del soggetto, in rapporto agli altri e in proporzione agli altri), di assegnarsi un seggio, il numero di votanti avrebbe dovuto superare i 7500, relegando i 300 voti riportati dall’indipendente ad una percentuale insufficiente a tramutarsi nell’assegnazione di un seggio. Con 300 voti su 7500 infatti, ovvero con il 4% dei consensi, l’indipendente, in un COA a 25, avrebbe diritto al 4% dei seggi da assegnare. il 4% di 25 è 1, quindi con 300 voti l’indipedente avrebbe diritto al seggio, anche se vi fossero orde di candidati “trasportati” con un maggior numero di voti, ma contenuti in liste.
Solo con un numero di elettori superiori a 7500, un candidato indipendente che abbia raccolto 300 voti non vedrebbe il diritto al seggio consiliare, nell’esempio fatto.
In definitiva:
1. Le elezioni al Consiglio dell’Ordine sono ormai da intendersi come elezioni POLITICHE, a tutti gli effetti;
2. Le aggregazioni di cui parla la legge Falanga sono in realtà LISTE politiche, che hanno il duplice scopo di aggregare una visione ed operatività comune e di sommare e scambiare tra i componenti della lista le preferenze vantate da ciascuno di essi;
3. Il sistema elettorale “Falanghellum” è illegale, mancando di quoziente di lista, pur consentendo il confronto tra liste, che penalizza in modo inaccettabile le candidature singole, indipendenti, o le aggregazioni identitarie che non accettano di “sommare” ad altri i propri consensi.

LA PROPOSTA ELETTORALE DI ARDE

Persino esponenti del sistema ordinistico si rendono conto che la Legge Falanga non ha affrontato i bisogni politici sottesi alla visione dei Consigli che la Legge Professionale Forense e l’Ordine Forense gli hanno attribuito. Ormai l’esigenza di un sistema elettorale che esca dall’ipocrisia delle candidature individuali, sdoganando le elezioni al Consiglio come momento di confronto politico tra liste e progetti contrapposti, è diventata indispensabile, al fine di non vanificare il risultato delle elezioni, portando i Consigli a mercanteggiare ogni attività e scelta di indirizzo. Le liste che presentano un progetto maggioritario dovrebbero poter consentire agli avvocati che si recano al voto di barrare il programma, in modo da affidare alle varie compagini un peso proporzionale, mirante a definire lo schieramento ed il progetto più popolare all’interno del Foro. A tale progetto andrebbero assegnati il 60% dei seggi, arrotondando per difetto, così da avere una maggioranza omogenea all’interno dei Consigli. Le aggregazioni risultate sconfitte nelle elezioni dovrebbero poter contare sul restante 40% dei seggi, da dividersi tra loro. Tutti i seggi si dovrebbero assegnare confrontando le preferenze raccolte dai singoli candidati, che non dovrebbero in ogni caso potersi esprimere in misura maggiore del numero di consiglieri spettanti all’aggregazione di maggioranza.

L’urgenza di una riforma del sistema elettorale che disciplina le elezioni nei Consigli dell’Ordine diverrà purtroppo evidente solo con gli effetti del Falanghellum sui Consigli eletti nel gennaio del 2019. Qualcuno tra noi aveva detto che il sistema era sbagliato, ma ovviamente l’Ordine Forense ha preferito continuare a sbagliare. 

Avv. Salvatore Lucignano