Relazione illustrata al Convegno promosso da ARDE presso il Giudice di Pace di Napoli, in data 10 dicembre 2018, dal titolo “Riforma del processo civile. Luci ed ombre del rito unificato”. 

 

 

 

La riforma del processo civile è uno dei totem sempreverdi dell’imperizia del legislatore italiano. Il processo pubblico statale arranca fin dagli anni 80, ha subito innumerevoli ritocchi, viene periodicamente modificato, ma resta largamente incapace di affrontare i nodi della contemporaneità. Il governo in carica ci riprova, lasciando trapelare bozze, che per il loro carattere non definitivo possono essere analizzate con molta cautela, ragionando di tendenze e annunci, in attesa di verificare in concreto cosa cambierà. Le principali innovazioni di cui si discute in questi giorni sono le seguenti:

  1. Abolizione della mediazione per materiein cui l’istituto sembrerebbe aver dato scarsi effetti, in termini di deflazione;
  2. Tendere all’unificazione del rito, andando verso l’adozione del rito del lavoro;
  3. In linea con l’unificazione del rito, abolire la citazione come atto introduttivo del processo e sostituirla con il ricorso;
  4. Allargare lo strumento della Class Action, estendendone la portata.

 

 

In realtà si parla anche di altri possibili interventi, di carattere sanzionatorio, tesi a rendere i gravami ancora più onerosi per il cittadino, ma anche se questo fosse un impianto tutto sommato definitivo, si possono sicuramente fare alcune riflessioni, che riguardano alcune occasioni mancate. In primo luogo, l’abolizione del sistema obbligatorio di ADR, che contrasta con una visione aperta del processo. Quanto all’utilizzo del rito del lavoro e del ricorso come mezzi privilegiati per una accelerazione dei procedimenti, vi è da dire che il progetto dovrà chiarire se ai maggiori oneri per i cittadini, connessi all’iscrizione a ruolo immediata delle controversie, farà da contraltare la destinazione di maggiori risorse al comparto giustizia, oltre che l’introduzione di meccanismi cauzionali e di garanzia che possano finalmente tutelare gli avvocati dall’insolvenza dei propri assistiti.

Class action senza punitive damages: un’altra occasione mancata.

 

Un aspetto specifico connesso con le occasioni mancate riguarda sicuramente il mancato ingresso dei punitive damages (anche detti risarcimenti esemplari), all’interno del novero degli strumenti tesi a riequilibrare le asimmetrie di potere tra soggetti forti e cittadini. L’ipotesi, pur suggerita nei lavori parlamentari, sembra essere stata scartata, nonostante la possibilità di rendere tale istituto una colonna portante per l’avanzamento della cittadinanza e dell’avvocatura. Sul punto vale la pena analizzare che l’ingresso dei punitive damages nell’ordinamento italiano sarebbe utile a contrastare due fenomeni, strettamente correlati:

  1. La perdita di valore economico delle prestazioni degli avvocati italiani;
  1. L’incapacità delle istituzioni forensi di sponsorizzare l’adozione di istituti che possano ridare valore economico agli avvocati, producendo al contempo maggiore giustizia sociale.

Il risarcimento esemplare, che in italiano rende forse al meglio le qualità giuridiche dell’istituto di common law dei punitive damages, è uno strumento di cui dunque in Italia non pare si possa vedere ancora l’utilizzo, se non laddove l’ordinamento sia chiamato ad applicare pronunce straniere compatibili con i principi interni ed europei. Nemmeno la riforma annunciata pare aver voluto compiere un passo in avanti in tal senso, nonostante l’istituto non si configuri affatto come una forma di risarcimento del danno, bensì come una ulteriore pena, di natura afflittiva e deterrente, tesa a punire illeciti particolarmente riprovevoli, in quanto compiuti con motivazioni e finalità abiette o con inaccettabile negligenza. Pertanto, i punitive damages non risarciscono il danno, ma puniscono un comportamento socialmente riprovevole, al fine di scoraggiarne la reiterazione.

Ecco dunque che l’istituto, correttamente analizzato e qualificato, imporre di valutare la sua adozione da parte dell’ordinamento italiano, superando ogni timore di incompatibilità con l’ordine pubblico, inteso come insieme di precetti posti alla base del sentire comune, per quanto riguarda la liceità di una sanzione civile irrogata in via ulteriore ed autonoma dal risarcimento del danno, in favore del danneggiato.

Tale funzione, a parere di chi scrive, è non solo compatibile con i principi dell’ordinamento italiano, ma è ormai altamente auspicabile, in quanto la funzione effettiva del risarcimento esemplare,  se ancorata alle possibilità economiche del soggetto colpevole, potrebbe consentire in moltissimi casi di asimmetrie reiterate e riprovevoli, di riequilibrare il valore economico della funzione sul mercato dei soggetti di diritto (esempio classico: produttori o fornitori di servizi vs cittadini consumatori).

Il risarcimento esemplare potrebbe avere funzione preventiva dell’illecito, imponendo al soggetto tentato dal mettere in pratica comportamenti antisociali particolarmente riprovevoli e dai potenziali effetti assai dannosi per una potenziale pluralità di cittadini, di ponderare diversamente i rischi ed i possibili benefici economici del proprio agire.

In tale ottica l’avvocato che si battesse per il riconoscimento di risarcimenti esemplari, si troverebbe a far coincidere due interessi spesso contrapposti: quello di una giustizia dal profondo valore morale, e quello di un interesse economico personale e professionale, legato al riconoscimento del risarcimento esemplare.

In altri termini, laddove l’ordinamento italiano riesca a rendere l’avvocato il vero artefice di condanne a risarcimenti esemplari, per comportamenti antisociali, non solo la cittadinanza, ma anche l’avvocatura, si troverebbero a godere di un nuovo e potente strumento di riequilibrio delle asimmetrie del potere economico, spostando valore secondo direttrici eticamente auspicabili, ridistribuendo ricchezza e trasferendola dal danneggiante, soccombente e moralmente deprecabile, al danneggiato e al suo avvocato, alleati per fini di giustizia, e correttamente incentivati da un possibile risarcimento esemplare.

 

Intelligenze artificiali e processo: serve andare oltre il passato.

 

Il 3 dicembre 2018 la Commissione CEPEJ ha licenziato la Carta Etica Europea sull’uso dell’intelligenza artificiale nei sistemi giurisdizionali, ponendo le basi per un altro passo in avanti nella discussione in materia di superamento dell’avvocato umano e dell’avvento dell’avvocato cyborg e dettando cinque principi che devono regolare l’interazione tra uomini e macchine in ambiente giurisdizionale:

  1. Rispetto dei diritti fondamentali,assicurandosi la progettazione e la realizzazione di nuovi servizi e tools basati sull’AI siano compatibili con tali diritti;
  2. Principio di non discriminazione: in particolare prevenendo lo sviluppo o la intensificazione di qualsiasi forma di discriminazione tra individui o gruppi, a seguito dello sviluppo delle AI nella giurisdizione statale;
  3. Principio di qualità e sicurezza: soprattutto con riguardo ai processi di predisposizione di modelli e database, nonché nell’elaborazione delle decisioni, mediante l’utilizzo di fonti certificate e con l’apporto multidisciplinare di diverse competenze capaci di garantire la cyber security;
  4. Principio di trasparenza, imparzialità e correttezza: rendendo accessibili i modelli e gli algoritmi utilizzati nelle decisioni giudiziarie e rendendoli comprensibili e a disposizione di audit di autorità indipendenti.
    5) Principio del “under user control”, ovvero “della garanzia dell’intervento umano”, mediante la preclusione di un utilizzo strettamente deterministico dei tools che si basano sull’AI.

 

Il fatto che l’Europa si stia interrogando in modo sempre più pressante sui possibili effetti dell’intelligenza artificiale in ambito processuale e che allo stesso tempo il processo tenda ad un modello sempre più standardizzato e conformato, avrebbero dovuto suggerire una riflessione molto più ampia e profonda, in fase di riforma, rispetto a quella che sembrerebbe essere stata adottata ancora una volta dal legislatore. Il problema di come armonizzare intelligenze artificiali ed operatore giuridico umano infatti, non tocca solo il ruolo del giudice, ma anche quello dell’avvocato, schiacciato dalla prospettiva di una concorrenza insostenibile, già verificata da prove empiriche quali quella effettuata nel 2017 dalla piattaforma inglese “Case Crunch”. Nel caso di specie il sistema basato sull’AI ha condotto la prima competizione tra Intelligenza Artificiale e Avvocati. L’AI ha vinto con un’accuratezza del 86.6% vs il 62.3% dei legali su casi relativi a proprietà intellettuale discussi davanti al Financial Ombudsman Service. E’ solo l’ultimo caso che dimostra la necessità di una regolamentazione della competizione in atto tra uomo e macchina ed il fatto che l’Italia si appresti a varare l’ennesima riforma processuale, senza interrogarsi sulle norme da inserire in questo campo, non fa che aumentare il rammarico per quella che appare l’ennesima riforma di corto respiro.

Quale processo per l’avvocato? Diritto collaborativo e problem solving.

 

E’ del tutto evidente che l’avvocato “fuori dal processo”, come osservato, o forse auspicato dalle rappresentanze forensi al XXXIII Congresso Nazionale Forense di Rimini, non sia oggi in grado di affrontare questa sfida. Il 52esimo rapporto Censis sulla situazione dell’Italia, diffuso lo scorso 7 dicembre, fotografa ciò che tutti vediamo, raccontando, tra le altre cose, della morte della giustizia nel nostro paese. Grazie alle dichiarazioni dell’attuale Ministro della Giustizia gli avvocati italiani sono stati resi edotti che in due anni sarebbero circa 15,2 i milioni di italiani che avrebbero rinunciato a far valere le proprie ragioni in un Tribunale della Repubblica. Questa ecatombe del resto non può coglierci impreparati, perché si tratta di un dato già emerso con particolare forza analizzando il Rapporto Censis 2017 sull’avvocatura, che i cittadini possono consultare e scaricare gratuitamente, e che non lasciava adito a molto ottimismo.

I dati pubblicati nelle interviste realizzate dal campione dei cittadini intervistati dal Censis nel 2017 parlavano di un 30,7 % degli italiani che rinunciano ad avviare azioni giudiziarie a propria tutela. In pratica un terzo dei cittadini non ha più alcun rapporto o fiducia nella giustizia. Dati dall’impatto sociale devastante, a cui le rappresentanze forensi non hanno saputo opporre alcuna politica valida, né a tutela degli avvocati, né dei cittadini.

Gli effetti di questo arretramento sono duplici: da un lato i redditi degli avvocati di base continuano a calare, con una condizione di povertà diffusa, che rende quasi la metà dei componenti dell’avvocatura italiana dei sopravviventi. Dall’altro lato la giustizia nel paese è allo stremo, mentre i cittadini ormai non credono più né al ruolo degli avvocati, né a quello del processo pubblico statale. Nel corso di questi anni si sarebbe dovuto consentire all’avvocato di fare cose diverse, tutelando la sua funzione e la sua capacità di agire quale problem solver, se si fosse davvero voluta trovare un’alternativa immediata alla crisi del processo pubblico statale, ma ciò non è stato fatto. Al contrario, l’avvocato italiano continua ad essere relegato nel processo, quasi come in una riserva, nella quale fatalmente è destinato a sparire, lasciando il campo ad altre figure, più attrezzate per rispondere alle esigenze ed agli interessi della cittadinanza e dei soggetti che si rivolgono al mercato delle prestazioni legali.

Napoli, 10 dicembre 2018

Avv. Salvatore Lucignano