Le scarne notizie finora circolate in ordine alla riforma del processo civile sembrano fondarsi su un pochi dati certi:

La previsione dell’introduzione del processo con ricorso;

più rigide preclusioni;

Una forte concentrazione delle udienze.

Il modello cui la Riforma sembra pensare è quello del rito del lavoro, le cui differenze rispetto al processo ordinario introdotto da citazione, possono  cosi’ evidenziarsi :

  1. L’assegnazione al giudice del potere di fissare i tempi dello svolgimento del processo, a partire dall’indicazione della prima udienza, con un inconveniente pratico che forse non è stato sufficientemente considerato dai proponenti. Il semplice deposito del ricorso non è atto interruttivo della prescrizione, apparendo necessario a tal fine la notifica del successivo decreto di fissazione in una con ricorso introduttivo. Se si considera che tra il deposito del ricorso, il decreto di fissazione e l’effettiva udienza con notificazione del ricorso possono passare mesi ed anche anni, il rischio che la domanda giudiziale non sia idonea ad interrompere la prescrizione è particolarmente alto, soprattutto in caso di azioni costitutive (si pensi ad una revocatoria ordinaria), per le quali la prescrizione non è mai interrompibile attraverso atti stragiudiziali (tipo messa in mora).
  2. Una più rigida preclusione in ordine all’allegazione dei fatti ed alle richieste istruttorie da indicare negli atti introduttivi del processo. Tra le conseguenze non considerate di tali preclusioni, vi e senz’altro il rischio di riportare nel nostro processo, il principio di “eventualità” di matrice tardo ottocentesca germanica, fondato sulla necessità da parte dell’attore di prevedere già al momento del deposito del ricorso tutte le possibili contro repliche del convenuto, al quale non si potrebbe replicare con nuove richieste istruttorie ed allegazioni; per esempio l’attore dovrebbe tutelarsi nel depositare, unitamente al ricorso, gli atti interruttivi della prescrizione per tutelarsi dall’ ipotesi che il convenuto eccepisca la prescrizione allegando il semplice decorso del tempo edeevitare didtrovarsi nell’impossibilità di dimostrareddi aver interrotto il termine di prescrizione, in via stragiudiziale.

Piu’ probabilmente però, le rigide preclusioni tipiche del processo del lavoro si stempereranno di fronte alla necessità del principio del contraddittorio e del diritto di ogni parte a replicare alle allegazioni della controparte. Così facendo, peraltro, non si rinviene una enorme differenza tra processi che iniziano con ricorso e con citazione se non nella attribuzione al giudice di più discrezionali poteri di rimessioni in termini della parte decaduta incolpevolmente dal compimento di attività che non ha posto in essere solo perché non prevedibili e rese necessarie dalle difese della controparte. Più in generale, si insiste nel ritenere che la via per un più celere processo passi per le preclusioni (si badi bene semplificando lo svolgimento del giudizio, ma rendendo più probabile l’emanazione di una sentenza “ingiusta” fondata solo su regole processuali e non aderente alla realtà sostanziale) e per la compressione del contraddittorio, laddove l’esperienza dimostra come un processo deformalizzato, ma nel quale si assegna al giudice il potere di regolare lo svolgimento del processo nel rispetto del contradditorio (vedi il giudizio cautelare), sia molto più adeguato a realizzare gli scopi di rapidità e giustizia della decisione.

Che senso ha imporre di chiedere i mezzi di prova 10 giorni prima di un’udienza di un processo che dura 4 anni?

 

Avv. Alessio Cittadini

Assistente di diritto processuale civile all’Università Federico II di Napoli.