• Fisiologica?  –
  • Come scusi? –

Comincerei da qui: una guardia giurata che mi sbarra l’accesso al bagno, con una domanda che non capisco. Ricordo lo sforzo di concentrazione, il tentativo di far bene un compito in cui ho messo tutto me stesso, il caos attorno a me e poi, dopo qualche ora di lavoro, la necessità di recarmi a fare pipì. E’ lì che un altro pezzo di decoro, come il muro di Berlino, viene abbattuto e cade, sotto i colpi implacabili del crudo realismo.

La guardia smista i candidati: da una parte coloro che devono effettivamente usare il bagno per le necessità fisiologiche, dall’altro lato i copioni, autorizzati e regolamentati. E’ un flusso ordinato, coerente, niente affatto sorpreso dalla prassi, quello che accetta questa categorizzazione, ma io sono troppo libero, troppo concentrato e ho davvero troppo bisogno di fare pipì per soffermarmi al maldestro tentativo di “ALT!” dell’incolpevole guardiano dell’antro: pertanto entro e faccio quello che devo fare.

Tutto era iniziato qualche mese prima, con la preparazione all’esame: tre prove. Un parere in materia civile, uno in materia penale ed un atto giudiziario, tra varie proposte. Avevo realizzato e letto alcuni pareri, ma in generale mi affidavo alla mia pratica forense, compiuta presso due diversi studi legali, con un profitto modesto, dal punto di vista economico, ma con impegno serio. Mi sentivo pronto, abbastanza sicuro e confidente e dunque era valso a poco il tentativo di sfiancarmi operato dalla mia domina. La sera prima ero rimasto al lavoro fino a tardi, un orario inusuale, ma a volte normale per noi praticanti. Ebbi l’impressione che alla mia padrona non facesse poi così dispiacere l’idea che io non mi recassi alla prova nelle migliori condizioni. Con gli anni a venire considerai anche quell’episodio come un elemento di folklore. I dominus, padroni e signori dei giovani praticanti avvocati, potevano essere tiranni o benefattori, cavalieri o furfanti. A me non era andata bene, ma non ne ero affatto toccato.

Indossavo il vestito buono, il migliore che avevo, costato un occhio della testa alla famiglia. Quel completo di alta sartoria italiana mi ricordava ogni santo giorno la mia condizione di povero, spingendomi a fare di tutto per guadagnarmi il pane. Negli anni seguenti avrei vestito spesso di stracci, per ricordarmi di quanto fossi in credito con la fortuna. Quel mattino però il vestito buono, la cravatta, le mie valigie, cariche di codici commentati dai migliori giuristi italiani, mi ponevano in una condizione di infima minorità. Avevo la convinzione che la folla di aspiranti all’acquisizione del titolo si sarebbe recata alla Mostra, teatro della prova, in tenuta assai composta. Il mio primo dominus mi aveva detto che un avvocato indossa sempre il suo completo, la giacca e la cravatta. Gli avevo creduto e per i due anni della mia pratica avevo mantenuto un abbigliamento di genere, formalmente inappuntabile. Avanzavo dunque verso i neri cancelli della bolgia in uno stato di serena determinazione, ma quel che vidi, quando la marea mi si parò davanti, mi destabilizzò totalmente.

Erano centinaia di giovani, che sembravano ancor più fanciulli, dall’atteggiamento e dal vestiario studentesco. Pareva un ritrovo di giovani che avevano marinato la scuola, o un concerto pop, luogo a me ben noto. Nessuno indossava un completo, né i miei futuri colleghi, né le signore che sarebbero divenute avvocato. La memoria mi rimanda brandelli di desolazione: un giovanotto che sgranocchia una penna BIC, di quelle da pochissimo prezzo, con in mano un vecchio codice, non aggiornato, ma fermo a dieci anni prima.

Ero solo, davvero solo. Nessun altro, tra centinaia, migliaia di esaminandi, indossava un completo. Ero l’unico a portare una cravatta. I miei valigioni, pesanti ed unici, mi rendevano un corpo estraneo alla massa.

Da quel giorno decisi che non avrei più dato lo stesso peso al vestito e mentre scorrevano le giornate che scandivano la prova d’esame, ogni mia residua area di disorientamento doveva essere edotta dal bene, e soprattutto dal male, che si svolgeva davanti ai miei occhi.

Cosa c’era di serio in quell’esame? Assolutamente nulla. A cosa somigliava quella canea che sgomitava per fregiarsi del decoroso titolo di avvocato? All’inferno. L’aula del padiglione era un viavai di esseri, affannati e disperati, che tentavano di accaparrarsi buoni elaborati, trasgredendo alle più elementari regole del rispetto di se stessi. Nella mia vita scolastica mi ero sempre sdegnosamente rifiutato di copiare un compito. Lo ritenevo non solo immorale, ma soprattutto, indegno della mia autostima. Una volta, essendo totalmente disinteressato ed a digiuno delle nozioni matematiche che mi servivano a fare il compito, rifiutando di seguire la mia classe, avevo presentato una partitura che riproduceva le prime battute della celeberrima “Piccola Serenata Notturna”, di Wolfgang Amadeus Mozart. Mi ero beccato un sette in condotta, il professore non volle credermi, quando gli dissi che non avevo intenzioni irriverenti, ma che per due ore ero rimasto senza nulla da fare, se non copiare o utilizzare il foglio in un’attività che mi sottraesse al tedio.

Ma torniamo a quell’esame: ad una certa ora della giornata, terminata la recita dell’ordine e della correttezza, i banchi, che a inizio mattina erano ben distanziati, diventavano lunghi ed irregolari serpenti. I commissari, da severi ed autorevoli controllori, si svelavano, nel ruolo di complici, mercanteggiando idee e brandelli di compito dai candidati più meritevoli. Tutti correvano, cercando di procurarsi il cibo per l’abilitazione.

Ero celebre, nel territorio che circondava il mio banchetto. Mi rifiutai di mostrare il contenuto dei miei elaborati, non volevo scherzi, si narrava di compiti annullati, se trovati identici e non volevo rischiare. Invitavo qualche vicino, che attendeva l’arrivo di un testo da ricalcare, a dare prova di una minima autonomia, perlomeno provando ad aprire il codice, facendosi un’idea del caso su cui redigere un parere. Le risposte erano definitive: viste le bocciature subite negli anni precedenti, non si intendeva faticare per niente. Ci si sarebbe affidati alla sorte, convinti che il destino del candidato non appartenesse alla sfera dell’umano, ma a quella, ben più crudele ed insondabile, decisa dalle parche addette alle nostre future vite e ai relativi percorsi professionali.

Passai l’esame, al primo tentativo. Mi suonava strana quella parola, non avevo vissuto il tutto come un tentativo, non mi sentivo un novello Ulisse, o un atleta che si misurasse con un difficile record di velocità. Per me era stato tutto sommato facile, sapevo ciò che facevo, ero in grado di farlo e lo feci. Negli anni seguenti, quando avrei rifatto la prova, per assicurarmi di avere uno scritto valido, in caso di bocciatura all’esame, avrei dato fondo a tutta la generosità repressa in quella mia prima esperienza. Alcuni miei “colleghi” mi avrebbero manifestato, seppure in via indiretta, una certa riconoscenza per il mio operato, all’esterno della sede d’esame. I compiti grazie ai quali erano divenuti avvocati appartenevano alla mia penna ed erano giunti all’interno degli antri proibiti, attraverso un sogno, un canale clandestino, vero e proprio cunicolo spazio temporale, aperto nella relatività.

  • Fisiologica? –
  • Ehm, no, veramente… –
  • Allora aspetta! –

Per usare il bagno e copiare, si sa, occorre fare un turno più lungo, ma quel turno non era il mio e quell’attesa era di altri, tutti avvocati, presidi di fortezza, di sapienza e di profondo amore per la più nobile delle professioni, o la più ignobile delle parodie, fate un po’ voi.

Avv. Salvatore Lucignano