“Il vero avvocato muore povero”.

Questa frase, di colore oscuro, vedo spesso scritta, al fondo di un tunnel, ed anche a me il senso mi è duro. E’ il mito, il mito di Calamandrei, un giurista d’altri tempi, sconosciuto ai più, che viene costantemente utilizzato dall’avvocatura italiana per ricordare i bei tempi, in cui gli avvocati erano giganti, eroi, saggi e santi.

In realtà quei bei tempi non ci sono mai stati. La narrazione dell’avvocatura italiana vive costantemente in bilico, tra grandi figure, dal peso specifico assai rilevante, in ambito civile, e lazzari, dal piglio traffichino, che facevano il mestiere più vecchio del mondo, per cercare di non morire poveri. La mitologia dell’avvocato, chiamato dagli Dei a svolgere la sacra missione di tutore dei deboli e degli oppressi, è ormai un’illustrazione sbiadita, nella vita reale del faticatore del tribunale patrio. La professione forense italiana infatti, è sempre più una fabbrica, in cui i committenti più forti sono in grado di plasmare l’operatività e gli orientamenti dei propri avvocati, ed è la forza produttiva a farla da padrona, anche all’interno delle gerarchie politiche della classe forense.

Si potrebbe dire che, se il vero avvocato muore povero, le speranze che questo avvocato possa rappresentare altri avvocati sono ridotte al lumicino. Quanti sono infatti gli avvocati poveri, all’interno delle istituzioni forensi? La domanda sarebbe davvero interessante, se solo avessimo gli strumenti per trovare una risposta. La povertà dell’avvocato gli preclude la possibilità di occuparsi delle ragioni strutturali che la determinano. Il professionista povero è costretto dagli eventi e dal ricatto morale degli avversari a vergognarsi della propria condizione, occupandosi di come uscirne, sul piano individuale. Ai poveri non è dato di unirsi, per contrastare i meccanismi che non gli consentono di esser meno poveri. Essi devono lavorare di più, ottenere incarichi dai ricchi, in modo da diventare ricchi e potersi così candidare a rappresentare i poveri, fingendo di occuparsi dei loro interessi.

E’ un cane che si morde la coda. In una categoria in cui la politica è malvista, se intesa come ragionamento sistemico, l’avere molti agganci professionali diventa l’elemento centrale del successo politico. Più lavori e più conosci, più voti puoi richiedere, in ragione della difesa di un clan che è frutto di rapporti professionali ed ignora le tue idee o capacità politiche. Alla degenerazione culturale l’avvocatura politica aggiunge dunque un classismo strisciante, che premia i ricchi e i potenti, identificando nel successo professionale il valore politico, e disprezza i poveri, ritenendoli ipso facto degli incapaci in ambito politico.

La mitologia di Calamandrei fa il resto. Tutti coloro che votano i ricchi, pendono dalle loro labbra, anche se queste restano chiuse per sempre, attendono di far parte dei clan e dei gruppi di potere che si costruiscono attorno a questi capisaldi di benessere e denari, professano massimo rispetto per la povertà. Ovviamente questa ammirazione si esplica verso la povertà e le frasi di Calamandrei, ma si tramuta in scostante ripulsa verso gli avvocati poveri, specialmente se questi provano a proporsi come rappresentanti degli interessi o dei bisogni della categoria.

L’avvocato italiano è in fuga dalla realtà. Abituato a fingere e mentire, educato a dissimulare, ha completamente perso il rapporto con la verità, per dedicare la sua vita al proprio utile. Ciò comporta una massiccia dose di ipocrisia, strumento indispensabile nella sua bisaccia dei sentimenti, da diffondere a piene mani nei campi dell’anima, per anestetizzare ogni impulso alla veridicità. L’avvocato deve fingere di essere magnanimo, disinteressato, coraggioso e per farlo ha bisogno di totem.

Calamandrei è uno di quei totem. Ben sepolto nei tempi passati, distante da qualsiasi possibilità di replica, è il santino perfetto su cui riversare la falsa identità dell’oggi. Madonna povertà, amata, bramata, ed evitata come la peste, con la benedizione del santo.

Avv. Salvatore Lucignano