L’atto è il n. 1199 del Senato della Repubblica, un disegno di legge costituzionale, ed è il roboante punto d’arrivo di mesi di propaganda istituzionale. Alla fine la montagna ha partorito il topolino e con questo si chiude il cerchio della grande mistificazione politica dell’avvocatura italiana post legge professionale. Venduta come la panacea di tutti i mali, la proposta di legge costituzionale che dovrebbe far entrare l’avvocato nella Costituzione repubblicana, si mostra non solo poca cosa, ma inserisce nella carta fondamentale della Repubblica un principio, ben espresso: la possibilità per il legislatore ordinario di derogare alla presenza necessaria dell’avvocato nel processo. Il disegno di legge magnificato dall’Ordine Forense infatti, recita:

“In casi tassativamente previsti dalla legge è possibile prescindere dal patrocinio dell’avvocato, a condizione che non sia pregiudicata l’effettività della tutela giurisdizionale”.

In altri termini, l’ingresso dell’avvocato in Costituzione, se realizzato così come proposto dal disegno Patuanelli/Romeo, certificherebbe che l’avvocato non è elemento indispensabile del processo, ma può esserne escluso, seppure in casi tassativi e per mezzo di legge ordinaria. L’analisi del testo del DDL in effetti, per quanto attiene al quid pluris di cui si potrebbe giovare l’avvocatura italiana, in caso di approvazione, si limita al primo comma dell’articolato che andrebbe ad aggiungersi all’art. 111 della Costituzione:

“Nel processo le parti sono assistite da uno o più avvocati. “

Tutto qui dunque. Una menzione espressa del ruolo dell’avvocato nel processo, che suona assai stridente con le recenti fughe compiute dall’avvocatura istituzionale, laddove si è scelto di dedicare addirittura un Congresso Nazionale dell’Avvocatura, quello di Rimini del 2016, all’avvocato fuori dal processo.

A detta di molti giuristi, l’innovazione proposta dal DDL in esame non aggiunge niente di concreto a quanto non sia già implicitamente riconosciuto dall’art. 24 della Costituzione. La difesa infatti, riconosciuta come inviolabile in ogni stato e grado del procedimento, era già un elemento garantito dalla presenza dell’avvocato, sia per evidente riconoscimento dell’impianto costituzionale, sia per le norme contenute nei trattati internazionali a cui l’Italia ha aderito da tempo.

Tenuto conto del tenore complessivo dell’articolo proposto da questo DDL dunque, quali sono gli effetti concreti di cui beneficeranno gli avvocati? Francamente si fa fatica a trovarne qualcuno, a meno di non pensare che la Costituzione repubblicana e l’assetto della giustizia italiana meditasse di escludere, tacitamente o in modo espresso, l’avvocato dal processo, quale figura indispensabile alla sua legittimità. Tesi che appare ardua da sostenere e che peraltro dovrebbe far riflettere gli entusiasti, coloro che hanno salutato questo DDL come una conquista epocale degli avvocati italiani. Il riconoscimento espresso di un ruolo già svolto infatti, farebbe il paio, in caso di approvazione testuale di questa norma, con l’altrettanto riconoscimento della possibilità di fare a meno dell’avvocato.

In altri termini, laddove si riconoscesse che generalmente il processo necessita di un avvocato per essere svolto, si direbbe anche che in casi determinati, seppure tassativi, questo bisogno può essere derogato da una legge ordinaria dello Stato.

Ebbene, a fronte di tutto questo, l’avvocato in crisi non può che chiedersi: è vera gloria? La risposta appare abbastanza scontata. Vi è poi un elemento ulteriore da valutare, nelle considerazioni politiche seguite al DDL n. 1199, ovvero la profonda differenza tra il testo suggerito dal Consiglio Nazionale Forense e quello proposto in Parlamento. Il confronto è impietoso e può essere evidenziato dalle parti mancanti del DDL rispetto alla mozione acclamata dall’avvocatura italiana al Congresso Nazionale Forense del 2018.


Questo è il testo che il Consiglio Nazionale Forense voleva fosse inserito in Costituzione:

“Nel processo le parti sono assistite da uno o più avvocati. In casi straordinari, 20 tassativamente previsti dalla legge, è possibile prescindere dal patrocinio dell’avvocato, a condizione che non sia pregiudicata l’effettività della tutela giurisdizionale” (comma 3); “L’avvocato esercita la propria attività professionale in posizione di libertà e di indipendenza, nel rispetto delle norme di deontologia forense” (comma 4). “La funzione giurisdizionale sugli illeciti disciplinari dell’avvocato è esercitata da un organo esponenziale della categoria forense, eletto nelle forme e nei modi previsti dalla legge, che determina anche le sue altre attribuzioni. Contro le sue decisioni è ammesso il ricorso per cassazione” (comma 5)

Questo è invece il testo proposto dal DDL in esame, in cui risultano mancanti le norme in neretto, che aveva proposto il Consiglio Nazionale Forense nel suo progetto:

“Art. 1. 1. All’articolo 111 della Costituzione, dopo il secondo comma sono inseriti i se­ guenti: « Nel processo le parti sono assistite da uno o più avvocati. L’avvocato ha la funzione di garantire l’effettività della tutela dei diritti e il diritto inviolabile alla difesa. In casi tassativamente previsti dalla legge è possibile prescindere dal patrocinio dell’avvocato, a condizione che non sia pregiudicata l’effettività della tutela giurisdizionale. L’avvocato esercita la propria attività professionale in posizione di libertà, autonomia e indipendenza ». “

Si può notare come il legislatore abbia voluto escludere l’inciso “nel rispetto delle norme di deontologia forense”, dalla disposizione che qualifica la libertà e l’indipendenza dell’avvocato e questo non è affatto un dato di poco conto, perché testimonia di un aspetto problematico della deontologia, quale possibile fattore di limitazione di libertà ed indipendenza dell’avvocato, all’interno del nostro ordinamento. Un avvocato costituzionalmente riconosciuto come baluardo generalmente indispensabile al diritto di difesa, non viene però assoggettato alle norme di deontologia forense, ma viene riconosciuto come libero e indipendente, senza ulteriori limitazioni. Una conquista importante, che fa riflettere sul carattere e sulla forza delle norme deontologiche, all’interno di un Ordine professionale in cui ancora oggi la deontologia rappresenta una ferita lancinante nel rapporto tra libertà ed indipendenza dell’avvocato e soggezione a regole di deontologia.

L’aspetto più evidente della difformità tra quanto il Consiglio Nazionale Forense voleva e quanto la politica attualmente intenderebbe riconoscere è però nella totale assenza dell’ultimo comma che l’avvocatura istituzionale intendeva introdurre in Costituzione, il n. 5, che mirava a cristallizzare la funzione di un organo “esponenziale della categoria forense” (cit.), che esercitasse la funzione giurisdizionale sugli illeciti disciplinari dell’avvocato e “che determina anche le sue altre attribuzioni”.

In altri termini, mediante questa disposizione, surrettizia e farraginosa, il CNF intendeva introdurre in Costituzione se stesso, facendo affermare alla nostra Carta Fondamentale la sua giurisdizione sugli illeciti disciplinari, ma soprattutto, la sua potestà illimitata, derivante dalla possibilità di dettare e determinare, in piena autonomia, le sue “altre” attribuzioni.

La norma avrebbe naturalmente costituito un elemento eversivo nell’ordinamento repubblicano, consentendo esplicitamente ad un organismo di portata costituzionale, di essere giudice di una figura fondamentale come quella dell’avvocato, ed allo stesso tempo di poter determinare le funzioni concorrenti e in conflitto con questa attività, senza dover rendere conto a nessuna legge ordinaria di tali potenziali conflitti, in ragione di una tutela rafforzata dalla Costituzione.

Il disegno era dunque pericoloso, eversivo ed insostenibile, ma ciò nondimeno l’avvocatura istituzionale aveva provato a farlo passare, riscuotendo, almeno da quanto traspare dal DDL 1199, una netta contrarietà dell’attuale maggioranza parlamentare, composta da Lega e Movimento 5 Stelle.

L’analisi del topolino insomma, non consente davvero di cantare vittoria per questa proposta di riforma dell’art. 111. della Costituzione. Le problematiche afferenti all’effettività del ruolo dell’avvocato, sia all’interno del processo, che negli sviluppi collaborativi della fenomenologia contenziosa, presente e futura, restano tutte in campo, non scalfite, da questa presunta conquista. In particolare, l’esplicita possibilità di superare la figura dell’avvocato nel processo, apre un dibattito politico che sarà di assai dubbio esito, laddove la disposizione in oggetto divenisse parte della Costituzione italiana. Non può sfuggire al giurista europeo che gli ambiti in cui al cittadino è concesso difendersi senza il patrocinio dell’avvocato, sono assai più ampi in Europa che in Italia e che la tendenza a superare la figura necessaria dell’avvocato all’interno delle nuove forme di risoluzione alternativa delle controversie sta erodendo in modo assai preoccupante un ambito operativo un tempo appannaggio esclusivo dell’avvocato.

Il disegno di rafforzamento del ruolo dell’avvocato in Costituzione, proposto dall’avvocatura istituzionale, mirava in realtà al riconoscimento del potere illimitato del Consiglio Nazionale Forense. Ciò voleva essere ottenuto, sfruttando la menzione dell’avvocato in Costituzione, come una scialuppa sulla quale trasportare il vero interesse normativo proposto. Questo disegno, almeno a giudicare dal testo presentato in Senato dagli onorevoli Patuanelli e Romeo, sarebbe stato totalmente disatteso dalla politica italiana, che avrebbe lanciato un ulteriore segnale di estromissione della sfera deontologica dai requisiti capaci di limitare libertà ed indipendenza dell’avvocato.

Il topolino non è ciò che l’avvocatura istituzionale sperava, ma rischia addirittura di essere un boomerang, laddove l’avvocatura italiana non sappia argomentare e difendere la funzione indispensabile dell’avvocato nei fenomeni giuridici e giurisdizionali, fuori e dentro il processo. Il timore dei giuristi e degli avvocati italiani è proprio questo: che ciò che è rimasto dei veri intenti del Consiglio Nazionale Forense, possa costituire un male assai più concreto del presunto bene che si vorrebbe rappresentare.

Sarà il tempo a dirci se effettivamente questo potrà verificarsi o meno.

Avv. Salvatore Lucignano