“Cosa Nostra” è un’espressione che contiene un mondo, nel quale si può scegliere di entrare, scandagliando l’orrore, o che si può ignorare, applicando l’omertà tanto cara agli “uomini d’onore”. Cosa Nostra è un modo di pensare e agire che va ben oltre la mafia, intesa come organizzazione criminale basata sulle regole di affiliazione e condotta portate alla sbarra nel maxi processo istruito dai giudici Falcone e Borsellino. Cosa Nostra è un concetto mafioso che fa breccia in ogni contesto sociale in cui vi è un gruppo di persone convinte di poter fare tutto ciò che vogliono, di essere immuni alle leggi, di poter trasformare il bene proprio e i propri interessi di clan nel bene collettivo.

I mafiosi, almeno fino alla degenerazione portata dal dominio dei corleonesi nell’organizzazione, avevano della Cosa Nostra una visione quasi romantica, consistente nell’idea che i loro soprusi fossero un modo di affermare un ordine davvero giusto, una società in cui gli affiliati, i fiancheggiatori, i viddani che avessero accettato la protezione dei mafiosi, entravano a far parte di un sistema giusto. Il problema etico di chi rifiutava quella forma di aggregazione criminale e familistica si risolveva facilmente, con le intimidazioni, le violenze e nei casi di maggiore irriducibilità, con gli omicidi. Il contesto ambientale in cui la mafia riusciva a formare una società convinta della funzione quasi endemica e ineliminabile della Cosa Nostra era strutturato in modo da far apparire chi rifiutava questa struttura come un pazzo. In fondo la mafia dava pane e lavoro, si proponeva di offrire benessere a chi l’accettava, per cui i beneficiati dal sistema potevano stentare a capire cosa spingesse gli oppositori a rifiutare e combattere l’organizzazione.

L’avvocatura italiana contemporanea è esattamente questo, una mafia basata sull’ideologia della Cosa Nostra. Non sono mafiosi solo moltissimi esponenti dell’Ordine Forense, ma lo sono anche migliaia di avvocati, intrisi fino al midollo di cultura mafiosa e criminale. Per questi avvocati la misura del giusto non si ritrova nel rispetto delle leggi, ma nei benefici che la Cosa Nostra Forense è in grado di dispensare ai suoi affiliati e fiancheggiatori. Il concetto base che consente ai boss della mafia ordinistico forense di continuare a prosperare e ricevere consensi è uno scambio, nemmeno dissimulato, tra favori e voto. Il contesto criminale che fa da sfondo a questo scambio immorale è chiaro: la legge, anche quella che intende limitare i ruoli di rappresentanza e potere, ribadendone la natura limitata, pro tempore, non conta nulla. Ciò che conta è lo scambio tra padrone e vassallo, tra servo e signore, eletto ed elettore.

A Palermo, ai tempi d’oro del Grand Hotel Ucciardone, quando i mafiosi scontavano qualche anno di galera in celle aperte, mangiando aragoste e bevendo champagne, Don Vito Ciancimino godeva di ampio consenso ed era il sindaco e padrone di Palermo. Qualcuno chiamava quel regime mafioso “democrazia”, perché la gente, si diceva, lo votava. Oggi nell’avvocatura italiana il regime mafioso che porta consenso ai capimafia delle varie cosche ordinistiche fonda sulla stessa distorsione del concetto di rappresentanza legale e democratica. In poche parole si ignorano l’illegalità diffusa, le asimmetrie di potere che sbilanciano e truccano le competizioni elettorali, le rendite di posizione illegittime, cristallizzate negli anni e censurate dalla giustizia, con la sentenza a SS. UU. n. 32781/18, e si considerano i voti. Laddove i padrini della Cosa Nostra Forense riscuotono consensi, tutti i mafiosi affiliati al sistema ordinistico parlano di democrazia, di trionfo del voto, di consenso che sanerebbe ogni presupposto illegale.

La mafia, la Cosa Nostra, agisce e pensa così. Gli avvocati italiani sono mafiosi perché pensano e agiscono così. A nulla serve far notare che decine di avvocati, dinanzi ad una legge e ad una sentenza con valore nomofilattico che ne impone il rispetto, hanno ribadito il ruolo limitato nel tempo della rappresentanza ordinistica. A questo concetto, ai principi dell’alternanza e della “Cosa Comune”, i clan mafiosi che comandano l’Ordine Forense oppongono il consenso della “Cosa Nostra”. Si stabilisce così una frattura insanabile, che rompe il vincolo di colleganza tra avvocati non mafiosi e avvocati mafiosi, perché i primi non accettano che i benefici offerti dai clan possano superare il bisogno di legalità, mentre i secondi, se ricevono prebende dai clan che sostengono, continuano a sostenerli, incuranti delle leggi, addirittura ostili e infastiditi dalle leggi.

Così come Falcone e Borsellino denunciavano, a proposito di una cultura popolare mafiosa, intesa come fattore indispensabile alla sopravvivenza dell’organizzazione mafiosa in senso stretto, anche l’avvocatura italiana contemporanea, attualmente dominata da un’organizzazione ordinistica mafiosa, sopravvive grazie al fatto che la cultura della Cosa Nostra va ben oltre i rappresentanti che la utilizzano per restare al potere. Non sono mafiosi solo coloro che rifiutano di sottostare alle leggi, ai limiti, all’alternanza degli incarichi e che rivendicano la propria assoluta ed arbitraria possibilità di agire, ma sono mafiosi anche gli avvocati che sostengono questi principi e che votano per i propri padrini, senza curarsi dell’illegittimità e dell’immoralità sottesa allo scambio tra benefici ricevuti e violazione dei principi dell’ordinamento italiano.

Cosa Nostra è proprio questo: l’affermazione, surreale e capovolta, di una struttura sociale che sostituisce al bene comune quello degli appartenenti all’organizzazione. I mafiosi sono coloro che guardano al proprio clan, identificando gli interessi di parte con quelli di tutti. Il mafioso raramente si sente a disagio nel violare la legge, perché il consenso popolare lo ripaga, lo mette al sicuro, anche nel profondo della sua coscienza, rafforzando la sua illusione di trovarsi dalla parte giusta, quasi di essere un benefattore. Le prebende dispensate ed utilizzate per compare i voti degli elettori pronti ad accettare la cultura mafiosa diventano prove di una mentalità quasi altruistica del referente, che può spacciare a piene mani la retorica del sacrificio. Il mafioso in toga diventa così “il sacrificato”, un individuo che continua a gestire la Cosa Nostra Forense non per gli interessi propri, ma per quelli altrui.

E’ inutile dunque illudersi che l’avvocatura italiana possa superare il regime mafioso della Cosa Nostra Forense, se non cambierà la cultura mafiosa che pervade la gran parte degli avvocati iscritti all’Ordine. Fino a quando l’omertà, la paura, la disponibilità a tacere di fronte ai soprusi e alle ingiustizie, la disponibilità a scendere a patti con il potere mafioso, saranno le caratteristiche dominanti tra gli avvocati italiani, la Cosa Nostra Forense continuerà ad imporre il proprio regno, fatto di ingiustizie, sopraffazioni, illegalità e prepotenze. Fino a quando gli avvocati non mafiosi, decisi a denunciare questo sistema mafioso, saranno una infima minoranza degli iscritti all’Ordine Forense, sarà impossibile che una nuova politica forense possa sostituire un sistema non mafioso a quello attualmente voluto dal corpo elettorale forense.

Quando la cultura di un gruppo sociale è mafiosa, solo la magistratura può battere il legame tra referenti ed elettori e nel caso degli avvocati italiani la situazione è proprio questa. Solo la magistratura, riaffermando la cultura della legalità, può sconfiggere la cultura mafiosa che oggi domina l’avvocatura italiana. Certo, le sentenze che decapiteranno il regime mafioso della Cosa Nostra Forense non potranno formare l’anima di una nuova avvocatura, finalmente non mafiosa, ma solo riaffermando il valore superiore della legge e dello Stato, la criminalità organizzata che oggi piega l’avvocatura italiana ai propri interessi potrà subire una visibile sconfitta, capace forse di avviare una riflessione profonda sulla rivoluzione ideale necessaria per avere finalmente un’avvocatura italiana libera dalla “Cosa Nostra Forense”.

Avv. Salvatore Lucignano