“Se il voto è l’espressione della volontà individuale, se l’esercizio più o meno esteso di questa costituisce la libertà morale, tutto ciò che direttamente o indirettamente vincola, si oppone, o disvia questa volontà, sarà un atto dispotico lesivo della libertà e di quei diritti dei cittadini che hanno la base nella giustizia naturale e nella costituzione sociale. “

Queste parole, pubblicate da Troiano De Filippis Delfico nel Corriere Abruzzese del 21 ottobre 1876, suonano profetiche per chi, oltre un secolo dopo, si trova a dover fare i conti con i limiti del voto, quale strumento di costruzione dei valori democratici per cui esso è nato.

Le critiche al voto, come strumento di suprema realizzazione della democrazia, si fanno sempre più frequenti. E’ ormai chiaro che la società di massa, la capacità di manipolare e comprare il consenso, l’inefficienza di altri momenti di controllo dell’operato dei rappresentanti, da parte dei rappresentati, non consentono più di affidarsi al voto ed al suffragio universale con atteggiamento fideistico. Ogni strumento di democrazia non deve mai essere mitizzato, ma contestualizzato, adeguato ai tempi e agli sviluppi della società, perché non diventi vuoto formalismo, distante dagli obiettivi concreti che si dovrebbe porre. Nel caso dell’avvocatura italiana il paradosso è immediatamente evidente. Non solo la mafia dell’Ordine Forense trucca le elezioni, ma utilizza tutte le asimmetrie di potere che impediscono un voto libero, informato, volto a selezionare una classe dirigente che risponda ai criteri per cui le elezioni dovrebbero servire. Ciò comporta, in un contesto di brogli, illegalità, clientelismo e malaffare, la totale perdita di validità del voto, che diventa solo l’alibi per dare veste di legittimità alla mafia e al malaffare, ma non ottiene nessuno degli obiettivi per cui il voto dovrebbe essere utilizzato, nel caso volesse rispondere alle finalità per cui è stato originariamente introdotto nei sistemi democratici.

Chiunque analizzi la condizione in cui si esprime il voto all’interno dell’avvocatura italiana non potrà che convenire sull’assoluta illegalità che permea ogni forma di assemblea elettiva, rendendo ridicolo parlare di libera scelta e selezione di un ceto dirigente. In particolare, emerge ormai in modo chiaro che il sistema elettorale previsto per le elezioni all’interno dei Consigli dell’Ordine, il cosiddetto “FALANGHELLUM”, non sia stato capace di contrastare il voto di scambio, consentendo anzi che questa pratica, assai diffusa all’interno dell’avvocatura, divenisse platealmente elusiva della legge elettorale.

Sembrerebbe un paradosso, ed in effetti a volte lo appare, ma tra gli avvocati italiani e la democrazia scorre una barriera che stenta a sollevarsi, un muro che non vuole saperne di cadere: l’incapacità di eleggere le proprie rappresentanze con sistemi di voto democratici. I presupposti del voto di scambio consentito dal Falanghellum fanno peraltro riferimento ai precedenti sistemi di voto in vigore all’interno dell’avvocatura italiana. La crisi legata all’assenza di un regolamento capace di portare al rinnovamento dei Consigli Circondariali dell’Ordine di tutta Italia, cominciata nel 2014 con l’approvazione del famigerato “Sovietichellum” e proseguita con il suo annullamento da parte del Tar Lazio, ha generato una soluzione che appare ormai chiaramente peggiore del male.

Anche con il Falanghellum infatti, le cordate, o per meglio dire, le ammucchiate, necessarie a sommare e scambiare i voti dei vari candidati, non incorrono in una patente di illegittimità, e ciò nonostante la legge elettorale in vigore, con una previsione tanto ipocrita quanto disattesa, proibisca di formare liste, parlando di aggregazioni, che hanno nei fatti la stessa funzione di una lista di candidati che sommano e scambiano i propri voti, per aumentare la cifra personale di ciascuno.

In questi giorni ho potuto sottoscrivere una petizione, l’ennesima, che si propone di risolvere il problema del voto di scambio all’interno delle elezioni dei Consigli dell’Ordine degli avvocati, eliminando il potere collusivo delle liste ed inserendo la preferenza unica, che risponderebbe ad una normativa che parla di elezione individuale, del singolo Consigliere. Si tratta ovviamente di un disperato tentativo di limitare la portata deteriore delle ammucchiate elettorali forensi e fa il paio con l’altra soluzione possibile: il coordinamento tra l’espressione delle preferenze multiple e del cosiddetto quoziente di lista. 

Nonostante la situazione sia nota a tutti, anche al Parlamento ed al Ministro della Giustizia, a nessuno interessa introdurre tra gli avvocati italiani un sistema elettorale che impedisca il voto di scambio.

L’assenza del quoziente di lista comporta che le candidature che condividano i voti possano beneficiare di un effetto amplificato del consenso, e che i candidati cerchino disperatamente di farsi cooptare dalle liste più numerose e ricche di voti, per beneficiare di un meccanismo di scambio che mortifica la libera espressione delle differenze programmatiche, e favorisce pratiche deteriori, lesive dei diritti delle minoranze.

Quando i seggi di un organismo consiliare debbano assegnarsi sulla base di raggruppamenti dei candidati in lista ed espressione di preferenze multiple, l’assegnazione dei seggi spettanti a ciascun candidato non può che farsi con riferimento al quoziente ottenuto dalle liste in cui essi sono inseriti. Le preferenze espresse per le varie liste o candidature singole concorrenti determinano il numero di seggi spettanti a ciascuna lista, ed una volta determinata questa cifra elettorale, per ogni lista concorrono ai seggi, in proporzione ai voti raccolti, i candidati che hanno raccolto preferenze, fino adesaurimento del quoziente assegnato alla lista.

E’ l’unico modo per consentire al candidato più votato di una lista che raccolga meno consensi, di concorrere in modo effettivo con i candidati di una lista che abbia raccolto un gran numero di consensi. E’ evidente infatti che anche le cifre individuali dei candidati poco votati, ma espressione di una lista “forte”, saranno quasi sicuramente superiori alle cifre raggiunte dai candidati più votati di una lista “debole”, ma escludendo il quoziente di lista, i candidati che non accettino diaccordarsi e presentarsi con la maggioranza, resteranno sempre esclusi dalle assemblee elettive, ed il pluralismo verrà sempre di fatto impedito, relegando i gruppi minoritari ad una ingiusta sottorappresentazione.

C’è chi sostiene che la legge professionale forense, disponendo che risultino eletti i candidati che “riportano il maggior numero di voti”, impedisca l’adozione del quoziente di lista. In realtà la norma ha mero valore dispositivo, e ben potrebbe essere combinata con disposizioni di legge che chiariscano il perimetro della norma in oggetto, garantendo finalmente, anche agli avvocati italiani, elezioni svolte con un sistema di voto legittimo. Spetta infatti alla legge determinare i criteri che individuino “il maggior numero di voti” e l’unico modo di valutare il maggior numero di voti dei singoli candidati, se votati con preferenza multipla, conciliandolo con i principi base della democrazia rappresentativa, consiste nel valutarli secondo il concorso con i candidati della propria lista a cui spettino seggi.

Si tratta di principi quasi banali per chiunque conosca l’andamento delle elezioni svolte con preferenze multiple, ma tra gli avvocati italiani, si sa, ciò che è banalmente democratico è anche un perfetto sconosciuto.

Del resto, in un sistema che assomiglia moltissimo ad un cane che si morde la coda, la pretesa di parlare di sistemi elettorali legittimi è folle. Gli avvocati italiani non sono interessati alla natura dell’Ordine Forense, alla sua democraticità e men che meno alla legalità dei procedimenti elettorali che portano alla selezione dei dirigenti che comandano l’avvocatura italiana. Tutto ciò che interessa ai gruppi di potere dominanti all’interno della Cosa Nostra Forense è che i meccanismi di aggregazione, scambio e cooptazione, consentano ai maggiorenti del sistema di perpetuare il proprio potere, o al massimo di trasmetterlo a referenti, che facciano parte degli stessi clan degli esponenti storici dei vari potentati locali.

Il risultato di questo atteggiamento è una categoria forgiata dal clientelismo e dalla corruzione, dominata da un potere blindato, quasi impermeabile a qualsiasi forma di coscienza critica e vaccinato contro il virus della democrazia e del pluralismo.

La vicenda del cosiddetto “doppio mandato” è dunque stata solo l’ennesima dimostrazione della palese natura clientelare del sistema ordinistico, ma non può essere affatto definita una sorpresa, andandosi ad iscrivere in una storia di potere e malaffare che fa di tutto per perpetuarsi, in barba a qualsiasi norma o precetto, politico e morale.

Eppure uno dei pochi elementi accettabili introdotti dalla L. n. 247/2012 era stato proprio il tentativo di arginare lo strapotere degli avvocati istituzionalizzati, attraverso un limite alla candidabilità, a seguito dello svolgimento di due mandati consecutivi nei Consigli dell’Ordine circondariale, veri centri del potere e della corruzione politica presente nell’avvocatura. Dal momento in cui quella norma è stata approvata però, la Cosa Nostra Forense ha fatto di tutto per impedirne l’applicazione. Il potere dei padrini della Cupola è stato dapprima prorogato, concedendo altri due anni (dal 2012 al 2014), a chi già dominava e controllava il voto e le clientele forensi, poi con l’operazione “Sovietichellum”, ovvero con il famigerato regolamento totalitario emanato dal Ministro Andrea Orlando, per il piacere del Consiglio Nazionale Forense, si sono di fatto prorogati i Consigli dell’Ordine di altri quattro anni, consentendo sostanzialmente ad avvocati che già mantenevano asimmetrie di potere maturate da interi lustri, di giungere al riallineamento dei Consigli, da eleggere nel 2019, con un’aura di verginità e la possibilità di ricandidarsi al potere, per altri 8 anni.

Quando è intervenuta la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 32781/18, cercando di porre un freno a questo tsunami di malaffare, la reazione della Cosa Nostra Forense è stata eversiva: il Consiglio Nazionale Forense ha violato leggi e sentenze, ha ignorato l’art. 36, n. 8 della legge professionale forense, che gli imponeva di conformarsi al principio di alternanza enunciato dalla Suprema Corte ed ha spalleggiato tutti gli esponenti dei clan ordinistici decisi a ricandidarsi, in barba a qualsiasi limite, anche laddove vi fossero situazioni di incrostazione che perdurassero da venti o trent’anni. Uomini al potere per l’eternità.

Oggi dunque il sistema sconta a monte l’illegalità che porta alla selezione non rispondente a norme di giustizia delle rappresentanze forensi.

Nonostante il Falanghellum sia riuscito a limitare ai soli 2/3 del consesso l’indicazione dei componenti dei Consigli, concedendo a schieramenti di minoranza un diritto di tribuna potenzialmente pari al 33% dei seggi consiliari, l’esigenza di superare le sclerotizzazioni clientelari che caratterizzano l’Ordine Forense è ancora ben lungi dall’essere raggiunta. Certo, la sconfitta di un’ipotesi di indicazione totalitaria dei Consiglieri dell’Ordine ha rappresentato una sconfitta bruciante per la Cupola dei capi mandamento, i Presidenti dei Consigli di tutta Italia, che hanno tentato fino all’ultimo di ottenere una legge elettorale blindata, totalitaria, capace di estromettere dai loro parlamentini qualsiasi elemento dissonante con il potere dominante. In questo senso va riconosciuto che il risultato della battaglia contro il Sovietichellum, sul piano politico, è stato importante per opporsi alla Cosa Nostra istituzionalizzata. La battaglia però non è riuscita a dare all’avvocatura italiana un sistema elettorale legittimo. L’assenza di quozienti proporzionali, la sommatoria totalitaria delle preferenze ottenute dai componenti delle liste formate dai capi della Cosa Nostra, genera ancora inaccettabili distorsioni sul piano della rappresentanza, impedendo, o rendendo comunque assai difficoltosa, l’emersione di realtà politiche capaci di avere adeguata rappresentanza nei luoghi di gestione del potere e del business in cui è immerso l’Ordine Forense italiano, ovvero i Consigli dell’Ordine Circondariali.

L’avvocatura si trova così a vivere un paradosso, doloroso ed inaccettabile: è una professione che negli ultimi anni è stata invasa da giovani, da poveri Cristi, dalle donne, comandata da maschi, da avvocati ammanigliati con ogni sorta di potere, da vecchi, che fanno di tutto per continuare a gestire la torta e gli affari legati alla rappresentanza istituzionale, cercando in tutti i modi di tener fuori dal governo delle cose l’avvocatura di base, quella senza santi in paradiso.

Le elezioni in corso di svolgimento in questo scorcio di 2019 mirano dunque, nella mente dei padrini della Cosa Nostra Forense, a cristallizzare assetti di potere, di danaro e di interesse, per altri 8 anni, tenendo ancora al giogo quella parte di avvocatura che non ha armi per combattere lo strapotere economico, politico ed istituzionale che si riversa con voracità all’interno delle istituzioni degli avvocati italiani, traendo da esse ogni sorta di utilità, diretta o indiretta.

Democracy Dies in Darkness. 

Avv. Salvatore Lucignano