Uno degli elementi divertenti fatti emergere dalla battaglia di ARDE contro la mafia dell’Ordine Forense, è che alcuni padrini delle cosche ordinistiche, in particolare i più grotteschi ed impudichi, nell’affannosa ricerca di una giustificazione al loro imperituro ruolo, esprimono sinistri paralleli, che portano, se declinati secondo una logica rigorosa, a conclusioni davvero paradossali.

Appare dunque assai sapido il parallelo, invero ardito, tra il limite del doppio mandato per gli incarichi all’interno della Cosa Nostra Forense e le leggi razziali di mussoliniana memoria. Secondo un esponente della mafia ordinistica nostrana infatti, un avvocato sarebbe legittimato a disobbedire alle leggi e alle sentenze che impongono l’alternanza all’interno delle istituzioni forensi, esattamente come lo era durante il ventennio fascista, quando furono emanate le vergognose leggi razziali.

La Cosa Nostra Forense non riesce ad accettare il principio di diritto stabilito dalla sentenza n. 32781/18 delle SS. UU., ovvero che la stratificazione del potere porti ad una degenerazione dei ruoli di servizio. Con un meccanismo di cialtronesca mistificazione della realtà, i padrini della cupola ordinistica tentano di far dire alla Cassazione ciò che in realtà non è stato mai detto, né scritto. Non è affatto vero infatti, che la Suprema Corte abbia detto che la permanenza all’interno delle istituzioni forensi, per un periodo limitato di tempo, si connoti come un fatto capace di integrare valutazioni deteriori nei confronti di chi esercita questo servizio, pro tempore.

Al contrario, la Suprema Corte ha stigmatizzato gli effetti nefasti del protrarsi senza limiti della permanenza in questi ruoli, fotografando uno dei principi cardine dell’ordinamento contemporaneo, per quei giuristi che vogliano guardare con onestà al fenomeno della rappresentanza:

  • Ogni ruolo di servizio, se perpetrato oltre un certo limite, degenera in un ruolo di potere.

Nonostante la mistificazione dei padrini della Cosa Nostra Forense, le parole dei giudici di Cassazione non possono essere fraintese, perché espresse con grande chiarezza e massimo pregio, logico e giuridico:

29. In particolare, è chiara la valutazione del legislatore della protratta consecuzione dei mandati come idonea a fondare, con la permanenza nella gestione degli interessi di categoria, un rischio di sclerotizzazione delle compagini rappresentative e di viscosità o remore anche inconsapevoli nell’ottimale esercizio delle istituzionali funzioni di rappresentanza e vigilanza.

30. Evidentemente, la norma valuta come da evitare per quanto più possibile il pericolo di una cristallizzazione di posizioni di potere nella gestione di queste a causa della protrazione del loro espletamento ad opera delle stesse persone: protrazione che è, a sua volta, fomite o incentivo di ben prevedibili tendenze all’autoconservazione a rischio di prevalenza o negativa influenza su correttezza ed imparzialità dell’espletamento delle funzioni di rappresentanza. Al contrario, questo dovrebbe necessariamente essere sempre ispirato, per le stesse pubblicistiche esigenze che presiedono alla loro strutturazione in sistema ordinistico, a particolare correttezza e rigore nell’esercizio delle professioni così strutturate.

31. Pertanto, per valutazione legislativa ogni prolungato esercizio del mandato, come dalla norma individuato per tempo pari alla durata di due mandati consecutivi (purché ognuno non inferiore a due anni e cioè, per gli Avvocati, in ragione della metà della durata del mandato ordinario), preclude la (immediata) rieleggibilità del consigliere, al fine di impedire la cristallizzazione della sua rendita di posizione e di porre almeno un limite o correttivo a quella che da taluni si è definita come l’evidente asimmetria di potere tra esponenti già in carica -soprattutto se da anni e per un mandato già rinnovato – e nuovi aspiranti alla carica.

Protrazione, prolungamento, non svolgimento limitato del ruolo. La sentenza n. 32781/18 delle SS. UU. mostra, in tutto il suo percorso motivazionale, una perizia giuridica congiunta con una grandissima padronanza dei concetti politici sottesi al bilanciamento degli interessi in campo. Nel confronto tra i puerili paralleli tra esponenti della mafia ordinistica e magistrati della Suprema Corte, l’avvocato che vorrebbe tifare per la propria corporazione esce scornato e sconfitto, e non può che schierarsi con i giudici, che appaiono autentici giganti, a paragone con i nani dell’avvocatura ordinistica.

Il concetto di disobbedienza civile viene dunque utilizzato da qualche padrino della mafia forense come concetto in grado di giustificare il mancato rispetto della legge, in materia di limitazione ai mandati da svolgere nelle istituzioni forensi. Il principio sotteso a questa azione di disobbedienza sarebbe la valenza dell’assoluto arbitrio dell’Ordine Forense, la sua pretesa di impunità rispetto alla volontà dello Stato di diritto di regolare e limitare le sclerotizzazioni del potere all’interno delle istituzioni ordinistiche.

E’ questo dunque il parallelo che consentirebbe ad un avvocato di violare, in pace con la sua coscienza, la norma attualmente vigente che impone uno stop temporaneo per quegli esponenti che abbiano già ricoperto due mandati consecutivi, considerando tale violazione un gesto eroico, alla stregua di chi, nell’ipotesi di emanazione di nuove leggi, discriminanti verso determinate razze, difendesse l’uguaglianza di tutti gli uomini, indipendentemente da etnia e colore della pelle.

Non c’è che dire, un paragone calzante, che ben testimonia il livello di attaccamento al sacrificio dei sempiterni satrapi dell’Ordine Forense.

Avv. Salvatore Lucignano