Ogni volta che un articolo di stampa, una ricerca, un’analisi sulle condizioni dell’avvocatura italiana fotografa l’inferno, il girone dantesco in cui si affollano i 240 mila dannati che ingolfano inutilmente l’Ordine Forense, i responsabili della Cosa Nostra Forense riescono a farsi scivolare addosso il rumore angoscioso delle grida. Le anime in pena si affollano sulla barca di Caronte, trascinate in basso dalla povertà, dalla sempre più grave penuria di clienti, da modelli operativi obsoleti e dalle imposizioni, vincoli, gabelle, che la legge professionale forense ha cucito sulle loro povere carcasse.

Non desta dunque alcuna sorpresa la diffusione di un dato, ripreso dal Sole 24 ore, in un ‘articolo di Valeria Uva del 13 maggio 2019. La distribuzione del PIL dell’avvocatura italiana sarebbe la seguente:

  • Circa il 3% degli appartenenti all’Ordine, appartenente alle grandi law firm, produrrebbe oltre l’80% del PIL degli avvocati italiani;
  • Il restante 97% degli avvocati, impiegati in piccoli studi, affollati, massificati, dipendenti mascherati, si azzufferebbe per poco meno del 20% del PIL della categoria.

L’ennesima fotografia di una crisi inarrestabile, che vede le regioni più depresse del paese letteralmente invase da un’avvocatura fatta di sopravviventi, udienzisti, finti liberi professionisti, in cerca di un modo di sbarcare il lunario. Un mondo a cui sono letteralmente preclusi i processi capaci di generare ricchezza, concentrati nel diritto societario, nelle funzioni giuridiche connesse alle competenze tecnologiche, tecniche, informatiche.

L’avvocatura italiana è dunque una finzione, che dietro un titolo apparentemente unico, nasconde mondi che non si toccano e non si parlano. Una élite, capace di prosperare e progredire, ed una massa di sopravviventi, più simile ad un girone dell’inferno che ad un luogo civilizzato.

Il risultato di questa divaricazione è complesso, incide sia sulla finta classe forense, che in realtà non è tale, che sui diritti della cittadinanza.
Le avvocature dei ricchi operano in contesti in cui il tema dei diritti è quasi completamente sovrastato dagli interessi, l’accordo è la norma ed il conflitto è l’eccezione, l’efficienza genera ricchezza, sia per i clienti che per gli avvocati.

L’avvocatura dei poveri affonda nel fango del processo pubblico statale, tra gratuiti patrocini e onorari da fame, cause che durano decenni e disfunzioni di ogni genere. E’ una giungla in cui il nome “giustizia” è poco più che un nome scritto sulla cartina geografica, un luogo idealizzato, che potrebbe persino chiamarsi “paradiso terrestre”, ma che poi, quando lo si vive per davvero, mostra tutta la barbara crudeltà ed ingiustizia che lo pervade.

Questo mondo, in cui i poveri, i cittadini normali, i figli di nessuno si dibattono come mosche in un barattolo, avrebbe bisogno di affermare diritti, prima ancora che interessi, ma è sempre più privo di difese. L’Italia è ormai il paese in cui i diritti possono essere rivendicati solo dai ricchi, mentre i poveri che osano pretendere tale riconoscimento vengono ricacciati oltre l’Acheronte, costretti a vergognarsi, a misurarsi con un tale mostro, da vivere questa battaglia come un marchio di infamia, stampato a fuoco sulla fronte.

E’ in questo contesto di degrado e di disuguaglianze crescenti che la Cosa Nostra Forense ha accelerato la distruzione dell’avvocatura.

L’avvocatura decorosamente costruita dalla mafia ordinistica è in realtà un luogo dominato da morti di fame, zombie, dipendenti travestiti da “monocommittenti” e prestatori d’opera occasionale. Un girone dantesco, un “si salvi chi può”, in cui conta solo prendere i soldi e scappare, tirare a campare, provare a sfuggire all’inferno. I dati non fanno che confermare questa situazione, fotografando un ristretto gruppo di iscritti, totalmente estranei all’Ordine Forense, alla sua politica, al sottobosco di norme, vincoli, gabelle, imposti ai miserabili, fa letteralmente ciò che vuole, prospera, e svolge la professione forense. Il restante 97% della canaglia si suddivide tra mestieranti di un certo successo e decine e decine di migliaia di affamati cavalieri senza più castelli, né feudi, né speranze di arrivare alla pensione.

Un fallimento devastante, la prova provata che la mafia dell’Ordine Forense ha distrutto la professione, l’ha impoverita, massificata e squalificata.

In questo contesto anche la politica forense è l’emblema del degrado, morale, intellettuale e reddituale di questa avvocatura di serie B. In questo mondo sotterraneo, di cui non fa parte un solo avvocato di successo, impiegato nelle imprese forensi che eccellono in innovazione e aggregazione, si accalcano i professionisti dell’istituzionalizzazione: mestieranti della poltrona ordinistica, per cui la politica forense rappresenta un tentativo di integrare il desco, portato avanti con altri mezzi.

La legge professionale forense è dunque un armamentario di previsioni che servono solo ad ingabbiare i dannati. Gli altri, i cittadini e gli avvocati ricchi, stanno lassù, in alto, lontani dalle miserie della palude, intangibili, in una dimensione di beatitudine totalmente inaccessibile alla massa.

Avv. Salvatore Lucignano