“La mafia investe miliardi di euro nell’economia legale, entra nella grande finanza, scala gruppi industriali, piazza suoi uomini e donne in Consigli d’amministrazione di holding imprenditoriali globali che fanno affari nei cinque continenti. La mafia è più forte e si sente forte là dove non la si percepisce come un pericolo, dove è riuscita a mimetizzarsi, dove ha stabilito rapporti pacifici di convivenza e connivenza con istituzioni e cittadini. La mafia è un cancro che è dentro di noi, che ci divora”

Queste parole, prese a prestito da Catello Maresca e Paolo Chiariello e tratte dal loro libro “La mafia è buona!”, edito da Rogiosi Editore, raccontano molto bene il fenomeno di infiltrazione delle varie Cose Nostre all’interno della società e naturalmente rafforzano le argomentazioni di chi, come noi, non accetta affatto il parallelo tra istituzione e legalità, così come quello, ancora più pericoloso per i valori democratici tra consenso e legittimazione assoluta.

I legami compromissori tra società e criminalità necessitano di superare le rigide categorie codicistiche e in tema di criminalità e di mafie, se davvero si intende combattere i fenomeni associati, occorre un coraggio che vada oltre il confinamento della mafia all’interno dei comodi argini costruiti dalle regole penali. Il concetto di una mafia “buona”, legale, istituzionale, diventa così di fondamentale importanza per provare a sconfiggere tutte le mafie che opprimono la società italiana, ridando finalmente una funzione effettiva alle leggi, che parlano di una società libera dalle pressioni delle mafie, ma scontano sempre più la distanza tra ciò che si vorrebbe che fosse e ciò che è.

La Cosa Nostra Forense incarna alla perfezione il concetto di “buona mafia”. Il fenomeno di degenerazione dell’Ordine Forense ha saputo plasmare un sistema sostanzialmente supino, dotato di strumenti tali da far apparire l’ingiusto come giusto, e gli ingiusti come giusti.

Ecco perché la limitazione del termine “mafia” ai soli fenomeni eclatanti delimitati dal codice penale è assolutamente insufficiente a spiegare le connessioni tra i vari livelli di infiltrazione delle “Cose Nostre” nei gangli sociali senza i quali nessun fenomeno di criminalità organizzata può attecchire e diventare endemico, all’interno di un territorio o di un contesto sociale.

L’apparente paradosso di una mafia buona è dunque di massima forza, riuscendo a manifestare appieno la necessità di contrastare non solo i fenomeni mafiosi appariscenti e descritti da norme di diritto di facile comprensione e catalogazione, ma anche e soprattutto quelle degenerazioni mafiose che possono essere invisibili alla lente della giustizia, ma costruiscono reti di clientele e malaffare che ottengono l’effetto principale di ogni organizzazione mafiosa, ovvero la costruzione di una società distorta, in cui trionfino, non necessariamente solo con la violenza delle armi, il sopruso, la sopraffazione dei pochi sui molti, l’utilizzo per gli interessi dei pochi di quelle strutture che dovrebbero poter fare, secondo la più ampia partecipazione democratica, gli interessi di tutti i cittadini.

Denunciare dunque che il fenomeno mafioso va ben oltre la rappresentazione pittoresca di un uomo con un revolver in mano, ed investe intelligenze e forme di connivenza che spesso sfuggono a qualsiasi possibilità di immediato riconoscimento, è il primo passo per comprendere davvero le fenomenologie mafiose dei nostri tempi, isolandole, contrastandole e contribuendo così a costruire una società in cui non vi siano al comando dei ristretti gruppi di potere, ma via invece massima possibilità per i cittadini capaci e meritevoli, di guidare lo sviluppo del consorzio umano.

Parlare di mafia infiltrata nell’avvocatura è un tabù, eppure l’analisi delle fenomenologie mafiose impone uno sforzo di verità e coraggio, se si vuole davvero che i gruppi umani non siano comandati da pochi, per gli interessi di pochi, ma siano aperti a tutti, per gli interessi di ciascuno.
La battaglia che ARDE sta portando avanti contro la Cosa Nostra Forense non potrà essere in alcun modo limitata dalla paura e dalla collusione della gran parte degli avvocati italiani con questo sistema di potere, funzionale agli interessi di pochi, nonostante il supporto di molti. L’indagine dei meccanismi di asimmetria che truccano elezioni e consessi, la denuncia della mafiosità dell’Ordine Forense, non può temere alcun tipo di ritorsione. 
L’analisi della fenomenologia mafiosa contemporanea riconosce le contraddizioni interiorizzate dai sistemi che ospitano le mafie al proprio interno.
L’avvocatura italiana ha un tumore, una mafia, che la sta uccidendo dall’interno. Le istituzioni forensi italiane, la Cosa Nostra Forense, rappresentano quel tumore, quella mafia, che va combattuta senza paura, anche se combatterla vuol dire vedere il male che è dentro di noi, superando le logiche corporative e omertose che consentono il proliferare della mentalità mafiosa all’interno del sistema ordinistico forense.

Avv. Salvatore Lucignano