Negli ultimi trent’anni lo Stato italiano ha eretto la fortezza dell’azione penale antimafia che è servita a combattere l’ala violenta e militare delle organizzazioni mafiose. La mafia non ha vinto, ma non ha nemmeno perso. Si è trasformata. Con gli Stati generali della lotta alle mafie abbiamo provato a offrire alla discussione pubblica nuove coordinate per capire cosa sia la mafia del XXI secolo e come la si possa contrastare meglio e sconfiggere. Una nuova strategia di contrasto deve guardare non tanto a che punto sono le mafie, ma a che punto siamo noi: la società, le sue forze organizzate, le istituzioni, lo Stato. Deve concentrarsi sulle aree di “vulnerabilità” del sistema, nei diversi ambiti della vita economica, sociale e istituzionale. Non esistono territori o settori immuni alla mafia, la quale si afferma in presenza di una domanda di servizi che è in grado di offrire, a beneficio di intermediazioni “improprie”, di transazioni a legalità debole o illegali che esistono anche in sua assenza, ma che con essa si rafforzano. La lotta alle mafie deve essere una priorità dell’azione politica, in cui coinvolgere l’opinione pubblica. L’antimafia non è un ambito specialistico o settoriale, ma una prospettiva di fondo, che riguarda tutti i rischi di vulnerabilità, in ambito economico, sociale e istituzionale.

Proprio per questo, non possiamo escludere gli ordini professionali da una riflessione sulla moderna capacità di infiltrazione dei fenomeni mafiosi. Dobbiamo richiamare alle proprie responsabilità gli ordini professionali, le organizzazioni di rappresentanza degli interessi, a presidio dei segmenti sociali in cui si allarga l’area “grigia” delle cointeressenze con le organizzazioni mafiose. Una nuova cultura antimafia non può limitarsi solo alle associazioni antimafia. Deve coinvolgere sempre di più tutti i corpi intermedi, tra cui gli ordini professionali e le organizzazioni di rappresentanza degli interessi, per esempio attraverso codici di regolamentazione e di condotta.

La mafia è al plurale. Le mafie sono attori di innovazione, entità reattive, che mutano coi mutamenti della società e dell’economia. Mafie globali, che sfruttano le debolezze della statualità: sia verso l’alto, nella regolazione delle dinamiche affaristiche transnazionali, nelle interazioni con il cybercrime, nei meccanismi opachi dell’innovazione finanziaria; sia verso il basso, nella capacità di condizionamento del governo locale; sia in connessione con i fenomeni migratori, che vedono l’affermarsi di mafie straniere nel nostro territorio. Mafie che si muovono su una scala più ampia dei nostri confini, ma tuttavia non si sono deterritorializzate: riemerge il consenso sociale nei territori a tradizionale penetrazione mafiosa e anche nelle praterie digitali si registrano manifestazioni di consenso e apologia sui “social”; persiste il muro di omertà e di paura nei territori di nuova penetrazione mafiosa, anche in quei comuni che sono sciolti per mafia. Le mafie si sono trasformate negli ultimi decenni. Sono immateriali e reali allo stesso tempo, nei loro spazi d’azione e nelle commistioni con l’economia. Per questo l’azione di contrasto online e i presidi nei territori devono andare di pari passo. Occorre prestare particolare attenzione al rapporto tra mafie e corruzione. Le nuove mafie agiscono attraverso gli strumenti corruttivi e con il supporto di figure che vanno dal “facilitatore” professionale (nel campo della finanza e dei servizi avanzati) al “prototipatore” (funzionario pubblico a libro paga di potentati economici e mafiosi). Ai legami forti dell’organizzazione gerarchica preferiscono le aree grigie, i legami “deboli”.

Il rapporto tra mafie e corruzione è centrale, nell’individuazione delle zone grigie e nel monitoraggio dei “reati spia”. Oltre agli interventi normativi già svolti in materia, occorre una particolare attenzione agli obblighi organizzativi nelle strutture sensibili all’inquinamento mafioso-corruttivo.

Una nuova strategia di contrasto alle mafie ha bisogno di una straordinaria ordinarietà dell’azione pubblica, nella promozione e nella difesa degli interessi collettivi. L’evidenza dei molteplici nessi tra mafia ed economia, nell’evoluzione del capitalismo finanziario, rende oggi ancora più urgente concepire la lotta alla mafia come un impegno per lo sviluppo sociale ed economico, equilibrato e sostenibile.

Nell’investimento sulla pubblica amministrazione che sarà imposto anche dal turn-over da qui al 2020, occorre mettere al centro la costruzione di una nuova capacità dello Stato per contrastare le mafie, in particolare negli enti locali. Ciò dimostra che la capacità di infiltrazione delle mafie nelle varie articolazioni dello Stato è tuttora accertata, anche in base ai numerosissimi atti di scioglimento di enti locali, da parte delle autorità preposte, a seguito di infiltrazione mafiosa.

Le mafie si battono non costruendo uno Stato penale, ma ricostruendo uno Stato sociale: un settore pubblico più forte ed efficiente non solo è necessario allo sviluppo ma è anche la prima garanzia di legalità, per sbarrare le porte alle mafie proprio in quelle attività nei servizi verso cui stanno orientando i loro illeciti arricchimenti: nel campo della sanità, della gestione dei rifiuti, dell’assistenza e della gestione dell’immigrazione.

Per complementare l’azione repressiva penale antimafia, servono politiche generali sullo sviluppo e sulla sostenibilità, oltre a strumenti amministrativi adeguati, a partire da regole di trasparenza degli enti pubblici e privati. In particolare, la costruzione di enti che creano consorterie, rifiutano l’alternanza, impediscono la libera e piena contendibilità e meritocrazia, favorisce una cultura della Cosa Nostra, che è il terreno ideale in cui le mafie possono insinuarsi, realizzando organizzazioni finalizzate allo sviamento dell’interesse generale, in favore di quelli particolari, dei gruppi e dei clan mafiosi e paramafiosi.

In qualsiasi struttura o corpo intermedio, quando siano rilevati profili di opacità, ma non sia ancora riscontrato il condizionamento mafioso, un percorso di tutoraggio e di somministrazione vigilata di prescrizioni operative può realizzare, con minore invasività, una tempestiva ed efficace azione di risanamento. La lotta alle mafie del XXI secolo non può che passare per un processo di “rigenerazione” istituzionale, politico e democratico. In questo senso, la difesa dei valori della democrazia, attraverso un costante monitoraggio sulla effettiva capacità degli strumenti su cui essa si basa di garantire la massima partecipazione, è imprescindibile come strumento di efficace contrasto a qualsiasi fenomeno di sclerotizzazione, foriero di possibili aderenze mafiose.

Tutte queste riflessioni portano a riflettere, con ancora maggiore urgenza, sul bisogno di ordini professionali che si inseriscano, in modo virtuoso, nel processo di contrasto alle mafie. Gli ordini non possono diventare il luogo in cui si costruiscono fenomeni di esclusione, basati su logiche di clan. Per questo la tutela offerta dalle norme statali che prevedono l’alternanza nelle cariche di rappresentanza ordinistica assumono un valore che va ben oltre quello della regolazione del funzionamento dei corpi intermedi, incidendo in ambito sociale più vasto e sicuramente, assumendo una funzione primaria anche come strumento di contrasto ai fenomeni di infiltrazione corruttiva e mafiosa.

In particolare, proprio rispetto a questi obiettivi, è chiara la valutazione del legislatore della protratta consecuzione dei mandati come idonea a fondare, con la permanenza nella gestione degli interessi di categoria, un rischio di sclerotizzazione delle compagini rappresentative e di viscosità o remore anche inconsapevoli nell’ottimale esercizio delle istituzionali funzioni di rappresentanza e vigilanza.

E dunque evidente che le norme tese ad evitare, per quanto più possibile, il pericolo di una cristallizzazione di posizioni di potere all’interno degli ordini professionali, assumono oggi un valore fondamentale per la costruzione di un tessuto sociale in grado di porsi come argine, anche culturale, alla penetrazione della cultura mafiosa nella società italiana. La gestione di ogni incarico di servizio pubblico oltre un ragionevole limite genera quella protrazione ad opera delle stesse persone che è, a sua volta, fomite o incentivo di ben prevedibili tendenze all’autoconservazione, a rischio di prevalenza o negativa influenza su correttezza ed imparzialità dell’espletamento delle funzioni di rappresentanza.

Al contrario, se si intende ottenere ordini professionali che facciano da baluardo alla cultura mafiosa, essi devono necessariamente essere sempre ispirati, per le stesse pubblicistiche esigenze che presiedono alla loro strutturazione in sistema ordinistico, a particolare correttezza e rigore nell’esercizio delle cariche istituzionali connesse alla regolamentazione e direzione delle professioni così strutturate.

Pertanto, per valutazione legislativa, ogni prolungato esercizio del mandato in un ordine professionale, indicato ormai da varie norme di identico tenore, presenti nell’ordinamento italiano, in un tempo superiore alla durata di due mandati consecutivi, realizza la cristallizzazione della sua rendita di posizione e necessita di porre almeno un limite o correttivo a quella che da taluni si è definita come l’evidente asimmetria di potere tra esponenti già in carica -soprattutto se da anni e per un mandato già rinnovato – e nuovi aspiranti alla carica.

Questo elemento di necessaria alternanza, innovazione e rinnovamento all’interno di qualsiasi ente pubblico, è dunque uno dei principali fattori di apertura ed inclusione politica, contribuendo a generare quel clima di controllo incrociato, fiducia e trasparenza, indispensabile per impedire alle corruttele mafiose di infiltrarsi nelle articolazioni dello Stato.

La lettura delle nuove forme dei fenomeni mafiosi impone al giurista di andare oltre il ristretto ambito dei reati di sangue che per molto tempo ha delimitato il concetto di mafia nell’immaginario collettivo. La capacità delle mafie di adattarsi ai contesti più disparati, assumendo al proprio interno delle figure in grado di agganciare le logiche criminali e corporative delle organizzazioni ai meccanismi di normale funzionamento di settori considerati legali dal senso comune, rende necessario un armamentario di strumenti, in primo luogo analitici e culturali, prima ancora che giuridici e politici, che possa contrastare le mafie, non solo nella loro forma statica, ma anche in ogni mutazione che le renda in grado di mimetizzarsi nel corpo sociale, rendendole ancora più pericolose e sfuggenti.

In quest’ottica può essere utile adottare uno schema interpretativo più adeguato a confrontarsi con le evoluzioni del fenomeno mafioso: il paradigma del «rischio», in cui non esistono territori o settori immuni alla mafia, la quale emerge in presenza di una domanda di servizi che è in grado di offrire, a beneficio di transazioni a legalità debole, o informali, o illegali che esistono anche in sua assenza, ma che con il suo contributo si rafforzano.

E’ proprio questo elemento di legalità debole, connesso all’incapacità di tutelare adeguatamente gli interessi delle fasce più deboli, che rischia di fare degli ordini professionali italiani un elemento funzionale all’infiltrazione di logiche mafiose. Laddove infatti manca la tutela dei più giovani, dei deboli, delle donne, degli iscritti nelle aree più depresse e povere del paese, l’ordine professionale diventa strumento al servizio di alcuni, sviluppando intrinsecamente le caratteristiche della Cosa Nostra, che diventano presupposto culturale ed operativo delle mafie legalizzate.

la necessità di andare oltre una visione statica dei fenomeni mafiosi, comprendendo in particolare il concetto di “legame debole” che informa le organizzazioni paramafiose contemporanee, rende doveroso un approccio al fenomeno mafioso multidisciplinare, aperto, laico, scevro da qualsiasi presunzione di immunità. può essere utile adottare uno schema interpretativo più adeguato a confrontarsi con le evoluzioni del fenomeno: il paradigma del «rischio», in cui non esistono territori o settori immuni alla mafia, la quale emerge in presenza di una domanda di servizi che è in grado di offrire, a beneficio di transazioni a legalità debole, o informali, o illegali che esistono anche in sua assenza, ma che con il suo contributo si rafforzano. In particolare, seguendo le intuizioni già maturate da tempo dai migliori protagonisti della lotta ai fenomeni di criminalità mafiosa, non è possibile analizzare il fenomeno “mafia” senza integrare nella sua natura le propaggini culturali, sociologiche, ideologiche, che vanno oltre le manifestazioni più eclatanti, legate ai reati storicamente e facilmente associati con la criminalità di stampo mafioso.

Un cambio di prospettiva deve partire dal riconosce come una rinnovata azione antimafia passi dalla prevenzione e repressione di quei reati “spia” che aprono le porte al fenomeno mafioso, e che spesso hanno un impatto economico e sociale ben maggiore, ma il legame inscindibile e sempre più inquietante tra mafia e legalità, in particolare tra mafia e capacità di rappresentatività politica, deve consentire di intervenire proprio in questo ambito, codificando nuove forme di appartenenza o connivenza ai fenomeni mafiosi, se necessario prevedendo nuovi strumenti normativi atti ad intervenire sulla fenomenologia mafiosa data dal “legame debole” all’organizzazione.

Il ruolo che i professionisti iscritti ai vari ordini professionali possono avere, come elementi al servizio di reati che trovino il proprio mandante originario in una struttura mafiosa o paramafiosa, impone il rafforzamento del contrasto a fenomeni criminali che segnano l’evoluzione in cui le mafie possono proliferare. In questo senso appare doveroso ragionare sull’introduzione di nuove normative o sull’inasprimento delle stesse, in materia di corruzione, autoriciclaggio, falso in bilancio, scambio elettorale politico-mafioso.

Gli ordini professionali svolgono un ruolo potenzialmente attivo e decisivo per il controllo sull’azione di centinaia di migliaia di figure chiave per l’operatività necessaria alle nuove forme di criminalità mafiosa. Per comprendere i rischi di una sottovalutazione di questo dato, occorre andare ben oltre la valutazione dell’efficacia del quadro normativo, chiamando gli ordini ad una riflessione più ampia, che esca fuori dal recinto processuale del contrasto alla criminalità organizzata ed investa le implicazioni sociali e culturali del funzionamento degli ordini.

L’armamentario della lotta alla criminalità organizzata ed alle sue infiltrazioni nei corpi intermedi necessita infatti di strumenti che precedano l’azione repressiva delegata alla mera iniziativa penale. La definizione di linee di policy, di carattere generale, sul versante culturale, civile, economico e sociale, deve partire proprio da una lettura, il più possibile condivisa, della natura attuale dei fenomeni mafiosi. In altri termini ciò che oggi occorre in Italia, per superare un contrasto alle mafie che non giunge a scalfire i rapporti più profondi delle fenomenologie criminali con gli apparati pubblici statali, è una discussione vera, scientificamente fondata, che cancelli quel sapore un po’ convenzionale e rituale dell’unanimismo politico sui temi della lotta alle mafie e ai fenomeni paramafiosi, così cara a chi coltiva una visione della mafia quasi “romantica”, lontana dal suo volto buono, affidabile e integrato nella società legale, che ne è invece il tratto più feroce e pericoloso. In fondo, la condivisione formale di obiettivi, in tema di contrasto alle mafie, è sempre facilitata quando manca di fare i conti con le questioni di fondo, istituzionali, sociali ed economiche, in cui i fenomeni mafiosi affondano le loro radici e trovano quei sostegni senza i quali non potrebbero esistere e resistere.

La doverosa riflessione sulle forme mutevoli dei fenomeni mafiosi e sul ruolo che gli ordini professionali hanno o non hanno, come elemento di contrasto a tali fenomeni, si deve basare sulla capacità di una rigorosa autocritica, che non risparmi niente e nessuno da un potenziale ripensamento di funzioni e finalità degli ordini. Indagando senza remore sulla fenomenologia mafiosa contemporanea si può infatti tracciare l’attuale profilo identitario del fenomeno mafioso, caratterizzato da un estremo dinamismo delle organizzazioni mafiose e paramafiose, dalla costruzione di reti che si intrecciano con le attività economiche fuori dai confini territoriali e settoriali tradizionali, in un sistema gravato da illegalità diffusa, in cui le mafie agiscono soprattutto attraverso gli strumenti corruttivi e con il supporto di figure che vanno dal “facilitatore” professionale (nel campo della finanza e dei servizi avanzati) al “prototipatore” (funzionario pubblico a libro paga di potentati economici e mafiosi).

Pensare di contrastare queste forme di diffusione del fenomeno mafioso, senza ragionare del facilitatore professionale e senza investire gli ordini professionali di un compito di contrasto alla criminalità mafiosa, è dunque assolutamente impossibile. Appare orma indubbio che le professionalità necessarie a garantire alla mafia immateriale e transnazionale le necessarie skills per continuare a delinquere, vengono sempre più spesso reclutate mediante legami di appartenenza che non possono più essere ricondotti ai riti dell’affiliazione ottocentesca. Il concetto giuridico di “legame debole” con l’organizzazione, che non si manifesta attraverso una subordinazione totale e formale del professionista, ma che comunque genera un legame organizzato tra il mafioso in senso stretto ed il suo braccio operativo professionale, deve trovare una adeguata valorizzazione, sia culturale che normativa.

Occorre prendere atto che i percorsi storico-evolutivi delle mafie, in riferimento ai rapporti delle organizzazioni criminali con la società e con le istituzioni, portano a riconsiderare le componenti strutturali del fenomeno mafioso, rivalutando l’attuale dominanza del carattere economico-finanziario di tali relazioni, rispetto a quello armato e legato ai reati classici della storia mafiosa. E’ possibile dunque evidenziare come alla violenza e all’intimidazione, da sempre considerate elementi costitutivi della criminalità ex 416-bis, oggi si aggiunge la convenienza di ambienti economici sempre più numerosi, ottenuta mediante una pratica corruttiva dilagante. Rispetto al passato, il quadro analitico è modificato dal fatto che le mafie sono un problema che si manifesta ormai in quasi tutto il territorio italiano; sono un problema che riguarda il funzionamento anche dell’economia italiana; sono protagoniste della nuova era dell’economia finanziaria.

Le mafie diventano dunque un fenomeno istituzionale, legale, multiforme, sempre meno catalogabile nelle anguste pieghe del codice penale. In particolare, la capacità dei fenomeni mafiosi di sostituire lo Stato, si manifesta anche con vere e proprie istituzioni mafiose, deputate non solo alla soddisfazione di bisogni primari degli individui, quali lavoro, denaro, servizi, ma anche mediante la capacità di appagare anche bisogni “secondari”, proponendo affari molto appetibili sul mercato legale. Questa è la nuova faccia delle mafie, la loro nuova identità di imprenditori nella legalità, identità meno visibile e meno distinguibile dal resto della società che rende più evanescente e opaco il confine tra legale e illegale e più complicata la contestazione di tale reato in capo agli autori.

L’evoluzione delle mafie, che alcuni qualificano come una vera mutazione genetica, correlata all’accumulazione di ricchezza e ai nuovi ambiti di interesse, deve dunque essere trattata sotto diversi aspetti: occorre soffermarsi sul “confine labile” tra illegalità e criminalità, considerando l’impatto dell’economia informale e dell’illegalità diffusa nella vita economica del Paese, legata anche a fattori strutturali del sistema produttivo ed economico. E’ in questo sistema che il ruolo degli ordini professionali va compreso, non potendosi più sostenere, senza cadere nel grottesco, che fenomeni così ramificati e diversificati possano verificarsi, senza che le organizzazioni mafiose abbiano a sostegno le professionalità necessarie ad insinuarsi nei settori ad alta competenza tecnica dell’economia. Tutto il settore pubblico italiano evidenzia la progressiva affermazione di un contesto di “corruzione strutturale”, attraverso comitati d’affari tra imprese e funzionari pubblici infedeli, in cui diventa indistinguibile la figura del corrotto e del corruttore. Sono sempre più ricorrenti le figure del funzionario e del politico stipendiati a prescindere, per “curare” gli interessi dell’associazione criminale nel loro rispettivo ambito di intervento. Cambiano però i rapporti di forza: oggi l’intreccio di forze criminali e legali non consente di intravvedere un primato della politica e della burocrazia, ma si manifesta in una rete di relazioni complesse, in cui è impossibile capire chi comanda.

Per arginare questa rete appare necessario dunque che gli ordini professionali si schierino apertamente contro le mafie, superando l’area “grigia” o le cointeressenze con le organizzazioni mafiose che investono, in vario ambito, le figure professionali regolate dai sistemi ordinistici.

Perché tutto ciò possa svilupparsi, è imprescindibile la nascita di una cultura della rappresentanza basata sui valori politici in grado di contrastare le sclerotizzazioni, i silenzi, le connivenze che reggono le trame mafiose. Più in generale, si tratterebbe di opporre alla segretezza e all’oscurità dei fenomeni mafiosi, la trasparenza e la pubblicità della democrazia, facendone un elemento cardine della vita degli ordini professionali. Solo dove si realizza un controllo diffuso e dal basso, capace di non attendere le procedure formali del controllo verticale, ma di prevenire le degenerazioni mafiose con un controllo orizzontale, si ottengono enti a prova di mafia. Questo sviluppo può ottenersi solo se si contrasta la retorica, di cui molti ordini professionali sono pervasi, e che finisce per diventare uno strumento di silenzio su qualsiasi emergenza culturale, politica, vissuta da questi corpi intermedi. Queste forme retoriche aumentano un quadro di palese difficoltà delle forme organizzative impegnate nella lotta alla criminalità organizzata, che si rendono così più inadeguate a fronteggiare la diffusione e la pervasività territoriale del fenomeno mafioso.

È su questo sfondo generale che bisognerà ricollocare le politiche pubbliche di contrasto alle mafie, superando il primato dell’azione penale e discriminando positivamente, specie nei territori a più alta densità mafiosa, quegli enti, associazioni o autorità che si comportano virtuosamente. I fenomeni di marginalizzazione degli appartenenti agli ordini professionali più deboli e poveri, anche e soprattutto per quanto attiene alle loro effettive possibilità di partecipare al governo delle proprie categorie professionali, favorisce quell’amplificazione di interessi convergenti, intimamente legata al potere del più forte, che è il terreno più fertile per lo sviluppo di convergenze tra gruppi di pressione mafiosa e settori deviati delle istituzioni pubbliche.

L’adeguata valorizzazione normativa dei legami deboli, che caratterizzano le moderne forme di diversificazione mafiosa, mediante una riformulazione dell’art. 416 bis del codice penale, può costituire un elemento capace di manifestare l’esigenza di combattere contro una mutazione incessante della fenomenologia mafiosa. Allo stesso modo, anche senza che una tale modifica si realizzi, il concetto di legame debole appare sempre più importante, al fine di comprendere i fenomeni corruttivi, individuati da tempo come le condotte criminose attraverso cui le mafie sviluppano tutto il loro potenziale pervasivo e di condizionamento in una pluralità di contesti e di attività pubbliche e private. La corruzione diventa dunque una forma di commistione di interessi in cui si perde spesso il confine tra violenza e complicità, consentendo alle mafie un migliore svolgimento dei propri affari ed una capacità di mimetizzazione che le porta a preferire la corruzione alla minaccia armata.

Queste valutazioni consentono di superare, anche a livello codicistico, le qualificazioni ristrette della fenomenologia mafiosa contemporanea, individuando una serie di opacità e di connivenze tra fenomeni criminali e di sviamento della pubblica amministrazione che non possono sfuggire ad un’analisi che ne valuti l’impatto in ambito di manifestazione di carattere mafiosa.

  • Il presente articolo è stato realizzato attraverso un “plagio” della carta di Milano, elaborata dagli stati generali lotta alle mafie e rilasciata in ultimo in data 19 gennaio 2018. La libera rielaborazione dei contenuti e dei concetti analizzati dalla carta è stata integrata con alcuni passaggi motivazionali della sentenza n. 32781/2018 emessa dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. Lo scopo di questa rielaborazione è di adattare i concetti sottesi alla lotta alle nuove mafie alla situazione di minorità vissuta dagli appartenenti più deboli agli ordini professionali italiani, segnalando la pericolosità di sistemi di governo professionale chiusi, sclerotizzati ed autoritari, in grado di favorire un ambiente potenzialmente fertile per l’infiltrazione mafiosa. Ogni opinione e ragionamento espresso nell’articolo è da assumersi come liberamente rivisitato, rielaborato ed attribuibile all’autore.

Avv. Salvatore Lucignano