Nel 2015 ho pubblicato per la prima volta i cosiddetti teoremi dell’istituzionalizzazione forense, con un articolo, allora assolutamente unico nel panorama forense italiano, in cui provavo a spiegare il nesso tra consenso della Cosa Nostra Forense e regime totalitario e autoritario che essa incarna. Successivamente, gli sviluppi del dibattito, italiano e mondiale, sulla mediocrazia, sul moderno autoritarismo, mi hanno portato ad affinare il mio pensiero, andando oltre i primi due teoremi dell’istituzionalizzazione forense e saldando quell’intuizione embrionale con la teoria politica necessaria a giustificare la definizione della democrazia mafiosa.

Il testo originario dei teoremi dell’istituzionalizzazione forense è il presupposto per un’analisi ulteriore. Ecco dunque i teoremi, così’ come sono stati enunciati, nel settembre del 2015.

Il primo teorema dell’istituzionalizzazione prevede che il numero di pecore che vengano nominate dal gruppo di potere dipenda da rapporti con tre variabili:

1. è direttamente proporzionale (con andamento lineare) al numero di pecore totali da controllare e sta in un rapporto non lineare;

2. è direttamente proporzionale (con andamento lineare) all’incapacità del gruppo di potere;

3. è dipendente (con andamento non lineare) dalla pressione che le pecore sono in grado di mettere sul gruppo di potere.

TEOREMA N. 1: l’equilibrio di sistema si ottiene istituzionalizzando il minimo numero di pecore necessario a minimizzare la pressione del gregge sul gruppo di potere.

Attualmente il sistema si trova in un punto di perfetto equilibrio. Le pecore sono circa 240 mila, le pecore istituzionalizzate sono poco più del 15 % della massa. Ciò vuol dire che regalando convegni, commissioni, incarichi assortiti o una ragionevole speranza di ottenere tali incarichi in un arco temporale ragionevole di tempo a circa 3 mila analfabeti, il gruppo di potere (esponenzialmente minore quanto a composizione numerica, il che fa comprendere l’effetto di leva che agisce come controller grazie ai meccanismi dell’istituzionalizzazione), si garantisce la minima pressione possibile da parte dell’intero gregge.

E’ una formula matematica che non fa sconti e che non lascia scampo ad eccezioni: il sistema agisce come un computer che calcola variabili e decide allocazione di pecore da guidare verso determinate cariche: la risultante è la normalizzazione del dissenso, che consente ai padroni dell’avvocatura (che al massimo ammonteranno allo 0,3 – 0,4 % del gregge totale), di mantenere il pieno controllo della categoria.

Il Teorema n. 1 quindi definisce le grandezze lineari e non lineari che tengono in equilibrio il sistema padronale che comanda l’avvocatura italiana. Cosa prevede il teorema n. 2 dell’istituzionalizzazione? La pecora da istituzionalizzare viene scelta in modo direttamente proporzionale alla sua assertività, direttamente proporzionale alla sua inattività, inversamente proporzionale alla sua indipendenza.

TEOREMA N. 2. l’equilibrio di sistema si ottiene istituzionalizzando le pecore con il massimo fattore di acquiescenza combinata verso il gruppo di potere. Anche il secondo teorema dunque si può definire secondo un andamento di tre variabili, che possiamo approssimativamente considerare lineari:

1. assertività;

2. inattività;

3. indipendenza.

Il sistema sceglie con cura i soggetti da istituzionalizzare. Le candidature, i posti, le cordate necessarie a far convergere il consenso necessario sulle pecore da istituzionalizzare dipendono dalle tre variabili enunciate, secondo una proporzionalità diretta per quanto riguarda la n. 1 e la n. 2, ed inversa per quanto riguarda la n. 3. Il sistema non può permettersi di avere al proprio interno soggetti che si esprimano con un linguaggio destabilizzante, quindi è fondamentale che i prescelti siano assertivi. Da ciò discende un corollario del secondo teorema:

1.1. l’assertività si insegna ed ha il preciso obiettivo di espungere il linguaggio rivoluzionario dal circuito istituzionale.

Nulla resta da segnalare per quanto riguarda le grandezze analizzate sub 2 e 3.

I primi due teoremi dell’istituzionalizzazione permettono di costruire un sistema padronale in equilibrio, senza minimamente occuparsi dell’oggetto delle decisioni politiche assunte. E’ questo un elemento indispensabile da comprendere, che si ricava dall’analisi illustrata. Il sistema, conformato a queste caratteristiche, basta a se stesso. L’importante non è più “cosa si fa”, ma come minimizzare la pressione destabilizzante sul gruppo di potere, operando le correzioni necessarie in termini di riequilibrio di sistema.

Napoli, primi giorni di settembre dell’anno del Signore 2015-09-04

Avv. Salvatore Lucignano

Ai primi due teoremi dell’istituzionalizzazione ha fatto seguito un terzo teorema, che non ho ritenuto di formalizzare, perché sostanzialmente i primi due teoremi mi sembravano sufficienti ad illustrare il funzionamento della Cosa Nostra Forense. La riflessione però mi ha portato a confrontarmi sempre più spesso con le degenerazioni della democrazia del secondo novecento, analizzando varie malattie della efficace rappresentanza democratica, che ho potuto riassumere in un corollario ai primi due teoremi dell’istituzionalizzazione forense, divenuto poi con il tempo il mio terzo teorema:

TEOREMA N. 3. Qualsiasi ruolo di servizio, anche in un sistema apparentemente democratico, se detenuto oltre un certo periodo di tempo, diventa un ruolo di potere.

Il terzo teorema è abbastanza intuitivo, e non necessità di particolari spiegazioni. Nell’agosto del 2018 però, pubblicavo un’altra riflessione sulle degenerazioni della democrazia, assai vicina ai frutti delle riflessioni portate dai teoremi dell’istituzionalizzazione, ma con uno sguardo più ampio, che andava oltre l’avvocatura. Parlavo di Demarchia, Aleocrazia, Vetocrazia, Mediocrazia.

Demarchia.

Il dibattito si è nuovamente infiammato a causa della proposta di Beppe Grillo di superare il Parlamento, sorteggiando i deputati. Il riferimento alla demarchia, ovvero ad una forma di governo opposta alla democrazia, intesa come dittatura della maggioranza, è divenuto poi sempre più un sinonimo del sorteggio dei rappresentanti. Possiamo dunque parlare di demarchia quando immaginiamo una forma di governo in cui i rappresentanti non siano eletti, ma scelti dalla sorte. Parrebbe un sistema affascinante: niente più asimmetrie di potere, niente più assemblee pletoriche, costose, che trasformano i politici in professionisti. Un sano dilettantismo, il popolo che a turno assurge l governo delle cose, un egualitarismo che non fa sconti: niente meriti o demeriti, tutti figli della Dea bendata. Un mondo apparentemente perfetto, ma è davvero così? Pensiamo anche agli effetti indesiderati. Niente più diritto di voto, impossibilità di scegliersi i rappresentanti, niente valutazione delle competenze e capacità, né a monte, né all’esito del lavoro svolto. Un potere che non ha alcun contraltare nella scelta dei cittadini, se non perché ad essere scelti, in modo totalmente casuale, sono dei cittadini. Il trionfo del fatalismo.

Aleocrazia.

Nonostante il termine “aleocrazia” sia stato usato nel dibattito di questi anni come un sostanziale sinonimo della parola “demarchia”, a me interessa un altro aspetto del concetto. Il problema dell’alea è secondo me infatti leggermente diverso da quello di sorte, così come non è perfettamente sovrapponibile l’idea di rischio a quella di fatalità. Ragionando sulle sfumature di questi contenitori di significato, mi appare evidente che l’aleocrazia può essere sempre più spesso associata a forme di decisione che mettano in secondo piano il fattore empatico ed umano, affidandosi agli algoritmi e al calcolo delle probabilità. I modelli decisionali che stanno dominando molti scenari di esercizio geopolitico sono sempre più spesso determinati e risolti in base alle potentissime unità di calcolo che l’uomo è stato capace di costruire. Dalle strategie militari, culla di elezione delle strategie e dei giochi, oggi siamo passati ai computer che valutano la convenienza di una strategia estrattiva, nell’ambito dello sfruttamento delle risorse naturali, e ancora, ai governanti che agiscono sulla base di un costante oracolo al loro fianco, costituito da suggerimenti maturati mettendo a confronto big data e valutazioni del rischio, nelle sue varie componenti. Il governo della scommessa, quello che tecnicizza le scelte, mettendo l’alea al centro dell’agire politico, è uno dei temi su cui occorrerà riflettere molto, se nei prossimi anni vorremo avere la possibilità di restare umani.

Vetocrazia.

La dittatura dei veti. L’idea che non esista un diritto maggioritario a guidare scelte, ma che tutto possa essere eternamente ricattato dal possessore del consenso marginale necessario a raggiungere la maggioranza assoluta di un’assemblea legiferante. Il problema ci riguarda assai da vicino. Noi avvocati siamo maestri nell’aver costruito un sistema rappresentativo basato sui veti. L’avvocatura italiana è soffocata da un sistema politico inefficiente. Un assetto che chiama continuamente vari organi a controbilanciarsi, sovrapporsi, smentirsi, dividersi. Tutto ciò non fa che depotenziare i meccanismi decisionali, facendogli perdere autorevolezza, consentendo ai veti di delegittimare la scelta. Il risultato della vetocrazia è che il vero potere si trasferisce altrove, nella tecnica, nella finanza, negli ambiti operativi in cui è più forte e deciso lo sviluppo del fare, dalla sua ideazione alla realizzazione.

Mediocrazia. 

Il caso letterario di Alain Deneault ha portato in auge un termine che rappresenta un’altra delle degenerazioni dei sistemi rappresentativi di massa. Anche in questo caso l’avvocatura italiana può fungere da laboratorio perfetto per un’applicazione dei concetti di fondo del trionfo della mediocrità. Quando mesi fa ho parlato dei teoremi dell’istituzionalizzazione, introducendo nel dibattito politico forense italiano un termine che nei prossimi anni verrà finalmente compreso e valutato, nella sua pienezza, ho spiegato che esistono meccanismi capaci di plasmare una classe dirigente volutamente mediocre, che privilegia disvalori, piuttosto che valori. L’acquiescenza, la viltà, l’incapacità, possono tradursi – e nell’avvocatura italiana di fatto si sono tradotti – in un merito, che favorisce non solo la raccolta del consenso, ma anche la conservazione ed il perpetuarsi del potere. Quando dunque parliamo di mediocrazia, indaghiamo nelle antinomie profonde che il voto universale genera, in ogni società o comunità massificata. Il giusto, il bene, il vero, si identificano con il reale. La dittatura della realtà mira ad uccidere l’idealità.

Che resta dunque della democrazia, di un processo di libera e consapevole partecipazione alle sorti collettive, in una società aggredita da tante e tali degenerazioni? Risposta: che noi siamo qui, che siamo liberi, che possiamo combattere, testimoniare, denunciare, far vivere il libero pensiero, non lasciare che ci uccidano il mare, perché il libero pensiero non lo puoi recintare e non lo puoi bloccare. Certo, chi combatte può morire, può cadere, può subire sconfitte. E’ la vita, va messo in conto. Chi non combatte però è già morto.

Io credo che la costruzione di un’avvocatura finalmente libera, democratica, che lavori per il benessere dei più deboli, dei giovani, delle donne, dei colleghi che annaspano nelle spire mortali della crisi che stiamo vivendo, sia più che un sogno impossibile. Sono certo che chi in questi anni avrà il coraggio e la voglia di combattere contro l’istituzionalizzazione forense, tra molti anni, magari tra dieci o vent’anni, vedrà finalmente riconosciuto il proprio impegno. Dobbiamo provarci, perché nessuno si salva da solo. Nessuno è veramente libero se non siamo liberi tutti.

I teoremi dell’istituzionalizzazione e gli sviluppi della democrazia mafiosa portano ad un approdo ancora più drastico, in termini di analisi critica della moderna forma di democrazia mediocratica ed autoritaria.

In “Oltre la democrazia: next stop, prepararsi a scendere”, del gennaio del 2017, ho cercato di guardare con realismo al possibile superamento della democrazia, senza scadere nel nichilismo.

Gli elementi che mostravano il superamento della democrazia erano già tutti chiari. C’è chi parla degli anni 80, del processo che è cominciato dopo la caduta del muro di Berlino. Io credo che si continui a far finta di non vedere. Confini inesistenti, retorica statale insussistente, rottura del patto generazionale, ingiustizie, bulimia cazzoide, perdita di reddito e di lavoro e perdita di significato del lavoro, ed ancora… tanti, tanti altri segnali, inequivocabili, che quel modello di coesione uscito dalla seconda guerra mondiale stava esaurendo le sue possibilità di interpretare la contemporaneità.

Illustrare in un documento fruibile, ma allo stesso tempo esaustivo, una sorta di manuale pratico della nuova convivenza civile, quali siano le tantissime norme, giocoforza mutevoli e flessibili, che determinano il galateo riveduto della convivenza civile, sarebbe di fatto impossibile. E’ la funzione stessa del libro, che non è più adeguata a guidare i popoli, come accadde in passato per le opere dei grandi pensatori. Paradossalmente, tra le tante forme di destrutturazione del corpo sociale contemporaneo, quello delle guide ideologiche pone uno dei maggiori problemi all’agire pratico della collettività. Il cedimento degli ignoti, che tante volte ho citato come gravissimo sintomo di degrado culturale e politico, sta contribuendo a minare ciò che restava delle certezze assolute che devono necessariamente guidare l’agire dei popoli. Abbiamo giustamente perduto fede e fiducia nel progresso, siamo di fronte all’abisso e lo fronteggiamo. Questo non può darci la spinta per proseguire. Laddove sappiamo che ciò che ci riservano gli anni a venire saranno dubbi, paure, malessere e sacrifici, non possiamo più piegare l’edonismo capitalistico e consumistico ad una visione stoica del fine ultimo dell’agire comune.

Le vittime di guerra sono diventate un tabù. Morire in battaglia non è più onorevole, né auspicabile. Non combattiamo guerre da troppi, troppi anni, perché quella retorica, quel racconto, sempre più sbiadito, dei partigiani, lassù in montagna, possa ancora far presa sui giovani visitatori di youporn. E’ un destino ineluttabile, un’analisi per certi versi semplice, quasi puerile, per quanto sia immediata. Il fallimento del suffragio universale è un dato di fatto. Votano tutti, ma proprio tutti, e se fino al 1948 questo era un lodevolissimo elemento di avanzamento, probabilmente incontestabile, all’interno della logica positiva, oggi si assiste ad un ripensamento quasi doveroso. Oggi votano tutti, ma proprio tutti e non c’è verso di redimere una contraddizione devastante, perché basta guardarli, e pensarli, e immaginarli, quei milioni e milioni di sovrani dei nostri destini, per sapere che non vi sarebbe esito meno propizio che se ci affidassimo alle parche.

E’ la triste fine del mito dell’uguaglianza universale, base ideale della democrazia. Tutti gli uomini sono creati uguali, ma poi ci sono quelli che davvero diventano molto meno uguali degli altri. Eppure non si può dire, pena il passaggio immediato nella schiera dei malvagi, dei nemici del popolo. Un popolo che non è più in grado di rivendicare diritti e forme di organizzazione della propria struttura extracorporea favorevoli a condizioni di vita sostenibili. Siamo diventati tutti marziani, circondati da un ambiente ostile, tenuti in vita da piccolissimi mondi, all’interno di capsule monopersonali. Un piccolo intoppo, una provvista che manca e siamo irrimediabilmente morti. Si sgonfia il pallone, svanisce l’ossigeno, e diventiamo numeri, mangiati, digeriti, sputati da un contatore a nove zeri, che non fa sconti.

Il guaio è che non riusciamo a trovare le ragioni morali per dolercene. Uno, due, tre… segnano i bimbi che muoiono di fame mentre scrivo questo articolo. Quattro, cinque, sei… e ne avrò sicuramente tralasciato qualcuno. In quel tiro di schioppo, che separa i barconi carichi di pronti a tutto, dai visi pallidi, ex cattolici, buoni a nulla, c’è tutto il fallimento di quel concetto declinato un paragrafo fa.

Un’arida estate bianca: nessuno è veramente libero, se non siamo liberi tutti.

Ed allora siamo qui a chiederci, tra chili di troppo, che combattiamo senza convinzione, cosa possa mai spingerci a mentire a noi stessi, cosa possa farci credere che queste parodie di miti del buono, così piccini, così fragili, di fronte all’immensità del male che ci circonda, bastino a tacitare i nostri due etti e mezzo di quotidiana bonomia. Siamo divenuti i padroni di coscienze a corrente alternata, neon fiochi, led distanti, che zampettano, induriti, tra una sciagura e l’altra, tra una strage e l’altra, tra una irrilevanza e l’altra. Ci fanno credere che ciò che ci viene imposto sia necessario, anche quando non è altro che la corrispondenza ai desideri dei padroni. E noi? Ci crediamo. Cosa altro potremmo fare?

QUA, QUA, QUA.

Siamo paperi. Paperi starnazzanti, barcollanti, ossessionati da mitici oggetti di lusso, che abbiamo persino smesso di vagheggiare, prigionieri di orribili vestiti a buon prezzo, che non hanno più nemmeno una sola fibra del buon cotone di una volta. I paradisi naturali sono diventati sceMografie. Dovrebbe essere il contrario, dovremmo rifuggire le giungle d’asfalto e cemento, i muri di amianto e i venti di polveri nere, ma ci ritroviamo a deridere i cercatori di pace, perché sono quelli i mondi perduti, non i nostri. Corriamo così, appena possiamo, a drogarci di caos, di rimedi per l’acidità da sovralimentazione, di pornografia sempre più scadente.

Personalmente ho amici fidati, i miei pudori strani, la notte, la spossatezza e il silenzio, ai quali chiedo conforto, quando ormai, dismessi i panni dell’uomo nel mondo, osservo le luci fioche della città, le strade vuote, l’immobilità che prelude all’inutilità delle tensioni emotive. Dissipare noi stessi, buttarsi via, sprecarsi, è diventato talmente ordinario da non fare più notizia. Al contrario, realizzarsi, emanciparsi, costruire sensi compiuti, è un’opera di equilibrismo a cui non attende alcuna tattica. Manchiamo di perizia e di attrezzi consoni alla bisogna. Qualcuno ha detto che le grandi ideologie hanno scolpito nella storia il corso dell’umanità, che siamo stati per secoli come un fiume di uomini e donne, mossi dalla corrente dei sogni e delle aspirazioni che riuscivamo a materializzare.

Non so se sia vero, ma di certo, se tale è stato il cammino che abbiamo lasciato, non si può che parlare di un corso ormai prosciugato. Ridotti a ruscelletti che cercano invano una via, ma per i quali una pietra, un’ansa, una curva, valgono l’altra, non troviamo più un mare a cui tendere. Già, il mare, un tempo luogo estraneo alle leggi dei popoli terrestri, estremo rifugio dei nomadi del tedio, ma ormai impotente, di fronte ai mezzi troppo rapidi, ai GPS, ai droni, ai satelliti, ai telefonini che prendono, persino negli abissi oceanici.

La dimensione postmoderna è diventata una compagna fedele dell’espressione umana, in quasi tutte le sue forme. Non esiste praticamente nulla che sfugga a quanto è stato già detto e fatto. Nemmeno rimestare citazioni, creare diversivi intellettuali per eminenze colte e bizzarre, richiamare il diavolo e l’ignoto, risultano più in grado di creare chissà quali sorprese. Piccoli Stati, retti da governi basati su regole morte, si contendono la capacità di risultare credibili agli occhi dei cittadini, mentre tutto ciò che un tempo appariva fatto per durare mostra il fianco alla caducità del tutto. E’ il superamento della ragionevolezza, al suo meglio. La continua rappresentazione di una casualità non più spiegabile, capace di superare tutti i rimedi della letteratura e della filosofia. Il sacrificio, la provvida sventura, l’esempio, il martirio, l’eroismo, sono tutti prodotti scaduti. Persino la bellezza è finita in una sorta di cono d’ombra. Abbiamo perduto i Narcisi e gli Adoni, le Veneri e le Dee, per lasciarci circondare da mostri che mirano ad una vuota perfezione, dimenticando la sensualità dei difetti.

La caduta dei miti è stata inesorabile. La partizione dei poteri è stata ormai superata dall’avvento della cultura del web, ma prima ancora ci avevano pensato i dollari di Wall Street. La quasi totalità degli umani è nullatenente, mentre pochissimi umani posseggono quasi tutto. Ecco, basterebbe questo semplice sunto dello stato dell’arca, per comprendere quanto sia vano e vanitoso sperare nel bene. I muri sono tornati di gran moda, così le rotte dei velivoli che connettono i luoghi del pianeta Terra eviteranno di farli cadere in zone comandate da terroristi assetati di sangue. Nel mentre, proprio al centro di queste rotte contorte, il resoconto fedele della domenica calcistica assorbirà più neuroni di quanti ne siano mai stati dedicati a comprendere il senso della vita.

Quando abbiamo inventato il downshifting, quando finalmente ci siamo posti di fronte all’insensatezza del vero con animo folle e giocondo, qualcuno ha osato tacciarci di follia. Noi non siamo pazzi, non più di quanto lo siano i nemici di Socrate. Non corrompiamo infatti i giovani, non gli insegniamo a disobbedire alle leggi o a venerare divinità straniere. Al contrario, cerchiamo unicamente la verità. Una ricerca che mina, ma senza nostra colpa, le solide basi dei regnanti terreni, che crea i presupposti per una condanna alla cicuta, insensata, quanto si vuole, eppure già consumata. Il segno della croce è forse da meno?

Cosa starà pensando, lassù, quel genio sofferente e spogliato di ogni mistero, che seppure resta un Dio è ormai intriso di umanità? Se lo chiede il mio mancato battesimo, ma anche la nostra incapacità di aderire ai precetti più reclamizzati della storia. A 2016 anni dai fatti, decade più, decade meno, siamo ancora nemici delle donne, impegnati in una gara di sopraffazione che ci fa apparire insani, brutali, ridicoli.

All you need is love, cantava il maestro. All you need is love, cantavano i beatles. All you need is love, diceva Alberto Castagna.

Penitenziagite. Downshifting is the way.

Attraverso la guerra che sto conducendo contro la mafia degli avvocati sono giunto alla conclusione che si possa e si debba cominciare a teorizzare la democrazia mafiosa. E’ un circolo vizioso: rendi ignoranti le persone; l’ignoranza li rende anche vigliacchi e ricattabili, perché un uomo ignorante avrà sempre bisogno del padrone per emergere; accentra tutto il potere, costruisci asimmetrie che impediscono una vera alternanza ed un accesso paritario alle informazioni e ai confronti politici; prendi un numero di questi ignoranti vigliacchi, e inseriscilo nel regime, da cooptato, sapendo che sarà innocuo, ma che difenderà alla morte il suo padrino, pur di difendere il suo strapuntino. 
La corruzione, il voto di scambio, la mediocrazia, l’istituzionalizzazione, la mafia sociale legalizzata, sono solo forme evolute di controllo del potere. Alla fine è sempre questione di potere, denaro e figa. E’ un gioco semplice, dove il padrone vince sempre, perché i vigliacchi e gli ignoranti sono una moltitudine, e i coraggiosi, informati e liberi, sono una minuscola parte del sistema, facilmente additati dai padrini come nemici del popolo e liquidati, nella Spigolatrice di Sapri in salsa forense. 
In più la mafia dell’avvocatura ci aggiunge il controllo della deontologia, usata come strumento di ricatto e soppressione professionale degli oppositori scomodi. Hanno tutto, gestiscono tutto, danno pane, lavoro, posti in lista, nomine, strapuntini, a tutta la canaglia che li sostiene. Ecco perché il regime va avanti. La teorizzazione, l’analisi e la denuncia della mafia dell’avvocatura è di fondamentale importanza anche per lo studio e il cambiamento di sistemi sociali più ampi.

Intervista di Agnes Heller al Dubbio, giornale della Cosa Nostra Forense italiana

Studio sempre il mio nemico, fa parte del mio modo di essere. Studio sempre il giornale della Cosa Nostra Forense e registro la sua politica redazionale. La censura sulla guerra civile interna alla mafia forense è totale, ma l’attenzione al resto del mondo, a volte, gioca brutti scherzi, perché nel far parlare il pensiero libero, ecco che alcune chicche, perfettamente aderenti alla situazione di autoritarismo mafioso e criminale che domina la Cosa Nostra Forense, cascano a fagiolo. In questa bella intervista, Agnes Heller rappresenta in modo quanto mai calzante la situazione di tirannia vissuta dall’avvocatura italiana. Il sistema dell’istituzionalizzazione forense è illiberale, detiene tutto il potere, compra il voto della canaglia, offrendo ruoli e briciole, facendo eleggere migliaia di minorati mentali nei Consigli dell’Ordine, concedendo interlocuzione a paggi travestiti da rappresentanti di libere associazioni, facendo eleggere centinaia di dementi come delegati a Congressi farsa, in cui questi dementi non possono nuocere, perché sono convenuti a fare salotto e sceMografia. Non è una situazione sconosciuta all’analisi dei regimi totalitari. Molto spesso, tali regimi, godono del consenso espresso nelle urne. Esattamente ciò che la Heller denuncia, in merito all’Ungheria, noi lo viviamo nell’avvocatura italiana. 
La paura, la viltà, la convenienza, la corruzione, la preferenza dell’addomesticamento alla libertà incontrollabile, fanno si che la mafia dell’avvocatura sia un sistema stabile, sia perché il regime ha centinaia di valletti, ben contenti di avere la propria livrea, sia perché la politica, piuttosto che confrontarsi con il caos di una rappresentanza forense libera e capace di combattere contro la mala politica, preferisce avere come interlocutori i mafiosi, ai quali basta conservare posto e stipendio, per lasciar fare di tutto agli avvocati deboli e poveri. Queste regole universali della tirannia, che non escludono affatto la capacità dei regimi autoritari e totalitari di avere consenso, è la cifra dalla mafia forense italiana. I miei teoremi dell’istituzionalizzazione hanno descritto il fenomeno già anni fa. La pressione al cambiamento è anestetizzata da tutti i ruoli che i camerieri del regime recitano in commedia e dal ricatto che essi stessi conoscono bene. Se la gran parte degli istituzionalizzati è figlia di una selezione inversa, mediocratica e clientelare, queste persone, che non hanno alcuna qualità, sapranno che solo la cooptazione nel regime della mafia forense può dargli un pò di visibilità. In altri termini, se la mediocrazia della mafia forense selezionasse un ceto dirigente capace, questa gente mai e poi mai rappresenterebbe qualcosa o qualcuno, se non forse la tazza del cesso. Perché mai costoro dovrebbero lottare per abbattere il regime ? Non hanno interesse a farlo, ed infatti non lo fanno. 
Analizzare i meccanismi della tirannia, del consenso e della mediocrazia, è un altro passo per scardinare la Cosa Nostra degli avvocati italiani. 

I tre teoremi dell’istituzionalizzazione (forense), in attesa di nuovi sviluppi, sono dunque i seguenti:

TEOREMA N. 1: l’equilibrio di sistema si ottiene istituzionalizzando il minimo numero di pecore necessario a minimizzare la pressione del gregge sul gruppo di potere.

TEOREMA N. 2. l’equilibrio di sistema si ottiene istituzionalizzando le pecore con il massimo fattore di acquiescenza combinata verso il gruppo di potere. Anche il secondo teorema dunque si può definire secondo un andamento di tre variabili, che possiamo approssimativamente considerare lineari:

1. assertività;

2. inattività;

3. indipendenza.

TEOREMA N. 3. Qualsiasi ruolo di servizio, anche in un sistema apparentemente democratico, se detenuto oltre un certo periodo di tempo, diventa un ruolo di potere.

Napoli, età della sospensione disciplinare, maggio 2019

Avv. Salvatore Lucignano