Il presente esposto disciplinare nasce da esigenze molto profonde: in primo luogo, riaffermare il senso vero della deontologia forense, che dovrebbe consistere nel rispetto sostanziale dei valori e dei principi di giustizia, e non nell’aderire ad un comportamento capace di non destare scandalo nella conformata classe forense italiana. In secondo luogo, l’esposto mira ad affermare il dovere di rispetto dei valori e dei principi della professione forense anche per coloro che si sentono legibus soluti. Ancora, appariva ormai doveroso, a fronte di una deontologia sempre più lontana dalla giustizia e sempre più perduta tra i rigagnoli di un frainteso senso del decoro, lanciare un segnale di verità e di equità, che riportasse l’intera avvocatura italiana a prendere coscienza che il potere non può tutto e che l’accettazione supina di uno schema di collettività in cui vi siano padroni, che tutto possono, e sudditi, che debbono subire tutto e stare in silenzio, ormai non è più tollerabile, oltre ad essere la principale causa della morte civile, intellettuale e morale dell’avvocatura italiana. Il seguente testo rappresenta integralmente l’esposto disciplinare inviato oggi a mezzo PEC al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Udine, affinché si proceda contro l’attuale Presidente del Consiglio Nazionale Forense pro tempore, Avv. Andrea Mascherin.

Io, sottoscritto, Avv. Salvatore Lucignano, (dati omessi),

ESPONGO

  1. “Non decidono i Giudici come gli Avvocati vengono eletti”

Presso la Corte d’Appello di appello, in data 23 febbraio, si è tenuto un convegno pubblico, intitolato “A spese dello Stato”. Nel corso di tale convegno, a cui ha partecipato l’Avv. Andrea Mascherin, l’Avv. Vincenzo Sparti, del Foro di Palermo, ha posto una domanda al Primo Presidente Emerito della Corte di Cassazione, Dott. Giovanni Canzio, che mirava a mettere in relazione l’affievolimento del principio di legalità verificato nell’ambito delle vicende che attengono al gratuito patrocinio, con l’atteggiamento delle istituzioni forensi italiane, a dire dell’Avv. Sparti ugualmente irrispettose del principio di legalità, dal momento che esse permettevano la ricandidatura, all’interno del sistema ordinistico, di avvocati che si trovassero in uno stato di palese violazione della legge vigente, in materia di incandidabilità a seguito di svolgimento di due mandati consecutivi. A questo punto del convegno è intervenuto l’Avv. Andrea Mascherin, interrompendo l’Avv. Sparti, per pronunciare le seguenti parole: “CHE SIANO INELEGGIBILI LO HA DECISO UNA SENTENZA E LA SENTENZA NON E’ IL LEGISLATORE E NON DECIDONO I GIUDICI COME GLI AVVOCATI VENGONO ELETTI E NON DECIDE IL GIUDICE QUAL E’ LA VOLONTA’ DELL’AVVOCATURA”.

Tale frase, di tenore letterale, è stata ripresa in audio e in video, è divenuta immediatamente “virale”, ovvero diffusa su tutto il territorio nazionale ed è ancora liberamente e facilmente verificabile, da chiunque vi fosse interessato, dato che il video che riprendeva il convegno è ancora disponibile, anche su social network, all’interno della pagina “Avvocatura: il fronte del no agli ineleggibili”, a questo link:  https://www.facebook.com/watch/?v=2093456574042239, ovvero anche su youtube, al link https://www.youtube.com/watch?v=D5X3BvXGwXk&feature=youtu.be&fbclid=IwAR39VLu3whDmeFsRwH5jw5imopBtVDcAwmwCTfpbEV5z36wKcD4bpTqRs80.

Il video, di circa 3 minuti, ha avuto una vasta eco ed è divenuto oggetto di migliaia di visualizzazioni, oltre che di successive interviste rilasciate dall’Avv. Sparti e di dibattiti, sempre pubblici, ampiamente diffusi, tesi a valutare la portata delle frasi del Presidente del Consiglio Nazionale Forense pro tempore, Avv. Andrea Mascherin, alla luce delle leggi vigenti. Tale sommaria analisi non può non essere svolta, anche nella presente sede, con riferimento alla portata chiaramente eversiva dei concetti sostenuti dal Mascherin, che si pongono in netto contrasto con l’ordinamento dello Stato e trasmettono, nell’intera cittadinanza, la percezione che la massima carica istituzionale dell’avvocatura italiana non si curi della giurisdizione. Occorre dunque offrire una breve ricostruzione del quadro normativo attualmente vigente, ed in particolare far riferimento alle circostanze, di fatto e di diritto, da cui muovono le affermazioni del Mascherin.

In primo luogo il riferimento alla sentenza, che anche secondo il Mascherin ha deciso dell’immediata ineleggibilità degli avvocati che abbiano svolto due mandati consecutivi all’interno dei Consigli dell’Ordine circondariale, è la Sent. SS. UU. n. 32781/2018, che ha enunciato il seguente principio di diritto: In tema di elezioni dei Consigli degli ordini circondariali forensi, la disposizione dell’art. 3, comma 3, secondo periodo, della l. n. 113 del 2017, in base alla quale i consiglieri non possono essere eletti per più di due mandati consecutivi, si intende riferita anche ai mandati espletati solo in parte prima della sua entrata in vigore, con la conseguenza che, a far data dall’entrata in vigore di detta legge (21 luglio 2017) e fin dalla sua prima applicazione in forza del comma 3 del suo art. 17, non sono eleggibili gli avvocati che abbiano già espletato due mandati consecutivi (esclusi quelli di durata inferiore al biennio ex art 3, comma 4, della legge citata) di componente dei Consigli dell’ordine, pure se anche solo in parte sotto il regime anteriore alla riforme di cui alle leggi n. 247 del 2012 e n. 113 del 2017.” 

Orbene, l’affermazione del Mascherin secondo cui non sarebbero i giudici a decidere come gli avvocati “vengono eletti”, è chiaramente un’affermazione che si pone in netto contrasto con le leggi vigenti all’interno della Repubblica Italiana. La pronuncia n. 32781/2018 delle SS. UU. infatti, è un provvedimento che stabilisce proprio la giurisdizione dei giudici sulle elezioni degli avvocati. Una giurisdizione affermata, tra l’altro, anche dalla legge professionale forense, n. 247/2012, che all’art. 36 nn. 1, 6 e 8, in tema di principi enunciati dalla Corte di Cassazione, nell’ambito di sentenze con rinvio al Consiglio Nazionale Forense, anche per giudizi che attengono alle elezioni degli avvocati nei Consigli dell’Ordine, detta le seguenti norme:

Art. 36 n. 1.

Il CNF pronuncia sui reclami avverso i provvedimenti disciplinari nonché in materia di albi, elenchi e registri e rilascio di certificato di compiuta pratica; pronuncia sui ricorsi relativi alle elezioni dei consigli dell’ordine;

Art. 36 n. 6.

Gli interessati e il pubblico ministero possono proporre ricorso avverso le decisioni del CNF alle sezioni unite della Corte di cassazione, entro trenta giorni dalla notificazione, per incompetenza, eccesso di potere e violazione di legge.

Art. 36 n. 8.

Nel caso di annullamento con rinvio, il rinvio è fatto al CNF, il quale deve conformarsi alla decisione della Corte di cassazione circa il punto di diritto sul quale essa ha pronunciato.

Non vi è dunque alcun dubbio sulla circostanza che il CNF si pronunci sui reclami che impugnano le elezioni dei consigli dell’ordine (art. 36, n. 1); che le decisioni emesse dal CNF possono essere impugnate dinanzi alle sezioni unite della Corte di Cassazione (cfr. art. 36, n. 6); che, nel caso di annullamento con rinvio, da parte delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, il CNF ha l’obbligo di conformarsi alla decisione della Suprema Corte circa il punto di diritto sul quale essa ha pronunciato (art. 36 n. 8).

Orbene, valutato il quadro normativo e giurisprudenziale, non vi è alcun dubbio che la pretesa del Mascherin, espressa pubblicamente, appaia chiaramente e gravemente lesiva del prestigio e del decoro dell’avvocatura italiana. Il Mascherin, in una occasione pubblica e di pubblico dominio, e con al fianco un magistrato di altissimo rango, ha rivendicato l’esclusione delle elezioni dei consigli dell’Ordine degli Avvocati dalla giurisdizione nomofilattica della Corte di Cassazione, generando grave disdoro per l’intera classe forense. Le affermazioni del Mascherin appaiono immediatamente gravi sotto il profilo deontologico, laddove si immagini l’effetto dirompente, per il prestigio e la credibilità dell’intera avvocatura italiana, di una sorta di affermazione di estraneità della classe forense alle leggi ed alle giurisdizioni dello Stato, che non solo viola palesemente le leggi attualmente in vigore, dando alla cittadinanza la certezza che il Mascherin ignori platealmente l’assetto giuridico vigente in materia, ma crea un vero e proprio conflitto con la Corte di Cassazione, nella sua legittima funzione di giudice delle sentenze del Consiglio Nazionale Forense, con tutte le ripercussioni facilmente immaginabili.

Le affermazioni del Mascherin dunque, non possono non essere valutate sotto il profilo deontologico, stante il ruolo di rappresentanza e le funzioni che il soggetto svolge. E’ dunque compito dei giudici della disciplina valutare la gravità di quanto affermato pubblicamente dal Mascherin ed adottare a suo carico l’adeguata sanzione disciplinare.

  •  Quarta ricandidatura consecutiva, in violazione dell’art. 34 n. 1, della legge professionale forense, n. 247/2012.

 La legge professionale forense, all’art. 34 n. 1. detta la seguente norma, riferita ai componenti del Consiglio Nazionale Forense:

“I suoi componenti non possono essere eletti consecutivamente più di due volte nel rispetto dell’equilibrio tra i generi.”

Orbene, con delibera di proclamazione degli eletti del Consiglio Nazionale Forense n.580 del 22.02.2019, pubblicata sul Bollettino Ufficiale del Ministero della Giustizia in data 15/03/2019, si accertava, tra l’altro, la rielezione dell’Avv. Andrea Mascherin in seno al Consiglio Nazionale Forense, per la quarta volta consecutiva. Tale elezione, attualmente sub judice presso il TAR Lazio, per palese violazione di legge, vede nell’illegittima ricandidatura del Mascherin il compimento di un chiaro illecito deontologico. Giova ricordare in questa sede che i componenti delle istituzioni forensi, rispetto ai semplici avvocati, hanno un dovere rafforzato di rispetto delle leggi e delle norme deontologiche che a quel rispetto si conformano e dunque, qualsiasi atto commesso in violazione di legge, se può valere come illecito deontologico per il semplice avvocato, assume gravità maggiore, quando la violazione è compiuta dal rappresentante delle istituzioni.

Sul punto, tra le altre, si esprime chiaramente la seguente pronuncia:

“La determinazione della sanzione disciplinare non è frutto di un mero calcolo matematico, ma è conseguenza della complessiva valutazione dei fatti (art. 21 ncdf), avuto riguardo alla gravità dei comportamenti contestati, al grado della colpa o all’eventuale sussistenza del dolo ed alla sua intensità, al comportamento dell’incolpato precedente e successivo al fatto, all’assenza di precedenti disciplinari, al pregiudizio eventualmente subito dalla parte assistita e dal cliente, nonché alle circostanze -soggettive e oggettive- nel cui contesto è avvenuta la violazione. Conseguentemente, giustifica l’aggravamento della relativa sanzione disciplinare il fatto che l’illecito deontologico sia commesso da un Consigliere dell’Ordine il quale, per la funzione di riferimento che riveste per gli avvocati, deve mantenere un comportamento improntato con il massimo rigore al rispetto delle regole deontologiche, evitando quindi atteggiamenti che possano recare disdoro all’istituzione che rappresenta.”

Consiglio Nazionale Forense (pres. Mascherin, rel. Secchieri), sentenza del 29 novembre 2018, n. 164)

Orbene, non sembrano sussistere dubbi sul fatto che i Consiglieri dell’Ordine, ed a maggior ragione i Consiglieri Nazionali Forensi, nel momento in cui compiano dolosamente atti di violazione delle leggi, tali da essere riconoscibili ictu oculi come violazioni deontologiche, debbano subire una sanzione aumentata, in ragione della particolare gravità che la violazione riveste, visto il dovere del Consigliere di mantenere un comportamento improntato con il massimo rigore al rispetto delle regole deontologiche, evitando atteggiamenti che possano recare disdoro all’istituzione che egli  rappresenta.

Nel caso della violazione di legge in oggetto, la ricandidatura del Mascherin, in palese violazione della legge professionale, appare rafforzata dalla dolosa e consapevole volontà di violare tale legge, esponendo non solo l’istituzione apicale dell’avvocatura italiana a disdoro e perdita di prestigio, ma anche ad una serie di danni oggettivamente valutabili, all’esito di giudizi che rilevino l’illegittimità della posizione del Mascherin. La norma di legge violata, ovvero l’art. 34 n. 1 della L. n. 247/2012, rappresenta una disposizione di particolare importanza per un rappresentante delle istituzioni forensi. La conoscenza delle regole che attengono all’elezione degli avvocati nel Consiglio Nazionale Forense, il loro rispetto rigoroso, sono doveri particolarmente rafforzati, proprio per i soggetti che ambiscano a rappresentare l’avvocatura. Gli effetti di una volontaria violazione di tali leggi, non solo arrecano gravissimo disdoro alla professione forense, ma nel caso di specie, risultano ancor più gravi, in quanto la violazione in oggetto non si limita a porre il Mascherin in una condizione di illegittimità, ma rafforza la gravità dell’illegittimità con la valutazione dei vantaggi di natura patrimoniale che il Mascherin stesso si è attribuito, proprio nell’esercizio illegittimo del precedente mandato di Consigliere Nazionale Forense, svolto tra gli anni 2015 e 2018.

Al fine della valutazione di questo ulteriore elemento appare assai importante che i giudici della disciplina considerino l’introduzione dei cosiddetti “gettoni di presenza”, che in realtà per il Mascherin si qualificano come cospicua indennità di funzione, operata – a dire dello stesso Mascherin – con un atto individuale di volontà personale, durante l’anno 2015 e a far data dal 2016. La prova di tale circostanza è contenuta nelle affermazioni pubbliche del Mascherin, che in una riunione della cosiddetta “Agorà degli Ordini”, tenutasi in data 17 dicembre 2015, affermava:

Noi del Consiglio Nazionale Forense siamo ormai dei professionisti… noi introdurremo dal 2016 il gettone di presenza per i componenti del Consiglio Nazionale Forense…è una mia scelta… quindi è una scelta di responsabilità riferibile al Presidente del Consiglio Nazionale Forense…” 

Le affermazioni del Mascherin in ordine alla vantata responsabilità individuale e personale connessa alla decisione di attribuire a se stesso un’indennità di funzione ad oggi pari ad euro 90.000,00 all’anno sono tuttora verificabili, essendo il filmato in oggetto, che attesta la veridicità delle frasi riportate, pubblico e consultabile collegandosi tramite youtube al link  https://www.youtube.com/watch?v=kSIvOEdLgOo

E’ dunque chiara la gravità del comportamento del Mascherin, alla luce dei fatti provati e contestati con il presente esposto. Egli ha utilizzato una carica ricoperta illegalmente, per essere stata ottenuta mediante la terza candidatura consecutiva (e dunque in violazione dell’art. 34 n. 1 della L. n. 247/2012) per attribuirsi un diretto vantaggio patrimoniale; successivamente ha violato nuovamente la legge, che gli impediva di [non] (refuso, n.d.a.) ricandidarsi, in considerazione della portata chiaramente comprensibile del divieto imposto dalla norma, potendo così continuare a godere dell’indennità e dei gettoni previsti dal regolamento da egli stesso voluto, emanato l’11 dicembre del 2015 ed entrato in vigore il 1 gennaio 2016, disponibile al seguente link del sito internet ufficiale del Consiglio Nazionale Forense:

https://www.consiglionazionaleforense.it/documents/20182/29519/Regolamento+interno+rimborsi+spese+e+gettoni+di+presenza/fa578209-ee6a-42cc-96bd-595ab3281900

Giova illustrare una considerazione ulteriore, per meglio illustrare ai giudici della disciplina la portata della violazione commessa dal Mascherin. Come è noto, le leggi dello Stato devono essere applicate secondo il cosiddetto “principio di legalità”.

E’ fatto notorio e di pubblico dominio, che il Consiglio Nazionale Forense abbia sollevato questione di costituzionalità, relativa al principio del cosiddetto “doppio mandato”, enunciato dalle SS. UU. della Corte di Cassazione con la sentenza n. 32781/18. Detta ordinanza, emessa in data 28 febbraio 2019, è peraltro liberamente e pubblicamente consultabile, essendo disponibile online, tra gli altri, al seguente link:

http://www.ordineavvocatifirenze.eu/wp-content/uploads/2018/12/cnf-ordinanza-28.02.2019.pdf

Dall’ordinanza di rimessione emerge chiaramente che la norma riguardante le elezioni del Consiglio Nazionale Forense, contenuta nell’art. 34 n. 1 della L. n. 247/2012 e violata dal Mascherin, non risulta attualmente al vaglio di costituzionalità, ma anche se lo fosse, o se lo divenisse, in ragione di ordinanze di rimessione emesse dal Consiglio Nazionale Forense, ciò non potrebbe incidere come un elemento in grado di diminuire la portata della gravità di una violazione della legge vigente.  

Detta norma infatti, anche se fosse ritenuta  potenzialmente illegittima, per violazione di altre leggi o anche della stessa Costituzione Repubblicana, dovrebbe essere attualmente rispettata dal Mascherin ed interpretata secondo il suo tenore letterale e secondo i chiarimenti di principio enunciati dalla Suprema Corte di Cassazione in merito ai mandati svolti. In altri termini,  non può essere ritenuto chiaro solo al giurista esperto che il divieto di una terza candidatura in seno al Consiglio Nazionale Forense, disposto dalla legge vigente, non possa trovare alcuna deroga, nemmeno provando ad arzigogolare qualche cavillo o garbuglio, teso a sottrarsi alla portata immediata, chiara e vincolante della legge. Se al normale avvocato, nel corso di svolgimento della sua professione, è richiesta l’ordinaria diligenza, ed in mancanza di tale perizia minima l’avvocato può incorrere in sanzioni disciplinari, non si comprende perché tale perizia, nell’osservanza delle leggi e dei mandati ricoperti nell’ambito delle istituzioni apicali dell’avvocatura italiana non dovrebbe essere ugualmente richiesta, generando in caso contrario una sanzione disciplinare adeguata a punire l’imperizia o il dolo dell’avvocato in questione.

La legge violata dal Mascherin, semplicemente, va rispettata e ciò non potrebbe essere mutato nemmeno da pronunce future, che riconoscessero, per astruse ragioni, ovviamente del tutto paradossali ed ipotizzate in questa sede solo per necessità esplicativa e dialettica, l’illegittimità della norma in oggetto. Il principio di legalità, che regge l’intero ordinamento italiano, che vincola i comportamenti degli avvocati, ed a maggior ragione degli esponenti delle istituzioni forensi, non può essere giammai sovvertito e violato da comportamenti dolosi, a maggior ragione se tali comportamenti, come nel caso di specie, sono palesemente volti a procurare al soggetto che viola la legge una serie di vantaggi, di natura patrimoniale, politica, personale e professionale.

Al fine di far correttamente valutare la portata della violazione operata dal Mascherin, occorre illustrare con chiarezza ai giudici della disciplina che il divieto di una terza candidatura ed il limite di due candidature in seno al Consiglio Nazionale Forense non può essere posto in dubbio, nemmeno da future e possibili pronunce che riguardino la norma violata. Nemmeno una futura pronuncia di incostituzionalità avrebbe effetto scriminante della violazione compiuta dal Mascherin e dunque non si comprende quale possa essere l’argomento di diritto che consenta ad un rappresentante apicale dell’avvocatura di violare una legge vigente, solo perché contraria ai suoi interessi personali.

Ogni legge infatti, anche se dichiarata incostituzionale, continua ad esplicare i suoi effetti per quei rapporti costituitisi prima della sentenza della Corte Costituzionale, proprio per il rispetto del principio di legalità. E’ dunque evidente che la portata vincolante dell’art. 34 n. 1 della L. n. 247/2012 sia attualmente piena e pienamente riconosciuta, dovendosi valutare anche alla luce del principio enunciato dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 32781/2018, a cui – si ricorda – il Consiglio Nazionale Forense ha l’obbligo di conformarsi. E’ dunque evidente che le leggi attualmente vigenti, le interpretazioni fornite dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione, vincolante per il Mascherin, nella sua funzione di Presidente del Consiglio Nazionale Forense pro tempore, lo stesso dibattito pubblico suscitato dallo scandalo e dal disdoro arrecato all’avvocatura italiana dalla violazione delle norme afferenti al divieto di immediata terza ricandidatura per i Consiglieri dell’Ordine Forense e per i Consiglieri Nazionali Forensi, imponevano al Mascherin di rispettare la legge vigente, astenendosi dal riproporre la sua illegittima, quarta candidatura alla carica di Consigliere Nazionale Forense. Ciò non è stato fatto ed assume una precisa e grava valenza sotto il profilo della violazione deontologica, da rimettere ai giudici della disciplina, ai fini della valutazione delle idonee sanzioni da irrogare al Mascherin.

  • Violazione del giuramento dell’avvocato.

Per valutare appieno la portata degli illeciti deontologici, occorre considerare il comportamento dell’incolpato, le sue finalità, le modalità comportamentali connesse, precedenti e successive alla commissione dell’illecito disciplinare. Nel caso del Mascherin, una digressione su comportamenti precedenti ai fatti contestati appare doverosa e utile a spiegare come la cosciente violazione delle leggi, al fine di consolidare illegittime posizioni di vantaggio personale e patrimoniale, sia una costante nel comportamento del Mascherin. Già nella vicenda del regolamento elettorale relativo alle elezioni dei Consigli dell’Ordine, Decreto Ministeriale n. 170/2014, emanato dal Ministro Orlando e successivamente abrogato, per palese illegittimità, il Mascherin aveva difeso a spada tratta le norme illecite emanate dal Ministro della Giustizia, al fine di consolidare le proprie posizioni in seno al Consiglio Nazionale Forense. La condotta complessiva del Mascherin dunque, pur potendo trovare una sua facile e chiara valutazione sotto un profilo squisitamente politico, non può sottrarsi ad una valutazione anche sotto il profilo deontologico. Appare infatti in modo evidente, anche al profano, che la difesa di norme elettorali totalitarie e illegittime, unite alla difesa di una reiterazione dei mandati per quegli avvocati che all’interno delle istituzioni forensi italiane hanno mostrato di condividere il potere del Mascherin, esuli totalmente dalla mera e legittima scelta politica, potendo e dovendo essere valutata sotto il profilo deontologico. Scegliere di operare in un modo o nell’altro, in conformità alle leggi vigenti, rientra infatti nelle legittime prerogative dell’azione politica del Mascherin, ma quando l’azione del suddetto si manifesta come l’esecuzione di un disegno unitario, teso a contrastare il diritto degli avvocati italiani a rappresentanze in cui sia possibile rilevare il rispetto di principi di rango costituzionale, quali l’alternanza, la piena e paritaria partecipazione di tutti alla contendibilità delle cariche rappresentative, il rispetto delle leggi che tutelano le minoranze, è evidente che tali comportamenti non possono non essere giudicati secondo la rispondenza ai principi che dovrebbero ispirare l’azione dell’avvocato.

Si ricorda in questa sede che il Mascherin, essendosi abilitato alla professione forense prima dell’entrata in vigore della legge professionale n. 247/2012, ha prestato il proprio giuramento, in occasione dell’abilitazione, secondo la seguente formula di rito:

“Giuro di adempiere i miei doveri professionali con lealtà, onore e diligenza per i fini della giustizia e per gli interessi superiori della nazione”.

Il giuramento in oggetto fa riferimento a principi, che devono essere valutati anche sotto il profilo deontologico. L’astratta definizione dei concetti di onore, diligenza, giustizia, non può fornire un alibi all’avvocato, per fare in modo che quell’agire che appaia più difficilmente catalogabile sotto la sfera dell’illecito deontologico, sfugga ad un’analisi da parte degli organismi disciplinari deputati al controllo delle azioni degli appartenenti all’Ordine Forense. Perorare norme illegittime, fomentare il mancato rispetto di leggi e sentenze, particolarmente importanti per il funzionamento delle istituzioni forensi, negare platealmente il diritto al riconoscimento di valori fondamentali per i fini di giustizia e per gli interessi della nazione, quali il pluralismo, la difesa delle minoranze, il pieno confronto democratico tra avvocati, non sono comportamenti che possono sfuggire ad una concreta valutazione del loro impatto sul piano deontologico, a maggior ragione se fanno riferimento alla massima carica politica dell’avvocatura italiana, dotata di un potere sconfinato sulla vita della classe forense. 

E’ dunque evidente che il comportamento del Mascherin vada giudicato mettendo in relazione i suoi comportamenti, illustrati e provati nel presente esposto, con i vantaggi, di natura patrimoniale e personale, ampiamente provati dagli atti compiuti dallo stesso Mascherin, proprio nello svolgimento di una funzione già censurata dalla legge professionale forense vigente, ed ancora oggi difesa ad ogni costo, in violazione di quella stessa legge.

Non può ignorarsi che il sostegno aperto e plateale a norme illegittime, a comportamenti tesi alla violazione di norme dell’ordinamento da parte di altri avvocati, spinti a violare le norme e a candidarsi illegalmente quali Consiglieri dell’Ordine dai comportamenti, dalle esternazioni e dalle considerazioni pubblicamente svolte dal Mascherin, nonché le gravi affermazioni afferenti la giurisdizione a cui è sottoposta l’avvocatura italiana, nonché le ripetute violazioni che attengono alle illegittime ricandidature del Mascherin al Consiglio Nazionale Forense, si qualifichino come una chiara violazione della lealtà, dell’onore, della diligenza e dei fini di giustizia a cui dovrebbe conformarsi il comportamento di un avvocato impegnato nelle istituzioni forensi.

La violazione del giuramento prestato dal Mascherin è tanto più grave quanto si valuti il ruolo primario da egli rivestito all’interno delle istituzioni forensi nazionali e si valuti la portata devastante dei suoi comportamenti, sia per quanto attiene alla credibilità dell’avvocatura tutta, sia per quanto attiene alla rispettabilità delle istituzioni forensi nazionali. 

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Pertanto, con il presente esposto,

CHIEDO

Che il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Udine trasmetta la presente segnalazione al competente Consiglio Distrettuale di Disciplina ovvero all’Organismo competente a giudicare il Presidente del Consiglio Nazionale Forense, in ragione dell’incarico istituzionale ricoperto, affinché valuti eventuali responsabilità dell’Avv. Andrea Mascherin, con ogni provvedimento conseguente, informando il sottoscritto dell’esito del presente esposto, mediante comunicazione a mezzo PEC, presso l’indirizzo ritualmente indicato al mio Ordine di appartenenza ed emarginato tra i dati personali comunicati in epigrafe al presente esposto.

Napoli, 16/05/2019                                                      Avv. Salvatore Lucignano