La teoria dei veri analizza la funzionalità del verosimile, o anche del poco credibile, all’interno dei moderni sistemi di rappresentazione di massa. Dopo l’enunciazione del concetto di fattoide e abbastanza prima che prendesse piede quello di fake news, attraverso la teoria dei veri mi sono posto il problema di analizzare la fungibilità del falso e del vero in ambito politico e sociale. Ovviamente l’esperienza di guerra interna alla Cosa Nostra Forense e quella professionale, come avvocato di massa in via di estinzione, mi hanno permesso di toccare con mano l’orientamento delle sovrastrutture sociali che spingono l’individuo contemporaneo, specie se desideroso di inserimento in un contesto socializzato, a scegliere i veri come mezzo privilegiato di espressione e relazione con gli altri.

Definire il vero è abbastanza difficile, anche perché il concetto si esprime fatalmente in un ambito logico fuzzy e dunque assai impreciso. E’ possibile dare una definizione abbastanza funzionale e precisa di vero, parlando dei suoi effetti, più che della sua natura. Una sorta di osservazione indiretta, di natura quantistica e dunque, fatalmente, indeterministica, che aiuta a comprendere il fenomeno.

Il vero è quella rappresentazione di un fatto non necessariamente vera, ma verosimile, che può essere sostituita al vero senza la generalità degli individui noti una sostanziale differenza, logica o etica, nel confronto tra vero e verità.

Il vero è ovviamente uno strumento di controllo sociale, ma è anche fabbricato dal basso, quindi si tratta di un elemento biunivoco di orientamento e controllo dell’opinione, che non agisce solo in verticale, dall’alto verso il basso, ma anche in direzione opposta, oltre che in orizzontale, all’interno dei vari gruppi di riferimento.

Di fondamentale importanza è l’influenza della teoria dei veri nell’analisi della moderna degenerazione democratica. E’ ormai argomento di ampia discussione che le regole della democrazia contemporanea necessitino di una profonda riqualificazione. Istituti mitizzati, quali il voto ed il suffragio universale, hanno dimostrato di fallire, se non sono accompagnati da tutta un’altra serie di strumenti, di valutazione, inclusione e controllo, capaci di generare rappresentanze di qualità e politiche davvero comprensibili. Le asimmetrie di potere hanno trasformato la rappresentanza in rappresentazione e la politica si fa sempre più show e sempre meno discussione concreta e tangibile di fatti verificabili. Ciò accade anche perché manca un’opposizione culturale, capace di riflettere su banalità, banalizzazione, complessità e complicazione. Queste coppie di connettivi logici agiscono ormai come veri e propri diversivi, generando enormi rituali di massa, che hanno solo funzioni sceMografiche.  La funzione scemografica è parte integrante dei veri attualmente in voga nei regimi di democrazia formale e illiberale.

Tornando un attimo in ambito forense, ed utilizzando il concetto appena presentato, legandolo alla degenerazione della rappresentanza, possiamo comprendere come usare la teoria dei veri per meglio comprendere la Cosa Nostra Forense.

A che cosa servono infatti le istituzioni forensi?

Ecco, basterebbe partire da una domanda, che potrebbe apparire banale, provocatoria, o sciocca, sospendendo il giudizio e tentando di dare una risposta. A che cosa servono le istituzioni forensi? Qual è il loro scopo? Perché esistono?

Ok, per molti queste sono mere elucubrazioni, sterili esercizi di stile che si perdono nei pollini della primavera appena dischiusa. E’ lecito crederlo, ma è doveroso comprendere che la pratica di fatti sociali complessi, priva della necessaria conoscenza degli stessi, è alla base di una serie di comportamenti che hanno poco di razionale e molto di abitudinario. Tempo fa un collega molto bravo nella comunicazione sul web illustrava un esperimento scientifico condotto su un certo numero di scimmie. Poche scimmie in una stanza, un casco di banane in cima ad una scala, una doccia gelata sulle scimmie rimaste a terra mentre la più intraprendente si avventurava sulla scala, in cerca delle sue banane. La progressiva sostituzione delle scimmie che partecipavano all’esperimento con altre cavie, ignare dei motivi per cui al tentativo di prendere le banane corrispondeva un “pestaggio” operato verso la malcapitata avventuriera, non modificava il comportamento del gruppo studiato. Alla fine, una progressiva sostituzione che portava a stare nella stanza solo scimmie che non avevano ricevuto la doccia fredda al tentativo di appropriazione delle banane, ma che avevano visto picchiare chi tentava di prendere le banane, non modificava l’agire collettivo. Le scimmie picchiavano chi voleva prendere le banane, anche se “non sapevano perché”, ma solo perché avevano visto farlo ad altre scimmie, che lo avevano fatto perché avevano ricevuto una istruttiva doccia fredda.

Noi avvocati non differiamo molto dalle scimmie raccontate in questo esperimento. Il nostro approccio con l’Ordinamento Forense è di tipo scimmiesco, o umano, troppo umano, se si vuole, ma di certo non è di tipo razionale. Presupponiamo molte cose, senza preoccuparci affatto che siano vere e costruendo in tal modo le basi per comportamenti indotti, privi di giustificazioni produttive. In generale questo genere di atteggiamenti indotti dall’emulazione di ciò che generalmente avviene o si vede fare ad altri non deve destare troppo sconforto. L’emulazione di ciò che porta a confondersi nella generalità è un meccanismo di difesa piuttosto diffuso in natura, l’andare controcorrente è spesso ritenuto sintomo di esposizione e vulnerabilità.

La teoria dei veri è dunque fondamentale per spiegare la ragione del conformismo interno all’avvocatura italiana e l’inutilità marginale del rifiuto di conformarsi. L’individuo che ha due opzioni davanti a sé, ovvero quella di impegnarsi per conformarsi ed aderire agli stilemi veri e scemografici della Cosa Nostra Forense, oppure di ricercare una propria espressione individuale dell’idea di appartenenza all’avvocatura, mette sui piatti della bilancia lo sforzo e le utilità personali ottenute attraverso la pratica delle due diverse scelte e finisce quasi sempre per trovare utile e funzionale la sua conformazione. A quel punto, una volta entrato nel personaggio, la verità riveste un’importanza molto relativa per lui, poiché le funzionalità dei veri e lo sforzo necessario a rappresentare i veri, sono davvero troppo vantaggiosi rispetto alla pratica dell’identità. E’ fatta, il vero attrae l’individuo nell’istituzionalizzazione, nella democrazia mafiosa e autoritaria della Cosa Nostra Forense e come in un orizzonte degli eventi, che nel caso di specie tocca la mente e la coscienza politica, piuttosto che la materia, l’individuo, o l’avvocato, nel nostro caso, è irrimediabilmente fottuto, ma è integrato.

Parlare di veri consente quindi di rapportare il tutto al tema dell’esposizione, un concetto molto caro alle personalità forti, se declinato come capacità di affrontare in solitudine, o in ambienti sociali ostili, scelte opposte a quelle normalmente praticate dai più. L’esposizione diventa oggi uno dei concetti cardine di una politica che tenti di superare la conformazione dei veri.

E’ possibile parlare di esposizione tornando a ragionare di una domanda fondamentale e basilare: a cosa servono le istituzioni forensi?

Prima di rispondere a questa domanda può essere interessante riflettere su un’altra domanda dal sapore sofistico: chi è l’avvocato?

Può sembrare complicato, o complesso, ma dobbiamo convenire che la riflessione su noi stessi è molto spesso ritenuta estranea alle attività meccaniche in cui impieghiamo noi stessi. Operiamo, agiamo e ci relazioniamo a nostri simili, che identifichiamo come tali con grande superficialità, ci fidiamo di segnali ritenuti accettabili secondo criteri di diligenza ben più larghi di quelli che useremmo in situazioni di allerta, e questo viene ritenuto parte di un atteggiamento quasi doveroso, automatico, indispensabile, nei confronti delle cose che ci circondano.

Sospendo dunque le mie risposte, per riflettere ancora sulle domande e tornare a dolermi di un’attività di indagine interna all’avvocatura del tutto inadeguata a sviluppare discussioni basate sul pensiero degli avvocati stessi. Nell’aprile del 2015 ho coordinato l’elaborazione e la realizzazione di un’attività che ad oggi, a distanza di tre anni dalla sua nascita, non ha ancora visto alcun tipo di replica. Sto parlando del sondaggio realizzato dal gruppo di lavoro Avvocatura 3.0 condotto sulla giovane avvocatura italiana, ovvero su 522 avvocati compresi tra i 30 ed i 35 anni di età. Si è trattato di uno sforzo di cui andare ancora fieri, a distanza di anni, ma non solo per lo spirito con cui quel gruppo di lavoro realizzò un documento unico nel suo genere, all’interno del panorama forense italiano, bensì per la straordinaria valenza dei dati raccolti, capaci ancora oggi di raccontarci moltissimo dei giovani avvocati italiani.

Senza adeguate conoscenze di ciò che i colleghi pensano, senza spingersi oltre il voto, uno strumento di inclusione democratica ormai vetusto, corroso dal clientelismo e da interferenze che non consentono, per il suo tramite, di correlare efficacemente etica pubblica ed interessi individuali, non riusciremo a fare quello che è più giusto. La realizzazione di sondaggi e rilevazioni di opinione sarebbe di fondamentale importanza per orientare il dibattito politico all’interno della categoria forense ed è per questo che le istituzioni nostrane rifuggono inorridite da questa pratica: non rischierebbero mai di mostrare ciò che le scimmie non devono sapere, continuando a comportarsi come hanno sempre visto fare in precedenza, senza farsi troppe domande.

ARDE invece non ha di questi problemi, dunque utilizzerò a piene mani i risultati di quella indagine, di cui mi fa piacere rivendicare la paternità, non senza una certa dose di orgoglio e compiacimento, non disgiunta da una buona misura di imbarazzo. Prendo dunque in prestito le idee dei nostri giovani colleghi italiani per far notare ai lettori di questo intervento come le scimmie, se adeguatamente stimolate, si distanzino in modo netto dalla reiterazione acritica di comportamenti che hanno visto adottare da altre scimmie. Uscendo fuor di metafora, quando abbiamo chiesto ai giovani colleghi se a loro parere un avvocato non possa definirsi tale se non opera nel processo, la risposta è stata per certi versi illuminante, per altri in decisa controtendenza con l’apparente conservatorismo delle rilevazioni artigianali, perlomeno per come noi analisti le percepivamo: solo 12 avvocati su 522, un misero 2,3%, ha dichiarato di ritenere il processo un elemento indispensabile all’attività ed all’identità dell’avvocato. Una sola domanda, se posta in modo da stimolare la libera espressione del pensiero, aveva sgretolato uno dei miti più in voga tra la popolazione forense: quello del vero avvocato che consuma le scarpe in udienza, uno dei veri più fortunati nella rappresentazione scemografica dell’avvocatura italiana dei nostri tempi.

I giovani italiani non sembrano d’accordo: il processo è un di più, un accidente, un elemento non necessario per l’avvocato, che ben può ritenersi tale anche se non opera nel processo, per ben il 72% del campione. Quegli avvocati, ben 376 su 522, accordavano infatti preminenza alla soddisfazione dei clienti, comunque raggiunta, piuttosto che al mito dell’avvocato come “difensore dei diritti”, riconosciuto come “vero” avvocato solo da 130 intervistati, pari al 25% del campione.

Certo, qualcuno potrà dire che un sondaggio, condotto peraltro senza nessuna pretesa di infallibilità, seppure su un campione che lascia poco scampo a presunzioni di mancanza di rappresentatività della categoria censita, non è la verità rivelata, né rappresenta in modo indubbio il sentire dell’intera categoria. Ciò nonostante, questo piccolo esperimento ci consente di riflettere su uno dei fenomeni più evidenti all’interno della classe forense italiana, ovvero lo scollamento tra ciò che spesso si crede che gli avvocati pensano e ciò che, in un senso o nell’altro, essi effettivamente pensano. Tale scollamento non può non essere considerato e colmato, da una seria attività di studio ed analisi, se si vuole realmente fare ciò che gli avvocati vogliono e non ciò che si vuole, solo perché si può.

Ancora non abbiamo risposto e qualcuno potrebbe ritenere che stiamo divagando. Qualcun altro potrebbe ritenere che le divagazioni sono la vera essenza di un racconto, magari paragonandole alle deviazioni capaci di rendere un viaggio ben più interessante di quanto sarebbe stato senza perdersi in imprevisti e sorprese. Perché dunque deviamo? Perché divaghiamo? Semplicemente perché l’oggetto della riflessione da cui siamo partiti presuppone di aver chiara in mente la differenza tra complessità e complicazione.

Le istituzioni forensi italiane spendono molta fatica a raccontare agli avvocati che vorrebbero rappresentare quanto sia complessa la loro attività. Noi ignari rappresentati veniamo costantemente bersagliati con mitragliate di pacche sulle spalle, paternalismi dal sapore antico, quasi ottocentesco, e sospiri preliminari, che di fronte ad ogni dubbio o critica, ci ricordano quanto sia complesso fare ciò che vorremmo si facesse meglio. La narrazione della complessità del fare è divenuta una dei nostri dogmi, un altro di quei riti tramandati alle giovani scimmie da vegliardi ammantati di decoro: un falso mito.

Ebbene, se c’è chi ci ha messo anni per arrivare a scoprire i falsi miti della stabilizzazione sociale, occorre confessarci e dire che in molti, anzi in troppi avvocati italiani, ancora non si sono liberati del mito della complessità dell’agire delle istituzioni forensi. L’istituzionalizzazione è riuscita a spacciare la complicazione per complessità ed in questo modo ha eretto una cortina di fumo a difesa della scala, riuscendo a trasformare schiere di scimmie in ubbidienti soldatini, pronti a malmenare chiunque tenti di prendere le banane, anche se chi intende farlo vorrebbe che il frutto del suo sforzo fosse destinato a sfamare i suoi compagni di sventura.

Continuando a divagare riflettiamo sull’avvocato, come tutore di una parte o come operatore che si deve misurare con un obiettivo più alto, diverso, o comunque altro. Anche qui i giovani avvocati italiani che abbiamo intervistato nel 2015 si sono mostrati probabilmente più innovatori e meno tradizionalisti di quanto ci aspettassimo: la gran parte di loro ritiene che l’avvocato debba essere o sia già un problem solver, sganciato dal ruolo di parte e tenuto a cercare di agire come risolutore di conflitti.

Un libro che consiglio sempre ai giovani tirocinanti che si avvicinano alla professione forense è “Qual è il titolo di questo libro? L’enigma di Dracula ed altri indovinelli logici”. L’autore, un logico statunitense, alterna indovinelli logici e rompicapi alla domanda che campeggia sulla copertina, nascondendola e riproponendola con sagace e dispettosa allegria: “Qual è il titolo di questo libro? L’enigma di Dracula ed altri indovinelli logici”. A me piace fare lo stesso: “a cosa servono le istituzioni forensi?” “Che cosa è un avvocato?”

Non sto divagando. Veri, complessità, complicazione, esposizione, rappresentano i concetti cardine per approcciarsi alla comprensione dei sistemi rappresentativi definiti ancora democratici, per via di una plausibile capacità di sistema di apparire tali, ma in realtà totalmente corrotti e degenerati, e dunque non più finalizzati alla realizzazione degli obiettivi e dei valori per cui i mezzi della democrazia sono stati concepiti.

Parlare oggi di complicazione e complessità è ovviamente impopolare. Eppure, solo attraverso la codificazione, l’analisi e la diffusione di un pensiero critico, sufficientemente articolato e motivato, si può lasciare traccia del perché abbia senso combattere contro la Cosa Nostra Forense.

Spiegare che complessità non fa rima con complicazione, che l’accettazione di diversi livelli di approssimazione alla conoscenza deve necessariamente passare per la crescita della capacità critica di chi giudica, specialmente quando tali cognizioni si riflettono nel voto che legittima l’agire del potere, è funzionale all’affermazione dell’identità, che è il vero baluardo capace di impedire che la democrazia formale diventi di fatto una dittatura.

Se utilizziamo questi concetti per rapportarci alla Cosa Nostra Forense ci torna utile Raymond Smullyan (qui in alto ritratto in una foto estrapolata da uno show televisivo statunitense), il quale avrebbe sicuramente riso di un Ordine che ha da mettere Ordine sulla propria natura, prima di pensare di ordinare le vite dei propri rappresentati.

L’Ordine Forense infatti è ormai ufficialmente impegnato in una battaglia per definire se stesso e l’avvocato, che appassiona le menti di molti augusti rappresentanti di questa consorteria. Raymond avrebbe giudicato probabilmente tale sovrastruttura una tipica divagazione dei furfanti, i deliziosi omini dell’isola in cui la popolazione si divide in due grandi categorie, quella dei cavalieri, che dicono sempre il vero, e per l’appunto quella dei furfanti, che mentono sempre. Chissà cosa avrebbe pensato il professor Smullyan di un sedicente cavaliere che si fosse presentato al suo cospetto esclamando: “salve, io sono l’Ordine che ti dà ordini e sono qui per mettere ordine sulla mia natura”. Non lo so, ma credo che Raymond non avrebbe esitato a dubitare di trovarsi di fronte ad un cavaliere.

Abbiamo divagato abbastanza. Avete ancora voglia di tornare alle domande iniziali? Siete stati tanto arditi da esporvi, da arrivare sin qui, nella lettura di un articolo osceno, indecoroso, contrario al normale senso del pudore forense? Non credo. Tuttavia appare interessante terminare questa allegra ed insensata digressione sulla follia ricordando che nel 2015, su 522 giovani italiani intervistati da Avvocatura 3.0, coloro che si ritenevano molto soddisfatti delle mirabolanti imprese degli Organismi deputati alla rappresentanza forense erano solo 17, pari al 3,3% del campione. Per contro, coloro che esprimevano poca o nessuna soddisfazione rispetto all’agire dei decorosi vestali dell’Ordine da definire erano ben 310, pari al 59,4% del campione.

Ecco, detto questo io lascerei a voi il compito di definire chi merita di essere dichiarato un furfante, perché la trovo un’operazione per niente complessa, ma inutilmente complicata.

Parlando però proprio di complicazione, può essere utile un’analisi più approfondita delle coppie logiche che stanno connotando la degenerazione della democrazia di massa contemporanea.

Lo spunto per questo ragionamento deriva dall’analisi di un articolo molto interessante, pubblicato qualche tempo fa, che recitava: “Is google making us stupid?”
Tale articolo si soffermava sui meccanismi della semplificazione, che portano all’analfabetismo funzionale, giudicandoli non casuali. L’analfabetismo funzionale, l’impoverimento intellettuale legato alla conformazione dei sistemi di massa, di cui i veri sono ormai un elemento di grande importanza, non possono essere adeguatamente contrastati per mezzo di una moral suasion che non si basi sulla costruzione di un pensiero funzionale. Imparare a pensare viene prima del pensare, ma allo stesso tempo, se intendiamo il pensiero come strumento per il raggiungimento di uno scopo, il valore funzionale da attribuire ad esso viene reso difficilmente individuabile in un contesto sociale in cui la correlazione tra capacità di pensiero e risultato è sempre più labile ed aleatoria.
La richiesta ossessiva di feedback appaganti sul piano cognitivo, il rifiuto dello sforzo di approfondimento, non possono essere considerati un fenomeno di costume, da guardare con leggerezza. Essi creano una profonda e vasta area di frattura tra conoscenza che genera potere ed ignoranza impotente. Il concetto stesso di pensiero individuale cede il passo alla massificazione dei responsi del pensiero, contenuti nei big data.


“It is clear that users are not reading online in the traditional sense; indeed there are signs that new forms of “reading” are emerging as users “power browse” horizontally through titles, contents pages and abstracts going for quick wins. It almost seems that they go online to avoid reading in the traditional sense.”
Is google making us stupid? Article published by Nicholas Carr

La presa d’atto che il web abbia un valore formativo, o deformante, se si vuole, sul pensiero umano, impone una riflessione che riporti l’homo nudus alla sua capacità di elaborare strategie logiche funzionali, capaci di dargli libertà, sul piano politico e sociale ed allo stesso tempo valore e reddito, dal punto di vista economico. In questo senso l’indagine sul surplus di valore in cui è immerso homo nudus nelle società dell’opulenza è stata troppo spesso sottovalutata da chi ha inteso prospettare un diverso modello di sviluppo, più equo e più umano. Ce ne siamo occupati spesso in questi mesi e sicuramente ne parleremo ancora, ma l’irrazionalità che accompagna il concetto di ricchezza e di pensiero “forte”, se con questa accezione intendiamo il pensiero capace di portare beneficio al suo ideatore, sta determinando una rincorsa al pensiero superficiale e debole, che rischia di generare un’umanità di serie “B”, irrimediabilmente estranea alle forme di comprensione ed elaborazione cognitiva superiori. Stiamo andando verso un’umanità immersa nella serena inconsapevolezza, che non sfrutta nemmeno una minima parte delle potenze di calcolo delle macchine contemporanee, ma utilizza modalità di approccio al sapere estremamente semplificate, scarne, squalificanti. Gli effetti di questo impoverimento del pensiero di massa devono essere analizzati con preoccupazione.


Thanks to the ubiquity of text on the Internet, not to mention the popularity of text-messaging on cell phones, we may well be reading more today than we did in the 1970s or 1980s, when television was our medium of choice. But it’s a different kind of reading, and behind it lies a different kind of thinking—perhaps even a new sense of the self. “We are not only what we read,” says Maryanne Wolf, a developmental psychologist at Tufts University and the author of Proust and the Squid: The Story and Science of the Reading Brain. “We are how we read.”
Nicholas Carr, ibidem

L’incapacità, sempre più diffusa, di leggere a fondo un documento, l’abitudine di scorrere i titoli o leggere piccole parti di testi che richiedano sforzi cognitivi prolungati, sta diventando compatibile con il normale stile di vita della popolazione mondiale. Ciò genera processi di atrofia intellettiva e una vera e propria dipendenza dalla semplicità. Divenire “addicted to semplification” è molto meno infrequente di quanto si possa pensare. Il bisogno di rapportarsi a ragionamenti semplici, non faticosi, relega questi individui in una sfera cognitiva e comportamentale di serena inconsapevolezza. In altri termini, l’impossibilità di valutare direttamente gli effetti negativi del pensiero basico, in ragione della casualità premiante della società opulenta, non fa scattare nella mente del “semplice” nessun meccanismo di consapevolezza. Il semplice diventa intellettuale, non in ragione delle sue skills, ma perché, pur non possedendo skills, il suo pensiero ed il suo agire funzionano e dunque, perché cambiarlo?
La valorizzazione del pensiero complesso diviene dunque un preciso compito della buona politica. Affermare che lo sforzo cognitivo sia profittevole, garantire a chi profonde maggiore impegno nel pensiero una resa adeguata, è sicuramente il modo migliore per contrastare l’impoverimento intellettuale che caratterizza l’Italia del nostro tempo. La cosiddetta “fuga dei cervelli”, fenomeno spesso trattato come fatto di costume dalla banalità di massa, è in realtà il punto di crisi di una società che diventa sempre più povera, mano a mano che perde la capacità di trattenere al proprio interno le menti migliori.

Sometime in 1882, Friedrich Nietzsche bought a typewriter—a Malling-Hansen Writing Ball, to be precise. His vision was failing, and keeping his eyes focused on a page had become exhausting and painful, often bringing on crushing headaches. He had been forced to curtail his writing, and he feared that he would soon have to give it up. The typewriter rescued him, at least for a time. Once he had mastered touch-typing, he was able to write with his eyes closed, using only the tips of his fingers. Words could once again flow from his mind to the page.

But the machine had a subtler effect on his work. One of Nietzsche’s friends, a composer, noticed a change in the style of his writing. His already terse prose had become even tighter, more telegraphic. “Perhaps you will through this instrument even take to a new idiom,” the friend wrote in a letter, noting that, in his own work, his “‘thoughts’ in music and language often depend on the quality of pen and paper.”

“You are right,” Nietzsche replied, “our writing equipment takes part in the forming of our thoughts.” Under the sway of the machine, writes the German media scholar Friedrich A. Kittler , Nietzsche’s prose “changed from arguments to aphorisms, from thoughts to puns, from rhetoric to telegram style.”

Ibidem

La scuola assume un ruolo importantissimo in questa doverosa riscoperta del valore del pensiero profondo. Il sistema massificato di istruzione pubblica italiana, teso a livellare verso il basso le capacità cognitive, imperniato su concetti falsamente democratici, in realtà mediocratici e parassitari, è il peggior nemico della ricerca della complessità. Mi sono già occupato di definire la differenza tra complessità e complicazione in un articolo che ripropongo:

Il ricatto del banale. I dipendenti dalla semplificazione e il dominio della banalità.

Nelle riflessioni riproposte emergono le varie differenze tra semplicità, semplificazione, complessità, complicazione. In particolare appare interessante proporre lo sviluppo delle matrici della complessità, tese a mostrare, tra i vari effetti, che la banalità è nemica della complessità e che rinunciare alla complessità del pensiero porta alla vittoria del pensiero complicato, seppure insignificante e banale.

LE MATRICI DEL PENSIERO POLITICO

Ritornando ai principi logici che dovrebbero guidare l’azione politica moralmente apprezzabile, non possiamo non ritornare ad una nuova declinazione della semplicità, che sfugga al male della banalità. Riflettendo su queste componenti dell’agire politico otteniamo delle coppie interessanti:

complessità – complicazione

semplicità – banalità.

La matrice derivante da questa mappa logica è il centro di un ripensamento complessivo dell’agire politico moralmente orientato, che ponga l’etica pubblica in cima ai suoi obiettivi. Ragionando a contrario infatti, questa matrice ha il pregio di impedire il suo pieno sviluppo:

complessità – banalità

complicazione – semplicità.

Non si riesce ad immaginare una complessità banale, né una complicazione semplice, e questo deve aiutarci a capire che la semplicità può far rima con la complessità e che la complicazione è sempre espressione della banalità:

complessità – semplicità

complicazione – banalità.

La matrice di partenza genera dunque due successive associazioni concettuali, una inversa ed una grossomodo sintetica, giungendo ad opporsi alla banalità ed alla complicazione, rivendicando la possibilità di un agire e di un pensiero complesso, nella sua semplicità, qualora a guidarlo ci l’etica pubblica. Si tratta indubbiamente di analisi inusuali nel panorama politico forense italiano, ma ciò non può che rimandare al punto di partenza di questo ragionamento: la politica contemporanea si sta facendo ricattare dalla banalità e grazie all’uso della complicazione ed alla distorsione della semplicità, difende meccanismi di selezione inversa che portano la mediocrità ad imporsi sulle capacità.

Le leggi della banalizzazione, il dominio della banalità, incidono pesantemente anche sugli effetti della divulgazione del pensiero complesso. La popolarità dei meccanismi cognitivi rudimentali, istintivi, capaci di stimolare risposte immediate da parte del ragionatore scadente, porta ad una sorta di “zucchero” mentale, di cui si finisce per diventare schiavi. La schiavitù dell’immediatezza riesce ad impedire che nella mente del drogato della semplificazione si formino ragionamenti a catena complessa, in grado di illustrare aspetti profondi e vari di questioni e tematiche. Ecco che per mezzo di questa dipendenza si forma un cittadino diminuito, che si rivolge ai media senza alcuna predisposizione alla comprensione, ma con una spiccata tendenza alla ricerca di contenuti appaganti, semplici, semplificati, banali, spesso insignificanti e falsi.

La teoria dei veri, che eleva il verosimile al vero, si nutre di questo genere di osservazioni e spiega molto bene i paradossi dell’insignificanza. Le proposte tese a rieducare i drogati della semplificazione non possono ignorare che il pensiero complesso non è istintuale, né connaturato a ciascun cittadino, ma si ottiene attraverso un percorso di studio e crescita formativa che lo Stato deve cercare di portare avanti, se intende davvero preservare il livello mentale dei propri cittadini.

Today, in the age of software, we have come to think of them as operating “like computers.” But the changes, neuroscience tells us, go much deeper than metaphor. Thanks to our brain’s plasticity, the adaptation occurs also at a biological level. […]

The Internet is a machine designed for the efficient and automated collection, transmission, and manipulation of information, and its legions of programmers are intent on finding the “one best method”—the perfect algorithm—to carry out every mental movement of what we’ve come to describe as “knowledge work.”

Google’s headquarters, in Mountain View, California—the Googleplex—is the Internet’s high church, and the religion practiced inside its walls is Taylorism. Google, says its chief executive, Eric Schmidt, is “a company that’s founded around the science of measurement,” and it is striving to “systematize everything” it does. Drawing on the terabytes of behavioral data it collects through its search engine and other sites, it carries out thousands of experiments a day, according to the Harvard Business Review, and it uses the results to refine the algorithms that increasingly control how people find information and extract meaning from it. What Taylor did for the work of the hand, Google is doing for the work of the mind.

Ibidem

I tentativi dei motori di indirizzo e ricerca di portare ad una uniformità delle modalità di accesso all’informazione non possono non ritenersi potenzialmente devastanti per la varietà e sulla profondità del pensiero umano. Moltissimi concetti che ho tentato di applicare alla degenerazione cognitiva dell’avvocatura italiana, inclusa la bulimia cazzoide, stanno ormai diventando delle piaghe autoreplicanti, di fronte alle quali la primazia della logica profonda viene sbaragliata senza alcuna difficoltà. Il primato della ragione, intesa come insieme di skills volte a consentire una comprensione profonda ed accurata della realtà, è minacciato sempre più dalla banalizzazione e semplificazione del ragionamento basico, largamente diffuso. Servirebbe che attorno ai temi della complessità si organizzassero progetti di riqualificazione del pensiero umano, che peraltro avrebbero enorme impatto sociale ed economico, consentendo di recuperare una enorme quantità di valore dispersa nella riparazione dei guasti generati dalla stupidità e dalla superficialità dominante.

Il tema è sicuramente di grandissima importanza, anche in prospettiva futura, per quanto sia di difficile divulgazione, anche per gli effetti distorsivi noti come “Dunning – Kruger”. Per ottenere che il primato della conoscenza profonda si imponga alla generalità dei consociati, occorre superare il relativismo solipsistico che porta ogni ignorante e stupido a potersi credere potenzialmente superiore al colto e all’intelligente. Perché però ciò accada e venga codificato su vasta scala, occorre che la società codifichi una serie di effetti e “ricompense”, capaci di individuare le persone dotate di un pensiero profondo in grado di fungere da guida. Una delle contraddizioni insanabili che deve occuparci, se vogliamo uscire dal problema in modo produttivo, riguarda proprio il problema dell’autopercezione ed autovalutazione. Il meccanismo di alimentazione della banalizzazione del pensiero fagocita la capacità di discernimento e l’autorevolezza del giudizio esterno, riportando ogni forma di conoscenza al rango subordinato dell’opinabile. L’utilizzo disinvolto del dubbio iperbolico, l’assenza di punizioni sociali che generino una sorta di “stop”, con obbligo di inversione ad “U” per il pensiero debole, fortificano gli individui non dotati di capacità cognitive profonde, rendendoli ancora più sicuri della propria sostanziale efficienza e ciò non fa che rendere sempre più difficile l’affermazione, quale sistema cognitivo dominante, del pensiero complesso e profondo. Occorre impegnarsi perché la situazione cambi, investendo nei protocolli formativi ed educativi che indirizzino i giovani cittadini all’utilizzo del pensiero complesso. E’ un’urgenza sociale che in Italia dovremmo cogliere, senza più alcun indugio, se vogliamo restare al passo con lo sviluppo di paesi che sotto il profilo delle capacità cognitive generali ci hanno surclassato da tempo e continuano ad aumentare il gap nei nostri confronti.

34 Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. 35 Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: 36 e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. 

La nostra associazione ripudia la banalità dell’agire politico. Non possiamo sottostare al ricatto degli incapaci. La scelta di esprimere una narrazione complessa della contemporaneità, pur difficile, sotto l’aspetto della raccolta del consenso, privilegia la costruzione di una soggettività politica di qualità, in grado di incidere nell’ambiente di cui ci occupiamo, portando risultati. La costruzione di una grammatica e di una sintassi della politica dovrebbe essere opera preliminare rispetto all’agire. Ciò porta a interrogarsi sul tema della complessità, sulla sua capacità di imporsi, in una società che sembra sempre più dilaniata da spinte opposte: da un lato la ricerca di un sapere sempre più specializzato, settoriale, iniziatico, dall’altra il bisogno di stabilire punti di equilibrio basati su credenze arcaiche, semplicistiche, rassicuranti.

Il banale ricatta il vero e lo costringe a fare i conti con la sua egemonia. E’ questo uno degli aspetti più involuti della società contemporanea, in cui mancano volontà e capacità per porre nuovamente al centro dell’agire politico le conoscenze, teoriche e tecniche, che potrebbero elevarlo.

https://video.repubblica.it/rubriche/racconti-di-corrado-augias/racconti-augias-e-se-la-sfida-del-futuro-fosse-la-cittadinanza-planetaria/301891/302519?ref=RHPPRB-BH-I0-C4-P2-S1.4-T1

Ne “Il tempo della complessità” di Mauro Ceruti, libro illustrato brevemente da Corrado Augias, con una presentazione disponibile al link indicato in alto, si fa riferimento alla cittadinanza planetaria. Una sfida di complessa semplicità, che porrebbe tutti gli umani sullo stesso piano, per quanto attiene ai diritti. Il paradosso non è provocatorio e la scelta di appoggiarsi a Ceruti non vuole agire per iperboli. Sempre più spesso la complessità appare espressione di un livello di pensiero separato dalla banalità, con tutte le conseguenze del caso, che sono davvero devastanti, sul piano sociale, quando toccano la sfera dei diritti.

ARDE può sviluppare pensiero politico forte parlando di complessità e di complicazione, stabilendo un discrimine quanto mai utile per discernere ciò che appare auspicabile, da una delle peggiori manifestazioni della banalità che mira all’egemonia politica, ovvero la complicazione istituzionale.

Ritornando ai principi logici che dovrebbero guidare l’azione politica moralmente apprezzabile, non possiamo non ritornare ad una nuova declinazione della semplicità, che sfugga al male della banalità. Riflettendo su queste componenti dell’agire politico ed utilizzando le matrici del pensiero politico, possiamo capire come sfuggire al ricatto della banalità.

Qualcuno può obiettare che il fenomeno non è affatto nuovo, che sempre la storia dell’umanità ha mostrato avanguardie ed elites distanti dalla massa. E’ così e non si può negare. Richard Paul Feynman diceva che non viviamo in un’era scientifica, ed in un certo senso aveva pienamente ragione. Dick, il mio adorato Dick. Il punto è che il progresso, come sommatoria, stratificazione di pensieri che scartano quelli improduttivi, dovrebbe tendere verso un’evoluzione eticamente positiva. Diversamente è il termine stesso a risentirne, potendo essere utilizzato solo in modo approssimativo. Se dunque le scienze sociali e la politica tra tutte, sfruttassero l’esperienza e il sapere tramandatoci dai grandi pensatori che nei secoli ci hanno indirizzato, non vi è dubbio che l’evoluzione della pratica politica ne trarrebbe enorme giovamento. Diversamente, se le basi del pensiero politico vengono affidate allo zero, se l’imperizia, la banalità, l’incompetenza, assumono valore e guidano i processi politici in atto, il danno che si provoca è molto maggiore di quel che a prima vista si potrebbe immaginare.

La dittatura della banalità, nell’era della complessità, non può essere ignorata. La stessa diffusione di una nuova concezione del populismo, legata alla banalizzazione della complessità, impone alla buona politica di ristabilire le distanze tra mediocrità, banalità, e consapevolezza della complessità. Il recupero del valore della complessità è uno dei compiti primari di una buona politica e necessita inevitabilmente di scontrarsi con il consenso, di concepire il proprio ruolo in chiave didattica, rinunciando magari ad esercitare l’egemonia diretta sul reale, ma provando a costruire un’influenza, magari indiretta, che abbia effetti progressivi e positivi.

La battaglia contro la banalità e la semplificazione della realtà è dunque importantissima per chi voglia fare politica. ARDE ne è consapevole e ragiona di se stessa e del suo rapporto con la banalità in termini assai rigorosi, incurante di pagare un prezzo, per quanto attiene alla sua popolarità.

La lotta alla banalizzazione, al suo ricatto, alla semplicistica accettazione di presunte verità comode, non può non portare ad una polarizzazione del consenso. Ciò che ambisce ad essere generalmente amato è quasi sempre neutro, sotto il profilo politico. La buona politica difficilmente evita il problema della scelta, della partigianeria, della selezione e ciò è intrinsecamente contrario alla fenomenologia dell’unanimismo.

ARDE si scontra quotidianamente con questo aspetto dell’avvocatura italiana. Un racconto truffaldino dei processi di selezione della rappresentanza politica porta a santificare coloro che si dicono amici di tutti, che dichiarano di rifiutare lo scontro, che si spacciano come sintesi ecumenica di tutto e del suo contrario.

Disprezziamo questi individui, li mettiamo alla gogna, ne denunciamo la morale abietta, ricavandone in cambio un odio viscerale. Non ci interessa. Quando disprezziamo ed esecriamo gli ecumenici sappiamo che stiamo facendo buona politica. Quando isoliamo i portatori insani di buoni sentimenti, siamo certi che stiamo operando una selezione basata sulla verità, sulla lealtà e sull’onestà dell’agire politico che intendiamo portare avanti.

Non intendiamo cedere al ricatto della banalità, ma vogliamo proseguire nel nostro cammino, per incidere sulla realtà, grazie a scelte nette, che si rapportino alla fatica del cambiamento con il rispetto della complessità del reale.

Avv. Salvatore Lucignano