Una persona perbene ha l’obbligo di ragionare con onestà intellettuale, non nascondendo a se stesso la verità delle situazioni. Il futuro dell’avvocatura italiana è ormai dipendente dalla sentenza attesa per l’autunno prossimo, in cui la Consulta sarà chiamata a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale del limite di due mandati all’interno della Cosa Nostra Forense. In punto di diritto la situazione è chiara:

  1. Non esiste alcuna retroattività di una norma che assuma presupposti passati di fatto ai fini di un precetto di diritto che agisca oggi e per il futuro;
  2. Non ha alcun senso invocare l’incostituzionalità della legge che, con urgenza, ha inteso cristallizzare il principio di diritto enunciato dalla Corte di Cassazione, con la sentenza n. 32781/18;
  3. Non ha alcun pregio giuridico l’argomentazione che vedrebbe l’arbitrio della Cosa Nostra Forense nell’autoregolarsi, in ragione di un principio di “libertà di associazione”, che sottrarrebbe l’organizzazione alla potestà delle leggi volute dallo Stato.

Ok, il diritto parla chiaro, la Consulta ha più volte chiarito il senso delle limitazioni all’elettorato passivo e la natura delle cariche all’interno della Cosa Nostra Forense, che dovrebbero essere onorifiche e di servizio, dovrebbe anche impedire di considerare il limite del doppio mandato come compressione di un diritto di elettorato passivo di carattere squisitamente politico.

Il giurista dunque non ha dubbi, ma la Corte Costituzionale, ogni volta che emette una decisione, non fa diritto, bensì politica del diritto, che è un’altra cosa. Il diritto infatti, quando necessita di norme ed interpretazioni di chiusura, che vadano ad orientare la natura ultima di elementi fondanti dell’ordinamento dello Stato italiano, agisce sulla base di considerazioni di principio e di finalità politiche, capaci di dettare la linea sulla natura stessa dei fatti e delle strutture della Repubblica.

E’ dunque evidente che la pronuncia della Consulta sul limite del doppio mandato verrà emessa sulla base di valutazioni politiche, e nessun giurista deve scandalizzarsi dell’utilizzo del termine, perché il diritto, per le sue implicazioni con la società e con il suo sentire, è sempre strettamente correlato alla politica e così, anche la giustizia, non può essere valutata senza rapportarla al sentire della generalità dei consociati.

La Corte Costituzionale dovrà dire alla società italiana se la Cosa Nostra Forense è giusta, oppure se questa organizzazione, che gode del consenso della stragrande maggioranza degli avvocati, essendo costruita sulla sistematica violazione delle leggi e dei principi della democrazia italiana, debba essere smantellata. Inutile prendersi in giro e nascondersi la verità: la decisione della Consulta non inciderà solo nell’esito delle elezioni ordinistiche, ma definirà la natura stessa dell’avvocatura futura.

Se ciò è vero, come è vero, si impone al giurista una ulteriore valutazione, proprio di natura politica. Gli avvocati italiani vogliono che la Cosa Nostra Forense continui il suo percorso, esattamente come è avvenuto fino ad oggi.
Purtroppo la Consulta non potrà agire sulla mente della stragrande maggioranza degli avvocati, che è mafiosa e perfettamente integrata nella Cosa Nostra Forense. Coloro che stanno lottando per affermare altri valori, il rispetto delle regole, della legalità, degli elementi politici che dovrebbero interessare un’avvocatura evoluta, sono alieni e sono in numero talmente esiguo da non rappresentare una fazione, quanto semmai una sorta di setta eretica. Gli eretici, specie quelli pericolosi per la mentalità generale, in genere fanno una brutta fine. La Consulta potrà decidere secondo stretto diritto, ed allora non ci sono dubbi sull’esito a noi favorevole, ovvero fare politica del diritto, ed allora ci occorre attendere. In ogni caso, anche se decidesse secondo diritto, il giorno dopo ci troveremmo con un’avvocatura che, quasi al 99%, vivrebbe la legalità come un sopruso, l’alternanza dei mandati come un’ingiustizia. Loro vogliono questo, vogliono che i padrini della Cosa Nostra Forense continuino a stare lì, finché ne hanno voglia e finché hanno i voti dei loro clan. La Consulta non potrà cambiare questa verità. Ci vorrebbero almeno dieci anni per trasformare questa classe ed insegnargli cosa dovrebbe essere un avvocato, vincendo ciò che costoro vogliono essere. Diversamente, anche l’imposizione della legalità, verrà vissuta dalla classe come un’usurpazione da parte di un potere esterno e nemico, quello giudiziario. Purtroppo, in queste condizioni, non ci si può attendere che l’avvocatura vada da nessuna parte.

Siamo dunque approdati alla sostanza dello scontro in atto, che non è tanto di natura giuridica, quanto di carattere politico e culturale. Ho cominciato ad avvertire in modo davvero sconfortante il senso di impotenza e di sconfitta, quando la reazione maggioritaria degli avvocati italiani alla nota sentenza che stroncava la ricandidatura dopo il terzo mandato è stata di aperta violazione della legge e dei principi che essa voleva insegnare agli avvocati italiani. Era già accaduto in occasione della nota vicenda del SOVIETICHELLUM, ma allora non avevo mai visualizzato, con così tanto sconforto, l’invincibile avversione che gli avvocati italiani manifestano verso la democrazia, la libertà, l’onestà. Oggi purtroppo, a seguito del clamore creato dalla vicenda del “doppio mandato”, mi rendo invece conto che questa classe non ha speranza alcuna di fare propri questi valori e dunque analizzo la possibile pronuncia della Consulta secondo quei principi di onestà che provo ad applicare alle mie scelte di vita.

Il risultato di questa analisi è che, anche se la Corte sceglierà di indicare agli avvocati la via della legalità, della democrazia e del superamento della Cosa Nostra Forense, ciò non basterà a rendere quegli avvocati dei veri avvocati. Da questa mia certezza ricavo un senso di impotenza e di totale sconfitta, che mi porta a desiderare la radiazione, vissuta quasi come una sorta di liberazione.

Nonostante a molti miei colleghi appaia folle, non sono motivi professionali a spingermi a desiderare la radiazione. Ho vissuto del mio lavoro per dieci anni, potrei tranquillamente continuare a vivere di questo, ma ciò che è l’avvocatura italiana mi spinge a vergognarmi di far parte di questa categoria e a desiderare di esserne espulso. Sono molto onesto: non credo più in questa professione. Penso che ormai l’abolizione dell’Ordine Forense sia la cosa migliore che possa capitarci e spero che capiti a breve. Forse è davvero la nostra unica possibilità di ricostruire qualcosa di diverso e di degno.

Certo, raccolti tutti i fatti, analizzati gli elementi di questa vicenda, anche io mi chiedo perché non cancellarmi e basta, o fare semplicemente silenzio, lasciando che tutto vada come è sempre andato. Quando penso a questo, ritorno ai miei primi cinque anni di professione, quando osservavo con disprezzo le istituzioni forensi e i loro riti, nel più totale anonimato. La risposta a questa domanda è che sono un avvocato, che credo nel dovere di lasciare una testimonianza di ribellione. Un avvocato ha il dovere di essere qualcosa di più che un silente osservatore dello sfacelo che gli sta attorno. Diversamente non è un avvocato, ma un mestierante, un mezzo avvocato, una parodia.

Guardando a questa sporca guerra non trovo motivi per pentirmi di quanto ho detto o fatto. Il futuro della professione forense è ormai fuori dalla Cosa Nostra Forense, in ogni caso. L’Ordine degli avvocati è incapace di fare politica e di stare nei meccanismi che decideranno il futuro del diritto. Le innovazioni tecniche, attraverso le capacità operative di pochi interpreti, iscritti all’Ordine, ma totalmente estranei alle sue vicende politiche ed istituzionali, guideranno le scelte dei parlamenti e dei governi. La Cosa Nostra Forense resterà, probabilmente ancora per qualche anno, una mera struttura di controllo di una massa moribonda, bisognosa di norme capaci di soffocare ogni rivolta ed ogni anelito ad un futuro libero e prospero.

La mia visione, oramai cupa e pessimista, oltre ogni possibilità di edulcorazione, è figlia di un’analisi spietata ed onesta della situazione dell’avvocatura italiana. Un’analisi brutale, tanto per cambiare, perché l’onestà, purtroppo o per fortuna, è spesso brutale e non può fare a meno di esserlo.

Avv. Salvatore Lucignano