Il presente lavoro costituisce un’analisi strettamente giuridica dell’ordinanza in oggetto. Nonostante la materia sia ostica e di non facile comprensione per il giurista poco pratico, si è tentato di prospettare concetti e principi nel modo più semplice e didascalico, in modo da consentire a tutti gli avvocati italiani di conoscere e capire. Ora non resta che sperare che dall’auspicio della conoscenza, l’avvocatura tutta avverta il dovere dello studio e della comprensione. Se così non sarà, non potremo dolerci di non essere artefici del nostro destino.

L’ordinanza n. 8/2019 con cui il Consiglio Nazionale Forense ha rimesso alla Corte Costituzionale le disposizioni della Legge n. 12 del 2019 può essere analizzata secondo stretto diritto, superando lo sconcerto e la derisione che il giurista prova quando legge argomentazioni prive di qualsiasi pregio. Superando dunque tale premessa, appare opportuno analizzare detta ordinanza, spiegando agli avvocati italiani l’assoluta insussistenza dei motivi di presunta illegittimità costituzionale delle norme che prevedono l’ineleggibilità di Consiglieri dell’Ordine Forense che abbiano già svolto due mandati consecutivi. Ovviamente il giurista accorto sa che la decisione della Corte Costituzionale, in merito al quesito proposto dal Consiglio Nazionale Forense, si esprimerà secondo criteri che andranno oltre il diritto e sfoceranno nella politica del diritto, ma un’analisi strettamente giuridica, che provi a dimenticare per un attimo le implicazioni politiche e sociali della vicenda, può essere utile a fare chiarezza sugli aspetti più strettamente tecnici della questione.

Analizzare un’ordinanza piena di parole, ma assolutamente priva di concetti giuridici di pregio, è per il giurista un compito ingrato. Si è costretti a leggere decine e decine di pagine, stando dietro ai tentativi di connessione di significato di una poderosa mole di parole, che hanno il chiaro scopo di costruire garbugli, affaticare l’interprete, consegnando al Giudice un testo che nasconda le sue finalità dietro una spessa cortina di fumo. L’ordinanza in oggetto è un prototipo di tale tecnica di costruzione cavillosa e tale considerazione preliminare, metodologica, non è assolutamente estranea ad una rigorosa analisi tecnica del documento.

Il giudice e l’interprete, quando analizzano un documento, devono necessariamente tener conto, in primo luogo, della sua inutile verbosità, della ridondanza di argomentazioni palesemente farraginose, espresse con carenza concettuale e logica, tendenti più alla sofisticazione e alla suggestione che alla chiarezza ed alla verità. L’ordinanza in oggetto, emessa dal Consiglio Nazionale Forense, è un esempio concreto di tali tecniche di mistificazione e ciò deve orientare, già in prima lettura, sulla pregevolezza presunta del suo contenuto.

  • 1. Analisi dei presunti profili di violazione degli articoli 3, 48 e 51 Costituzione, da parte della normativa impugnata.

Superate queste considerazioni preliminari, si può analizzare la prima argomentazione esposta dall’organo rimettente, ovvero la presunta lesione dell’elettorato passivo, e per dipendenza, attivo, relativa alla compressione del diritto di ricandidatura immediata del candidato che abbia già svolto due mandati consecutivi. Ebbene, tale argomentazione è palesemente infondata, per motivi di facile illustrazione.

Vale in primo luogo osservare che tale motivo di censura, appare relativo, secondo quanto prospettato dal CNF, agli articoli 3, 48 e 51 della Costituzione italiana. Ciò infatti si legge nel motivo di cui al punto 2.2. dell’ordinanza, laddove si ipotizza che la normativa impugnata attui una

“…irragionevole compressione del diritto di elettorato attivo e passivo, con violazione degli artt. 3, 48 e 51 Cost.”

Ebbene, l’art. 3 della Costituzione prevede l’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge ed una sua possibile violazione, da parte della norma impugnata, dovrebbe dunque essere valutata come una discriminazione incostituzionale. Sul punto, vale solo la pena di considerare brevemente come la Corte Costituzionale abbia più volte declinato l’art. 3 Cost. nella sua piena estensione, che riconosce la legittimità costituzionale di previsioni uguali per gli uguali e diversi per i diversi. Nel caso di specie dunque, attenendo la norma contestata a previsioni che attengono alla diversità delle circostanze tra i cittadini, la censura appare chiaramente ultronea e non bisognosa di alcuna ulteriore considerazione.

Appare invece interessante concentrarsi sulle presunte violazioni degli artt. 48 e 51 della Costituzione. In particolare, si ricorda che l’art. 48 Cost. recita:

Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.

2. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.

3. Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.

E’ evidente che nessuno dei tre commi dell’art. 48 si possa considerare conferente ad una valutazione di impatto della normativa impugnata, se non forse il terzo, che parla di limitazioni del voto. Orbene, premesso che tali limitazioni afferiscono al diritto di voto, inteso chiaramente come elettorato attivo e non passivo, muovendosi nell’ambito di una norma che parla di elettori e non di eletti, anche a voler considerare la limitazione all’elettorato passivo oggetto della norma impugnata come ricompresa nell’alveo di tutela dell’art. 48 Cost., tale interpretazione parrebbe chiaramente irragionevole.

Nel caso si volesse adottare tale interpretazione infatti, non si potrebbe comprendere come sia stato possibile che la Corte Costituzionale abbia ritenuto perfettamente legittime le limitazioni all’elettorato passivo, relative ad elezioni di carattere politico, riferite ad enti di amministrazione del territorio. Una tale limitazione infatti, già acquisita nel caso di elezioni in Comuni e Province, si sarebbe dovuta considerare inaccettabile, in quanto non rientrante nel novero delle limitazioni permesse dall’art. 48, comma 3 Cost. E’ dunque evidente che l’invocazione dell’art. 48, nel caso di specie, sia assolutamente inconferente, in quanto la norma contestata dal CNF attiene ad una limitazione dell’elettorato passivo e non ad una limitazione dell’elettorato attivo, di cui si occupa l’art. 48 Cost.

Rimane da valutare la possibile violazione della norma impugnata rispetto al dettato dell’art. 51, comma 1, Cost. Esso recita:

” Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge…”

Non vi è alcun dubbio che tale disposizione possa risultare astrattamente violata dalla norma impugnata dal CNF, ma è l’unica disposizione, tra quelle prospettate dall’organo remittente, ovvero gli artt. 3, 48 e 51 della Costituzione, che possa ritenersi astrattamente compromessa dall’applicazione di un divieto di immediata ricandidatura del cittadino, all’interno dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati.

Ebbene, circoscritto il campo di possibile violazione della norma che si analizza, balza subito agli occhi del profano che è la Costituzione stessa, laddove parla di libero accesso agli uffici pubblici ed alle cariche elettive, a delimitare tale indiscriminato diritto con “i requisiti stabiliti dalla legge”. In altri termini, l’accesso a tali uffici e cariche non può mai ritenersi un diritto pieno ed illimitato, dovendosi bilanciare con i requisiti previsti dalla legge. E’ proprio quanto accade nel caso di specie, laddove il requisito di non aver svolto un doppio mandato precedente alla ricandidatura, si atteggia appunto come previsto dalla legge e dunque appare chiaramente conforme alle possibilità di limitazione che la Costituzione concede al legislatore.

Tutto quanto argomentato porta ad una prima valutazione sul pregio delle eccezioni formulate dall’organo remittente: è evidente che le pretese violazioni degli articoli 3, 48 e 51 della Costituzione, devono in realtà valutarsi solo come una possibile violazione dell’art. 51, comma 1, della Costituzione. Le rimanenti possibili violazioni appaiono chiaramente eccepite in maniera pretestuosa e priva di qualsiasi pregio giuridico.

  • 2. Contraddittorietà dei riferimenti all’elettorato passivo, con riferimento alla presunta natura politica delle elezioni dell’Ordine Forense.

Premessa delle considerazioni che potrebbero portare la Corte Costituzionale a discostarsi dalle pronunce di legittimità già emesse, che hanno dichiarato perfettamente conformi a Costituzione i presupposti di fatto realizzatisi prima dell’emanazione di una legge statale e comunque in grado di essere presi in considerazione da tale legge come fattori di esclusione di una candidatura, è che si verta in materia di diritti politici.

Gli articoli 3, 48 e 51 della Costituzione parlano di diritti politici. Il solo elemento che esula dal contesto strettamente politico, nelle norme analizzate, è il riferimento dell’art. 51 Cost. agli uffici pubblici. Se dunque si volesse parificare l’elezione al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati ad una elezioni in un ufficio pubblico, si dovrebbe comprendere se tale parallelo possa essere pienamente conferente rispetto al caso di specie.

Ammettendo che il presupposto elettivo degli avvocati nei Consigli dell’Ordine trovi tutela nell’art. 51 Cost. emerge comunque un aspetto dell’ordinanza di rimessione che ne palesa la contraddittorietà ed irragionevolezza. Volendo essere più chiari, laddove si discute di diritti costituzionalmente garantiti, in materia di elettorato passivo, il fondamento della portata costituzionale di tali diritti è che essi afferiscano alla sfera politica del cittadino. Nel caso di specie, il CNF utilizza, in modo contraddittorio e palesemente privo di pregio, il concetto di elezione “politica”, in riferimento a quelle svolte all’interno dell’Ordine Forense, per negare ed affermare la natura politica di queste elezioni, utilizzando, in modo irragionevole, gli effetti che derivano da tale qualificazione alterna.

In altri termini, se il giurista considera le elezioni disciplinate dalla norma che si presume possa essere incostituzionale come elezioni politiche, necessarie quindi di una tutela dell’elettorato passivo del candidato, in ragione dei principi costituzionali che tutelano i diritti di elettorato politico, tale qualificazione dell’elezione deve valere come criterio ermeneutico capace di orientare l’interprete per ciascun aspetto del procedimento.

Ipotizziamo dunque che il CNF abbia ragione, nel considerare le elezioni forensi come un fatto assoggettato al rispetto dei diritti politici dei suoi partecipanti, eletti ed elettori. In tal caso, invocare, nella stessa ordinanza, la natura NON politica delle elezioni stesse, appare palesemente contraddittorio.

E’ lo stesso CNF infatti ad escludere la natura politica degli enti disciplinati dalla norma di cui si contesta l’incostituzionalità e lo fa con un’affermazione che qualifica come meramente amministrativa la funzione di tali organi, che può essere riscontrata nel secondo capoverso del punto dell’ordinanza sub 2.3.1., a pag. 13 della stessa, che per confronto si riporta:

Come si può notare, riferendosi all’ente a cui si dovrebbe applicare la norma contestata, l’organo rimettente afferma:

“…altro è ragionare sul divieto di rielezione di membri di un organo collegiale chiamato a reggere un ente pubblico associativo avente natura meramente amministrativa…”

Ordunque, se il CNF esclude l’applicabilità per analogia delle norme e delle circostanze che hanno già trovato ampio e pacifico riconoscimento costituzionale, laddove si siano applicate a contesti politici, qualificando la situazione sottoposta alla Consulta come afferente ad una vicenda “meramente amministrativa” (cit.) e dunque incomparabile a vicende politiche, l’argomentazione che vorrebbe la limitazione al terzo mandato come espressione della compressione di diritti politici appare chiaramente contraddittoria.

In definitiva, appare evidente il motivo di inammissibilità dell’ordinanza analizzata che attiene alla contraddittorietà ed irragionevolezza della prospettata natura dell’ente a cui si applicano le norme contestate, con la conseguente contraddizione tra presunti diritti politici o meno dei candidati ineleggibili.

  1. Se infatti, i candidati ineleggibili vedono la compressione di un diritto politico, la Corte Costituzionale si è già pronunciata, sia sull’ammissibilità del precedente numero di mandati svolti, come legittimo elemento valutato dal legislatore, al fine di stabilire l’ineleggibilità futura, sia sulla natura non retroattiva di tale schema normativo.
  2. Se invece la norma censurata sotto il profilo della legittimità attiene ad enti non politici, nemmeno si pone il problema di una possibile compressione del diritto di elettorato passivo, poiché esso sussiste ed ha rango costituzionale solo quando si verte in materia politica.

Questa censura alle argomentazioni dell’ordinanza di remissione sarebbe già assorbente di ulteriori considerazioni, ma vale la pena, anche per finalità didattiche, illustrare le altre palesi assurdità giuridiche sostenute dall’organo remittente.

  • 3. Illegittimità del criterio della maggiore esperienza, quale elemento capace di comprimere la libera valutazione dell’elettore.

L’idea distorta che muove il CNF nei confronti della norma impugnata è che essa impedisca agli avvocati di rivolgersi a colleghi assistiti da una presunzione di maggiorità, rispetto alle esigenze determinate dall’assunzione del ruolo di Consigliere dell’Ordine. In altri termini il CNF non tenta nemmeno di nascondere di non considerare gli aspiranti Consiglieri come soggetti “di serie B”, nell’ambito della competizione elettorale, ma lo manifesta chiaramente, come è facilmente riscontrabile leggendo le argomentazioni svolte a cavallo della pagina 11 dell’ordinanza di rimessione in oggetto, che si riportano:

Questa concezione è chiaramente foriera di valutazioni che, seppure non costituenti un autonomo motivo di impugnazione, fanno riflettere sulla comprensione delle norme impugnate dal CNF. Non esiste infatti alcun diritto rafforzato dei candidati già presenti all’interno dei Consigli a trovare una preferenza rafforzata, in ragione della propria esperienza. Questa concezione lascia chiaramente intendere il deficit culturale del CNF. Le elezioni infatti, devono potersi svolgere in condizione di effettiva parità, tra Consiglieri in carica ed aspiranti Consiglieri, lasciando al giudizio dell’elettorato se l’esperienza del Consigliere sia da considerarsi come merito o demerito. La legge che limita i mandati consecutivi possibili, non mira a limitare in modo improprio “l’esperienza”, ma ad impedire asimmetrie di potere, che sono insite in qualsiasi ruolo di servizio e fanno ormai parte della cultura che qualsiasi giurista degno di questo nome deve difendere, se vuole restare nell’alveo dei valori costituzionalmente affermati.

  • 4. Sulla presunta compressione dell’autonomia dell’Ordine Forense, ai sensi degli artt. 2, 18 e 118 Cost.

Anche questa pittoresca tesi dell’organo rimettente lascia abbastanza basito l’interprete. Il CNF infatti parte da una nuova affermazione che rivendica la natura non politica dell’Ordine Forense (cfr. ordinanza, sub. 2.6.1., pag. 15) per poi arzigogolare un parallelo tra il carattere associativo dell’ente Consiglio e la presunta legittimità di un voto che si assume libero, ma allo stesso tempo si vorrebbe espresso, in diniego della libertà e della parità dei candidati, con preferenza a coloro che rivestono l’incarico da più mandati. Affermazioni deliranti, che si faticherebbe a credere possano essere state scritte da giuristi, se non toccasse leggerle con i propri occhi (cfr. ordinanza sub 2.6.2.)

Il CNF dunque giustifica la legittimità di ricandidarsi per più mandati consecutivi, proprio con la preferenza rafforzata che l’elettore riserverebbe ai plurimandatari. In altri termini, è lo stesso CNF a consegnare su un piatto d’argento alla Corte Costituzionale le ragioni che impongono di stroncare la prassi delle candidature successive, per manifesta violazione dell’art. 3 della Costituzione. Qui infatti, l’organo rimettente teorizza chiaramente quella asimmetria di potere che muove l’elettore “…sovente guidato, nell’espressione del proprio voto, dalla considerazione dell’autorevolezza che deriva al candidato dall’esperienza maturata nella gestione dell’ente e dal radicamento nella comunità professionale, a loro volta strettamente legate (almeno in potenza), all’aver ricoperto per più mandati la carica elettiva.”

Le argomentazioni del CNF sono davvero surreali e lasciano pensare che chi abbia scritto l’ordinanza di impugnazione non abbia davvero piena contezza del senso delle parole. E’ il CNF infatti, nel modo più candido possibile, a confessare che la funzione principale della reiterazione dei mandati all’interno dei Consigli è quella di far acquisire ai candidati ineleggibili un vantaggio illecito sui propri sfidanti, potendo essi contare proprio sul vantaggio derivante dal radicamento ottenuto presso l’elettorato, in ragione del mandato svolto. In poche parole, nonostante appaia quasi grottesco, se visto sotto la corretta luce, questo passaggio dell’ordinanza di impugnazione potrebbe essere considerato come una confessione giudiziale.

Ancora più inquietante risulta l’argomentazione successiva, che invoca la libertà dell’Ordine Forense di sottrarsi dalla potestà legislativa statale, invocando a sostegno di tale arbitraria autonomia, la presunta natura associativa, ai sensi dell’art. 18 Cost. dell’Ordine stesso.

Nonostante si stenti a credere che un tale parallelo sia stato effettivamente svolto da avvocati, il modo migliore per far comprendere l’enormità di quanto sostenuto, consiste forse nel mettere insieme, uno dopo l’altro, i brani e le norme che chiariscono l’oggetto dell’analisi, partendo dalle doglianze del CNF, proseguendo con l’art. 18 della Costituzione italiana e finendo con l’art. 24 della Legge Professionale Forense, che chiarisce natura e scopo dell’Ordine Forense.

Nonostante l’imbarazzo nel dover commentare certe affermazioni, quello che davvero è intollerabile nel testo di rinvio, è la grossolana ignoranza di norme dello Stato e della Costituzione italiana, da parte di esponenti apicali dell’avvocatura. L’ordinanza in oggetto infatti recita:

“…Ne consegue che, nel rispetto della libertà di associazione […]la legge dovrebbe opportunamente astenersi dall’interferire in tale ambito…”

Questo invece è quanto prevede l’art. 24 della Legge Professionale Forense:

“… Il CNF e gli ordini circondariali sono enti pubblici non economici, istituiti per garantire il rispetto dei principi previsti dalla presente legge…”

In altri termini, l’ordinanza di rimessione del CNF pretende che l’Ordine Forense, in ragione di una sua presunta autonomia, che lo renderebbe un porto franco rispetto a qualsiasi pretesa di legalità, stabilisca da solo le regole del proprio funzionamento, come se si trattasse di una qualsiasi associazione privata di cittadini (cfr. art. 18 Cost.). Tutto ciò, ignorando che l’Ordine Forense, ovvero il CNF e gli ordini circondariali, sono costituiti proprio allo scopo di rispettare i principi previsti da una legge, la n. 247/2012.

Il paradosso è imbarazzante certo, ma indicativo del livello di competenze dei rimettenti, o forse solo del grado di compromissione con interessi di parte, capaci di far sostenere l’insostenibile. L’ordinanza in oggetto infatti giunge a sostenere che un soggetto istituito al fine di far rispettare principi di legge, possa regolarsi autonomamente, rifiutando le norme di legge.

Già questo basta a far comprendere l’assurdità di quanto sostenuto dal CNF, ma il riferimento all’art. 118 Cost. completa un ragionamento francamente improponibile. Recita infatti tale articolo:


Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei princìpi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.

Ebbene, è rimessa alla valutazione del giurista l’analisi sull’analogia tra la sussidiarietà conseguente alla prossimità, derivante dalla maggiore prossimità degli enti locali rispetto a quello statale, ed un principio che dovrebbe far ritenere l’Ordine Forense di normarsi al di fuori della legge, in quanto più prossimo al cittadino rispetto allo Stato. Davvero, nonostante si faccia fatica a credere che queste affermazioni siano state effettivamente sottoposte al vaglio della Corte Costituzionale e che provengano da avvocati, non resta che prendere atto con amarezza che ciò è accaduto e provare a superare lo scoramento.

E’ evidente che la pretesa di regolazione autonoma dell’Ordine Forense non tiene minimamente conto della sua natura pubblicistica, ben chiarita dall’art. 24 della Legge Professionale Forense, che non consente affatto di considerare l’Ordine come una “libera associazione”, quali quelle definite dall’Art. 18 Cost., ma impone di valutare la sua obbligatorietà per l’avvocato, che vi è iscritto coattivamente, in ragione di norme di legge, e che pertanto, ha diritto a che sia la legge a disciplinare le modalità di obbedienza ai precetti imposti dall’Ordine. Una lettura diversa, che aderisse all’assurda prospettazione fornita dal CNF, giustificherebbe non solo la violazione di qualsiasi legge, sia da parte dell’Ordine che dell’Avvocato, ma si porrebbe come presupposto per la mancata iscrizione dell’Avvocato all’Ordine, potendo egli invocare la libertà di associazione (e conseguentemente di non associazione), disciplinata dall’art. 18 Cost.

  • 5. Sulla presunta retroattività della normativa impugnata.

Con il motivo sub 3. il CNF lamenta per esteso la presunta retroattività della norma impugnata, che si sostanzierebbe in una lesione di vari principi costituzionalmente tutelati.

In particolare, nonostante le pazienti spiegazioni offerte dalla Corte di Cassazione in materia di retroattività, con la definizione del concetto, il CNF ritorna, con l’ordinanza de qua, a sollevare questa eccezione, corredandola da una definizione invero originale e mai letta prima. La novella in oggetto si ritrova sub. 3.2, a pag. 17, dell’ordinanza:

Secondo il CNF la retroattività consisterebbe nel conferimento di effetti pro futuro a fatti accaduti in passato o a rapporti giuridici esauriti. Ciò naturalmente non corrisponde affatto al concetto di retroattività, che è proprio teso a regolare il passato. La parola stessa, anche agli occhi del profano, indica l’attività passata della norma, la sua capacità di normare il passato e non solo il futuro, e ciò è chiaramente espresso anche dalle preleggi, a cui il CNF fa erroneamente riferimento. L’art. 11 delle preleggi infatti, al primo comma, chiarisce molto bene il concetto di retroattività, laddove recita:


 la legge non dispone che per l’avvenire: essa non ha effetto retroattivo.

La norma è molto chiara, ma forse, nel disperato tentativo di far comprendere al CNF quali effetti avrebbe provocato un’interpretazione “retroattiva” del divieto di un terzo mandato consecutivo, si può procedere, con funzione didattica, ad un banale esempio.

Se infatti il giurista prova ad immaginare che la norma impugnata abbia un’interpretazione retroattiva, può facilmente valutare che essa sia idonea non solo ad impedire le future candidature, ma che provochi la decadenza delle passate candidature presentate in violazione della legge. In altri termini, se davvero il legislatore avesse voluto dare efficacia retroattiva alla norma impugnata, avrebbe previsto che essa disponesse anche per il passato e non solo per l’avvenire. Ciò avrebbe provocato una differente normazione di fatti passati, che invece, proprio perché non sottoposti dal legislatore ad effetto retroattivo, nel caso di specie sono rimasti regolati dall’interpretazione della legge capace di conservare gli effetti dei rapporti giuridici già verificatisi e non sottoposti al vaglio di legittimità .

Nessun Consigliere dell’Ordine in carica, a seguito di un’elezione illegittima, avvenuta in violazione della norma impugnata dinanzi alla Corte Costituzionale o a quella, di identico tenore, contenuta nella L. n. 113/2017, è decaduto in ragione dell’applicazione retroattiva delle norme alle sue elezioni passate.

Correttamente, l’ordinamento, una volta chiarita la portata dei presupposti passati delle future candidature, ha disposto per l’avvenire.

Si tratta invero di concetti giuridici di chiara e facile comprensione e genera naturalmente imbarazzo e sconcerto che proprio l’avvocatura, nelle sue rappresentanze apicali, si mostri incapace di comprenderli. Eppure la Suprema Corte di Cassazione, con la pronuncia n. 32781/18, ha dato una chiara spiegazione del perché il concetto di retroattività sia assolutamente inconferente rispetto al caso di specie:


40. In altri termini, non può dirsi che la disciplina dei requisiti o presupposti di eleggibilità, necessariamente rivolta a fatti o condotte esaurite prima del momento in cui si svolgono le elezioni, disciplini il passato: in linea generale, infatti, l’identificazione dei requisiti di eleggibilità ha luogo necessariamente al momento dell’elezione dell’organo o in tempo ad essa prossimo, ma non può che avere riferimento a presupposti di fatto verificatisi in precedenza, qualificandoli ai fini della partecipazione alla competizione elettorale.

41. Pertanto, la nuova norma sull’ineleggibilità non regola il passato, ma attribuisce, per il futuro, una nuova rilevanza ed una nuova considerazione – ora ostativa – a fatti passati, eretti a requisiti negativi od ostativi per l’accesso alle cariche elettive o per il mantenimento di quelle in ragione dell’acquisita considerazione di un loro disvalore, conferendo ad un evento del passato una diversa rilevanza, ma non già regolandolo direttamente in modo nuovo.

La Cassazione tentava dunque di spiegare al CNF che la norma contestata, poi trasfusa nella legge impugnata con l’ordinanza de qua, non disciplinasse il passato, ma il futuro. La norma introdotta, con riferimento a presupposti fattuali passati, si limitava a dare nuova rilevanza e nuova considerazione, per il futuro, a fatti passati. Ciò non integra, e non potrebbe farlo, il concetto di retroattività, perché la retroattività, come spiegato invano al CNF, consiste nella regolazione del passato da parte di norme non ancora emesse nel momento passato diversamente regolato dalla norma futura.

  • 6. Sulla presunta illegittimità dell’intervento del legislatore, per violazione dell’autonoma giurisdizione del CNF.

Anche la censura contenuta sub 3.4 è praticamente incomprensibile, se analizzata dal giurista di media diligenza. Il CNF assume infatti che l’intervento del legislatore, con la novella n. 12/2019, abbia costituito un’indebita interferenza nel potere giudiziario, stante la cosiddetta “giurisdizione domestica” di cui l’organo rimettente gode. La censura è invero grottesca e lascia interdetti. Va in primo luogo rilevato come la norma impugnata, che avrebbe interferito nell’autonomo giudizio del CNF in materia elettorale, è di carattere meramente interpretativo, ed in particolare, si limita a fare proprio il principio di diritto enunciato dalla Corte di Cassazione con la sent. n. 32781, senza aggiungere o mutare nemmeno una virgola a tale principio.

Ciò significa, che la legge intervenuta nel 2019, tesa a dare valore erga omnes ad un principio già derivante dall’interpretazione giurisprudenziale della normativa previgente, ovvero la L. n. 113/2017, non ha innovato, modificato, o diversamente regolato le fattispecie sottoposte alla giurisdizione domestica del CNF, limitandosi a ribadire quanto già affermato dalla L. n. 113/2017. Nel leggere la censura mossa dal CNF, l’interprete ha la dolorosa sensazione di trovarsi dinanzi a due possibilità: o un caso di manifesta e grossolana ignoranza, ovvero una pervicace mala fede, tendente a sottrarsi a principi giuridici di solare e facile comprensione ed applicazione.

Ad aumentare lo sconcerto sulla presunta violazione della funzione giurisdizionale del CNF, concorre la violazione di legge operata proprio dal CNF, che con l’attività di impugnazione di una normativa che ripropone un principio di diritto enunciato dalla Corte di Cassazione, in funzione di giudice della legittimità delle pronunce del CNF in materia elettorale, ha violato una precisa disposizione di legge, e precisamente, l’art. 36, nel combinato dei nn. 1, 6 e 8, della L. n. 247/2012. Dette norme recitano:

1. Il CNF pronuncia sui reclami avverso i provvedimenti disciplinari nonché in materia di albi, elenchi e registri e rilascio di certificato di compiuta pratica; pronuncia sui ricorsi relativi alle elezioni dei consigli dell’ordine; risolve i conflitti di competenza tra ordini circondariali; esercita le funzioni disciplinari nei confronti dei propri componenti, quando il consiglio distrettuale di disciplina competente abbia deliberato l’apertura del procedimento disciplinare. La funzione giurisdizionale si svolge secondo le previsioni di cui agli articoli da 59 a 65 del regio decreto 22 gennaio 1934, n. 37.

6. Gli interessati e il pubblico ministero possono proporre ricorso avverso le decisioni del CNF alle sezioni unite della Corte di cassazione, entro trenta giorni dalla notificazione, per incompetenza, eccesso di potere e violazione di legge.

8. Nel caso di annullamento con rinvio, il rinvio è fatto al CNF, il quale deve conformarsi alla decisione della Corte di cassazione circa il punto di diritto sul quale essa ha pronunciato.

E’ davvero surreale, che un giudizio come quello in oggetto nasca da una presunta autonomia arbitraria del CNF, che sarebbe sottratto alla legge, ma che quella giurisdizione domestica derivi proprio dalla legge, invocata e rifiutata, a seconda dei propri interessi. E’ infatti la legge e solo la legge, come si può ben vedere dalla lettura delle norme richiamate, a conferire al CNF quella potestà giurisdizionale che si vorrebbe rappresentare come assoluta e priva di qualsiasi limite normativo. In realtà non è così: il CNF può giudicare di determinate materie, tra cui i ricorsi elettorali che riguardano la regolarità delle elezioni svolte nei Consigli circondariali, ma solo entro i limiti di legge, seguendo precise disposizioni di legge, e dovendo comunque sottoporre le sue decisioni al vaglio di un organo chiamato a valutarne la rispondenza alle leggi, ovvero la Corte di Cassazione (cfr. art. 36 n. 8 L. n. 247/2012).

  • 6.1. Della dubbia ammissibilità dell’ordinanza di rimessione, per violazione dell’art. 36 n. 8 della L. n. 247/2012

Il giurista rimane scosso da tanta imperizia, arrivando addirittura ad affermare, senza troppa paura di essere smentito, che nel caso di specie è persino dubbia l’ammissibilità di un’ordinanza di rimessione alla Consulta, da parte del CNF, per violazione dei principi costituzionali. Il tenore della legge a cui è sottoposto il CNF infatti (art. 36 n. 8 L. n . 247/2012), laddove prescrive l’obbligo, per il giudice dei reclami elettorali, di conformarsi al principio di diritto enunciato dalla Corte di Cassazione, sembra vietare qualsiasi attività tesa a sottrarsi al principio fornito dalla Corte di Cassazione. In pratica, l’assetto normativo, al contrario di quanto prospettato dal CNF alla Consulta, non solo limita la libertà giurisdizionale del CNF al rispetto della legge, ma addirittura vincola il libero convincimento dell’ente, quando la Corte di Cassazione, cassando una sua pronuncia illegittima, con rinvio, enunci in modo perentorio il principio di diritto violato, a cui il CNF è tenuto a conformarsi, senza alcuna possibilità di contestazione.

In definitiva, nel caso che ha generato l’impugnazione della L. n. 12/2019, non è peregrino affermare che la stessa ordinanza di rimessione alla Corte Costituzionale potrebbe essere considerata inammissibile, configurandosi come un sindacato di costituzionalità che esuli dalla possibilità di valutazione del CNF, tenuto a conformarsi al principio enunciato dalla Corte di Cassazione, senza poterne contestare la pretesa incostituzionalità.

Tornando alla censura di cui al punto 6 della presente analisi, non pare dunque possibile invocare l’interferenza nel potere giurisdizionale di una norma che si è limitata a recepire un principio di diritto già contenuto in norme previgenti ed esplicitato dalla magistratura che detiene, per legge, il primato di interpretazione delle leggi dello Stato. Non si comprende in che modo, la riproposizione, peraltro con tenore identico a quello enunciato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, possa aver interferito nella giurisdizione del CNF che, anche in assenza di una norma di interpretazione autentica emanata dallo Stato, non avrebbe potuto in alcun modo derogare all’interpretazione ordinata dalla Suprema Corte, dovendo sottostare a tale interpretazione, in virtù dell’obbligo disposto in tal senso dall’art. 36 n. 8 della L. n. 247/2012.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

L’analisi dell’ordinanza in oggetto lascia nell’interprete, come già detto, amarezza e sconcerto. Anche a voler tacere dei macroscopici conflitti di interesse che hanno portato il CNF a contestare la legittimità di una legge che incide direttamente sullo status dei suoi componenti, resta la chiara impressione che le ragioni di diritto con cui si è tentato di motivare la censura di incostituzionalità siano tanto sciatte, talmente improponibili e formulate in modo tanto grossolano, da gettare ulteriore discredito sull’avvocatura italiana. Certo, questo lavoro, che si pone nella chiara ottica di auspicare il rigetto dell’ordinanza di rimessione del CNF, non fa mistero di muovere da considerazioni politiche di parte, avverse alle ragioni non dette, ma chiaramente evidenti, che hanno mosso l’azione del CNF.

Ciò nonostante, anche fermandosi ad una mera analisi in punto di diritto, emerge con chiarezza che l’incostituzionalità della Legge n. 12/2019, più che probabile, o presunta, è solamente una speranza nella mente di chi ha chiamato in causa la Corte Costituzionale. Al giurista, all’interprete rigoroso, all’avvocato, non resta che sperare che la Corte Costituzionale voglia decidere secondo diritto e giustizia, chiudendo per sempre la pagina più nera mai vissuta dall’avvocatura italiana.

Avv. Salvatore Lucignano