Avere un archivio politico serve a ricordare che non tutti siamo stati uguali, nella storia dell’avvocatura italiana. Riproporre le posizioni assunte, serve a spiegare cosa abbiamo vissuto e cosa stiamo vivendo. La presente missiva fu da me inviata all’allora Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, appena due giorni dopo che il SOVIETICHELLUM venne emanato. Ovviamente tale missiva non ricevette risposta. Anche oggi, mentre lottiamo contro la violazione del divieto di un terzo mandato consecutivo, la Cosa Nostra Forense fa spallucce, o si dice certa delle sue ragioni. Ragioni che, ora come allora, non hanno la minima parvenza di credibilità.

Sig. Ministro

i contenuti di questo mio messaggio sono in parte già espressi in altre missive da me inviate a diverse cariche istituzionali, politiche e forensi, ma li riprendo perché ritengo siano quelli meglio adeguati ad esprimerle il mio pensiero.

il regolamento che disciplina l’elezione dei prossimi Consigli degli Ordini Circondariali degli avvocati italiani, è stato pubblicato due giorni fa in Gazzetta Ufficiale.

Esprimo subito la mia amarezza, il mio smarrimento, una rabbia che non mi permette di scriverle con il dovuto distacco, perché tale regolamento è un atto eversivo dell’ordinamento costituito e dunque avverto, anche in questo istante, un enorme senso di responsabilità.

L’Italia esiste solo se è democratica e se consente, in ogni sua articolazione sociale, corpo intermedio, espressione istituzionale di categoria, una rappresentanza eletta con regole che tutelino la dialettica, le minoranze, le donne ed i giovani. L’Italia è questo, Sig. Ministro,  e se l’Italia non è questo, semplicemente, non è più.

E’ per questo Sig. Ministro, che io non posso tirarmi indietro di fronte al ricatto a cui lo Stato italiano pretende di sottopormi, imponendo di rinnovare la rappresentanza istituzionale dell’avvocatura, a cui mi onoro di appartenere, attraverso un confronto che priverà le donne, i giovani e le voci libere, di ogni possibilità di competere. Il regolamento elettorale emanato dal suo ministero rappresenta uno schiaffo alle ragioni fondanti del nostro paese, che esiste per favorire la libertà di espressione e per avere, in ogni sede rappresentativa istituzionale riconosciuta dall’ordinamento, rispetto e riconoscimento delle diversità che animano e rendono viva e salda la nostra nazione.

Sig. Ministro, un regolamento elettorale che spinga gli avvocati italiani ad annullare ogni diversità di espressione personale, che consenta al più forte, qualunque siano i motivi della sua forza, di trasformare la prevalenza in cancellazione di qualsiasi dissonanza, è a tutti gli effetti un atto eversivo, e lei dell’emanazione questo atto reca la gravissima responsabilità politica.

Io non intendo e non posso piegarmi all’accettazione di questo atto. Me lo vieta il mio senso di giustizia, la mia coscienza, il rispetto della mia professionalità.

Io sono orgoglioso di essere italiano, e per me questo vuol dire essere un uomo libero. Pertanto Sig. Ministro, contro questo regolamento, che non consente alle donne ed ai giovani avvocati italiani di avere un riconoscimento nelle proprie rappresentanze istituzionali, io farò l’unica cosa che posso fare, l’unica cosa che chiunque farebbe al mio posto: combatterò.

Assieme a me combatteranno in molti, perché l’esempio di chi non si piega all’ingiustizia è destinato a trovare nel cuore degli italiani il giusto riconoscimento.

Abbiamo offerto allo Stato italiano tutte le possibilità per emanare un regolamento elettorale rispettoso in primo luogo della nostra Costituzione, in secondo luogo della legge professionale che disciplina la professione forense e, non ultimo per importanza, rispettoso delle donne e dei giovani che esercitano la funzione di avvocati in Italia. Abbiamo rispettosamente atteso che lo Stato italiano completasse l’iter procedurale che doveva portare all’emanazione di questo regolamento. Lo Stato italiano ha ignorato la giustizia, calpestato i valori che fondano il nostro ordinamento giuridico, umiliato le nostre anime e la nostra professionalità.

Non riconoscerò un atto totalitario, che riporta alla mia mente un periodo nefasto per il nostro paese. Non ne riconosco l’autorità, non mi ritengo soggetto a questo arbitrio.

Combatterò, in ogni forma e modo, inclusa l’occupazione dei seggi elettorali che dovessero essere costituiti in esecuzione di questa norma, ricercando deliberatamente l’arresto da parte delle nostre forze dell’ordine.

Esigo, come italiano, come avvocato, come uomo libero, che crede nei diritti inviolabili che l’Italia gli garantisce, che il mio paese mi dia la possibilità di riconoscermi nella sua autorità, che pertanto non può sfociare mai, per nessuna ragione, nell’autoritarismo, pena la mia ribellione e la mia ferma, dignitosa e non violenta disobbedienza civile.

Aggiungo Sig. Ministro, che questo atto segna a mio parere la necessità delle sue dimissioni, giacché lei h colpevolmente ignorato il dovere di garantire valori fondamentali, connessi allo svolgimento del suo incarico.

In calce a queste considerazioni aggiungo l’interpretazione autentica dell’art. 28 L. n. 247/2012, che chiarisce la natura illegale delle norme regolamentari che consentirebbero a ciascun elettore di eleggere l’intero Consiglio dell’Ordine Forense.

Esso recita, al comma 2:

“Il genere meno rappresentato deve ottenere almeno un terzo dei consiglieri eletti. La disciplina del voto di preferenza deve prevedere la possibilità di esprimere un numero maggiore di preferenze, se destinate ai due generi”.

Il successivo comma 3 recita:

 “Ciascun elettore può esprimere un numero di voti non superiore ai due terzi dei consiglieri da eleggere, arrotondati per difetto.

Analizziamo varie ipotesi ermeneutiche. Partiamo dalle norme del comma 2. Due frasi separate da un punto fermo. Ciò indicherebbe che non siano disposizioni coordinate, ma anche negando questa interpretazione, ovvero leggendo le norme come coordinate tra loro, la seconda parte della norma, se le due frasi si intendono come un unicum, non indica affatto che il numero di preferenze, se destinato ai due generi, debba essere tale da esprimere l’intero consiglio. Rifacciamoci alla lettera del testo: esso parla di “numero maggiore di preferenze”, ma nel resto della norma non è elencato un numero “minore” da superare. L’unica correlazione espressa dal termine “maggiore” riguarda le due ipotesi, ovvero quella che si possano esprimere più o meno preferenze, a seconda che si esprimano o meno preferenze destinate ai due generi.  Quindi la norma è chiara: il Consiglio eletto non potrà vedere meno di un terzo dei suoi componenti rappresentanti del genere meno rappresentato, le norme regolamentari devono prevedere la possibilità di esprimere un numero x di preferenze, nel caso non si votino i due generi, ed un numero y, maggiore, di preferenze, nel caso si esprima  il voto di genere.

Ricordo che la prima parte della norma parla di un terzo dei consiglieri eletti, quindi, se la seconda parte della norma intendesse maggiorare la quota di preferenze espresse dalla prima parte, ci troveremmo con una seconda parte che parla di “maggior numero di preferenze” ed una prima parte che parla di “almeno un terzo di consiglieri eletti”.  Sarebbe una correlazione tra due oggetti distinti e che in nessun caso fanno riferimento al superamento del limite dei 2/3 di voto o, men che meno, all’espressione possibile dell’intero consiglio da parte del singolo elettore. Da tutto ciò deriva che la correlazione del “maggiore” numero di preferenze esprimibili, in caso di rispetto dei due generi, non può essere fatta con un relativo numero minore, perché esso nella norma non è indicato.

Del tutto inaccettabile è la lettura che vedrebbe la seconda parte della norma indicata al comma due, ovvero quella che consente un numero “maggiore” di preferenze come possibile, derogare alla norma indicata al comma tre, per varie ragioni. In primo luogo il comma due parla di preferenze ed il comma tre di voti. L’utilizzo di linguaggio e termini diversi indica chiaramente che il legislatore ha ideato le due norme pensandole in modo distinto e non correlato tra loro. Ma è del tutto surreale che la norma del comma tre possa essere letta in correlazione con qualsiasi altra norma della legge.  

La formulazione del testo non lascia adito ad interpretazioni: la norma fissa il numero massimo di voti non superiori ai due terzi dei consiglieri da eleggere. Si tratta di una frase racchiusa tra due punti fermi, non suscettibile di alcuna deroga arbitraria. Prevedere che le norme del comma due possano derogare a quella del comma tre, significa prevedere che il comma tre sia stato inutiliter dato, poiché esso non esprime la possibilità di una sua deroga in casi specifici, ma indica un principio assoluto. 
Per tutto quanto detto è evidente che l’interpretazione eversiva del regolamento è giuridicamente inaccettabile, né più, né meno. Le norme sono chiarissime e prevedono: 

1. Che il Consiglio non possa avere al suo interno meno di un terzo dei consiglieri eletti appartenenti al genere meno rappresentato, dovendosi prevedere, in caso di un Consiglio, che non veda rispettata tale soglia minima, a sostituzione compensativa a mezzo dei meccanismi previsti dalle successive disposizioni del comma 2 art. 28;

 
2. Che all’elettore debba essere consentito esprimere due diverse soglie di preferenza, una più permissiva, e dunque premiante, nel caso egli intenda esprimere preferenze per consiglieri in modo rispettoso dei due generi, una più restrittiva in caso contrario. La ratio di questa norma, del resto, è chiarissima: per favorire un Consiglio che si formi con le caratteristiche previste dal comma 2, premiare il voto rispettoso delle quote di genere con la concessione di un maggior numero di preferenze, è perfettamente sensato e mira allo scopo di evitare le compensazioni previste dalla seconda parte del comma 2 (compensazione con doppio elenco di voti). 

3. All’elettore non è concesso, in ogni caso, votare più dei 2/3 dei consiglieri da eleggere.

Con osservanza

Napoli, 26/11/2014                                             Avv. Salvatore Lucignano