Eccellentissima Corte Costituzionale, 
sono un avvocato italiano, mi chiamo Salvatore Lucignano. Da circa sei anni sono stato costretto a dismettere il mio status di avvocato, per vestire i panni del soldato. Sono purtroppo coinvolto, mio malgrado, in una guerra, contro la “Cosa Nostra” dell’Ordine Forense. Una guerra che mi spinge oggi, quale cittadino, prima ancora che avvocato, a rivolgermi alla Vostra autorità per richiedere in modo accorato aiuto e sostegno.

In data 28 febbraio 2019 infatti, il Consiglio Nazionale Forense ha depositato un’ordinanza che trasmette alla Vostra attenzione la richiesta di valutazione della legittimità costituzionale delle norme di cui all’art. 3, comma 3, secondo periodo, della legge 12 luglio 2017, n. 113, e all’art. 11-quinquies del decreto legge 14 dicembre 2018, n. 135, come inserito dalla legge di conversione 12 febbraio 2019, n. 12. Tale richiesta, come avrò modo di illustrare nel prosieguo di questa mia e nell’analisi allegata, non solo è totalmente e palesemente infondata in diritto, ma muove da un conflitto di interessi enorme, che porta il Consiglio Nazionale Forense a tentare di sottrarre se stesso e gli Ordini circondariali degli avvocati dal limite di due rielezioni consecutive, apparentemente per ragioni di giustizia, ma in realtà solo ed esclusivamente per brama di potere. Tale tentativo peraltro fa seguito ad altri atti, già compiuti dal Consiglio Nazionale Forense negli ultimi anni, tutti tesi a conservare all’interno dell’avvocatura italiana un assetto rappresentativo ancorato a valori antitetici a quelli costituzionali, che proprio la Vostra istituzione ha il compito di difendere da abusi e prevaricazioni.

Uno di questi valori, che si va affermando con forza nell’ordinamento, è proprio il limite del doppio mandato all’interno degli Ordini professionali. Un limite che ha visto in questi ultimi anni il costante favore della Suprema Corte di Cassazione, che ha provato, con univoco e pregevole orientamento, a consentire agli appartenenti agli ordini professionali italiani di superare le sclerotizzazioni, le clientele, le asimmetrie di potere, che di fatto impediscono a chi non faccia parte delle “Cose Nostre” ormai presenti in tali enti, di concorrere democraticamente e liberamente alla determinazione delle sorti delle proprie categorie professionali. 
E’ in tale contesto che, ormai da anni, al pari di molti altri avvocati, sofferenti e mortificati, esattamente come me, sono costretto a combattere contro gli abusi compiuti dall’Organo che più di ogni altro dovrebbe garantirmi di far parte di una categoria rispettosa delle leggi e dei principi costituzionali dello Stato, ovvero il Consiglio Nazionale Forense. Purtroppo, gli interessi alla conservazione delle cariche rappresentative che caratterizzano l’Ordine Forense, hanno costruito un regime eversivo, costantemente teso alla violazione delle leggi e sostenuto dalla colpevole inerzia del Ministero vigilante, mai intervenuto a censurare i molteplici tentativi di impedire che gli avvocati italiani potessero determinare la propria volontà, come classe, mediante un confronto libero e paritario di idee, scevro da illegittime rendite di posizione.

Per contrastare la deriva autoritaria ed eversiva che si è verificata nell’avvocatura italiana, riscontrata più volte l’assoluta indisponibilità delle istituzioni forensi a dare ascolto alla ragionevolezza, al pudore ed al rispetto delle leggi della nostra Repubblica, mi sono visto costretto a procedere ad innumerevoli denunce, che hanno investito, in ogni ambito, giudiziario e politico, il malaffare e lo sviamento a cui si è prestato l’Ordine Forense, principalmente per mezzo dell’ente che spadroneggia al suo interno, incurante di ogni legge, ovvero il Consiglio Nazionale Forense.

Faccio parte di quella sparuta pattuglia di avvocati, che già negli anni scorsi ha dovuto combattere, avversato illegittimamente proprio dal Consiglio Nazionale Forense, perché all’interno del nostro Ordine si potessero svolgere elezioni rispettose dei diritti delle minoranze. Una battaglia lunga, sfibrante, spesso umiliante, perché condotta in condizioni di assoluta ed infamante minorità, in un quadro istituzionale omertoso e colluso con le mire totalitarie del Consiglio Nazionale Forense e dei Consigli circondariali degli Avvocati.

Quella battaglia, grazie all’intervento della giustizia amministrativa, per fortuna è stata vinta. Abbiamo ottenuto che i padroni e i padrini dell’avvocatura italiana non potessero prendersi “tutto”, all’interno dei consessi che rappresentano gli avvocati. Oggi però siamo impegnati in un’altra battaglia, che tenta di ottenere l’affermazione di un principio che ormai fa parte del patrimonio culturale ed ideale di qualsiasi giurista e cittadino che voglia dirsi rispettoso della Costituzione Repubblicana, ovvero che:

“qualsiasi ruolo di servizio, se detenuto arbitrariamente e senza adeguati limiti di tempo, si trasforma in un ruolo di potere”.

Questo principio, che sto provando a difendere ad ogni costo, anche mettendo in gioco il mio futuro professionale, è stato ribadito e difeso anche di recente, dalla pregevolissima pronuncia della Suprema Corte di Cassazione, la sent. n. 32781/18, che ha affermato, tra l’altro: 

29. In particolare, è chiara la valutazione del legislatore della protratta consecuzione dei mandati come idonea a fondare, con la permanenza nella gestione degli interessi di categoria, un rischio di sclerotizzazione delle compagini rappresentative e di viscosità o remore anche inconsapevoli nell’ottimale esercizio delle istituzionali funzioni di rappresentanza e vigilanza.

30. Evidentemente, la norma valuta come da evitare per quanto più possibile il pericolo di una cristallizzazione di posizioni di potere nella gestione di queste a causa della protrazione del loro espletamento ad opera delle stesse persone: protrazione che è, a sua volta, fomite o incentivo di ben prevedibili tendenze all’autoconservazione a rischio di prevalenza o negativa influenza su correttezza ed imparzialità dell’espletamento delle funzioni di rappresentanza. Al contrario, questo dovrebbe necessariamente essere sempre ispirato, per le stesse pubblicistiche esigenze che presiedono alla loro strutturazione in sistema ordinistico, a particolare correttezza e rigore nell’esercizio delle professioni così strutturate.

31. Pertanto, per valutazione legislativa ogni prolungato esercizio del mandato, come dalla norma individuato per tempo pari alla durata di due mandati consecutivi (purché ognuno non inferiore a due anni e cioè, per gli Avvocati, in ragione della metà della durata del mandato ordinario), preclude la (immediata) rieleggibilità del consigliere, al fine di impedire la cristallizzazione della sua rendita di posizione e di porre almeno un limite o correttivo a quella che da taluni si è definita come l’evidente asimmetria di potere tra esponenti già in carica -soprattutto se da anni e per un mandato già rinnovato – e nuovi aspiranti alla carica.

Quanto affermato dalla Suprema Corte si è dunque non solo posto come baluardo di puro diritto, a difesa degli avvocati più deboli ed impossibilitati a concorrere su un piano paritario e davvero democratico per le determinazioni delle sorti della nostra classe, ma ha finalmente posto all’attenzione delle nostre istituzioni repubblicane il tema, non più rinviabile o eludibile, del rapporto, ormai malato e corrotto, che lega la degenerazione del servizio nell’esercizio arbitrario del potere.

Sulla base di questo impianto, giuridico e culturale, che personalmente, da cittadino e da avvocato, credo faccia ormai parte di quei principi costituzionali da difendere ad ogni costo, la pronuncia  a SS. UU. n. 32781/2018 ha impedito che, con un artificio cavilloso, un vero e proprio garbuglio, gli esponenti apicali della “Cosa Nostra Forense” potessero rinviare, ancora di anni, il loro doveroso passaggio di consegne, cedendo quel potere illegittimamente detenuto, spesso da lustri e decenni, sotto le mentite spoglie del servizio e del sacrificio nei confronti della classe forense.

Non occorrerà certo tediare questa Eccellentissima Corte con ulteriori considerazioni sulla vicenda, che potrà essere interamente valutata attraverso l’analisi dell’ordinanza di rimessione del Consiglio Nazionale Forense, ma che necessita anche di una testimonianza opposta, proveniente da un avvocato libero, non facente parte del regime sclerotizzato censurato dalla Suprema Corte di Cassazione.

E’ per questo, che con spirito profondamente umile, ma allo stesso tempo deciso a far valere i miei diritti, di cittadino e di avvocato, pur sapendo di essere un nano che si confronta con dei giganti del diritto, ho inteso sottoporre alla Vostra attenzione le mie personali considerazioni sull’ordinanza di rimessione del Consiglio Nazionale Forense.

Ciò non solo e non tanto al fine di provare ad orientare il Vostro giudizio, che spero dal profondo del cuore resterà sempre legato al rispetto scrupoloso delle norme e dei principi della nostra Costituzione repubblicana, bensì allo scopo di testimoniare pubblicamente, in una società sorda e cieca dinanzi alle tante grida di aiuto da me lanciate in questi anni, che l’avvocatura italiana non è tutta schierata sull’indifendibile difesa di posizioni di vantaggio personale, a discapito dei valori repubblicani dell’alternanza, dell’uguaglianza dei cittadini, delle loro effettive possibilità di concorrere, con metodo democratico, alla guida del paese e dei suoi corpi sociali intermedi.

Sono un nano, è vero, al cospetto dei giuristi che compongono il Vostro Eccellentissimo consesso, ma sono un avvocato, ed accettando di svolgere questa mia professione ho giurato, in primo luogo  a me stesso, che avrei combattuto contro ogni tipo di prepotenza, di sopruso e di soperchieria, cercando sempre di far prevalere l’amore per la giustizia e per la difesa dei più deboli, nei confronti dei caporali di ogni foggia e specie.

E’ per questo che non provo imbarazzo nel sottoporre alla Vostra attenzione le mie considerazioni sulla richiesta di intervento che il Consiglio Nazionale Forense ha mosso nei Vostri confronti. Tale richiesta è non solo indegna di un qualsiasi giurista italiano, per la palese impresentabilità ed insussistenza delle argomentazioni di diritto svolte, ma rappresenta il più basso momento mai vissuto dall’Ordine Forense italiano: quello in cui l’avvocatura, tradendo se stessa, i principi per cui esiste e la sua natura di baluardo dei deboli, si serve di un illegittimo potere per provare a conservarlo, ad ogni costo, contro ogni evidenza, sfidando anche il più piccolo barlume di pudore e dignità.

Concludo questa mia breve supplica auspicando che la Vostra pronuncia, che noi avvocati liberi attendiamo ormai ogni giorno ed ogni minuto, ci restituisca la speranza di poter fare ancora parte dell’Ordine degli avvocati italiani. Personalmente non riterrei possibile continuare a fregiarmi del titolo di avvocato, in un paese che non riconosca il diritto degli avvocati ad essere davvero liberi. Credo che questo diritto, ad essere davvero libero, debba trovare nel Vostro consesso un sostegno capace di imporsi, contro tutto e tutti, contro ogni convenienza di illusoria stabilità, contro le pressioni di un paese che preferisce la quieta disperazione della conservazione al caos del cambiamento, ma [che](refuso, n.d.a.) soprattutto, contro l’idea, intollerabile ed inaccettabile, che il potere possa più di ogni legge e sia sciolto da qualsiasi vincolo nei confronti della legge.  

Posso solo augurarmi, con tutta l’onestà che cerco di riversare in questa guerra, che la Vostra decisione consentirà a me e a centinaia di avvocati italiani, oggi umiliati dalle istituzioni forensi di questo paese, di ritrovare l’orgoglio e la dignità che questa infame situazione ci ha sottratto. Mi auguro che ciò accada e che Voi, nell’adempiere a questo compito, avvertiate davvero il vincolo di cittadinanza che lega tutti gli italiani, e che deve guidare la nostra democrazia verso la tenace e feroce difesa della libertà, di tutti e di ciascuno.

Questa pronuncia infatti non riguarda solo gli avvocati, né i giuristi, e nemmeno Voi, componenti di questa Eccellentissima Corte. Questa pronuncia riguarda la libertà di tutti, di tutti gli italiani e nessuno, né noi, né voi, potrà dirsi veramente libero, se la situazione che Vi ho rappresentato non troverà finalmente una soluzione degna, decorosa e rispettosa dell’Ordinamento giudiziario italiano.

Questo perché, purtroppo, o per fortuna, nessuno è veramente libero, se non siamo liberi tutti.

Si allega:

  1. ORDINANZA DEL CNF DI RIMESSIONE ALLA CONSULTA N. 8/19 – ANALISI CRITICA

Con Osservanza

Napoli, 21 maggio 2019

Avv. Salvatore Lucignano