La presente missiva è stata inviata da ARDE a varie testate giornalistiche e di inchiesta italiane. Nei prossimi mesi continueremo ad inviare questo testo, mediante comunicazioni che recheranno in oggetto la seguente intestazione: “L’ORDINE FORENSE NON PUO’ PIU’ ESSERE “COSA NOSTRA”. Un avvocato ha il dovere di lottare contro le prepotenze, specialmente contro quelle compiute nella sua stessa categoria professionale.

Alla cortese attenzione della Vostra redazione.

Sono un avvocato italiano, mi chiamo Salvatore Lucignano. Da circa sei anni sono stato costretto a dismettere il mio status di avvocato, per vestire i panni del soldato. Sono purtroppo coinvolto, mio malgrado, in una guerra, contro la “Cosa Nostra” dell’Ordine Forense. Una guerra che mi spinge oggi, quale cittadino, prima ancora che avvocato, a rivolgermi alla stampa e qualsiasi organo di informazione italiano, perché di questa vicenda si dia la massima diffusione possibile.

Questi alcuni elementi che possono esserVi rappresentati: nel 2012 è stata emanata la nuova legge professionale forense, destinata a governare la vita di una pletora di avvocati che oggi conta oltre 240 mila iscritti all’albo. Sono emerse immediatamente criticità enormi, legate all’indisponibilità delle rappresentanze apicali della categoria a rispettare le norme della nuova legge che imponevano, proprio in tema di rappresentanza, tre chiare indicazioni:

  1. Impedire ai Consiglieri incrostati ed invischiati nelle rendite e nelle asimmetrie di potere, di potersi immediatamente ricandidare nelle istituzioni, una volta svolti due mandati consecutivi;
  2. Consentire un’espressione di voto limitata, all’interno dei Consigli circondariali, per lasciare spazio a minoranze di diverso orientamento rispetto a quello dominante e sclerotizzato;
  3. Aiutare l’integrazione delle donne nella rappresentanza forense, mediante l’espressione di un voto maggiorato nel numero di preferenze possibili, laddove tali preferenze premiassero la diversità di genere.

Ognuno di questi tre aspetti è stato ferocemente combattuto dalla casta istituzionalizzata che regge l’avvocatura italiana, che ormai da tempo definisco “Cosa Nostra Forense”. Le violazioni, i soprusi, i tentativi di non applicare la legge professionale, compiuti spesso nei singoli Consigli circondariali ed avallati e coperti dal Consiglio Nazionale Forense, giudice non imparziale, ma corrotto e piegato ad interessi di parte, sono stati innumerevoli. La prima “fermata” di questo tentativo di costante eversione è stata rappresentata dal regolamento elettorale che, in ossequio alla nuova legge, doveva regolare le elezioni nei Consigli circondariali. Esso fu emanato dall’allora Ministro Andrea Orlando, su chiaro ed illegittimo “mandato” del Presidente del Consiglio Nazionale Forense dell’epoca, l’ancora attuale ed illegittimamente assiso Avv. Andrea Mascherin.

Tale regolamento, Decreto Ministeriale n. 170/2014, passato alla storia come SOVIETICHELLUM, per la sua natura totalitaria, è stato impugnato dagli avvocati onesti e liberi e cancellato dall’ordinamento dalle pronunce della giustizia amministrativa.

Il successo per gli avvocati onesti non è stato però privo di un prezzo da pagare: sono passati ben tre anni prima che una legge dello Stato, nel tentativo di sottrarre la materia alle competenze del Ministro della Giustizia, assediato dalla bavosa e famelica rappresentanza forense, riuscisse finalmente a rimettere mano al tema. Tre anni in cui la Cosa Nostra Forense ha prorogato illegalmente il proprio potere all’interno dei Consigli dell’Ordine, ben contenta di continuare a gestire gli affari, ed incurante dei diritti di quegli avvocati, rispettosi delle leggi, costretti a subire anni di illegittima prorogatio.

Finalmente, nel 2017, con l’emanazione della L. n. 113, cosiddetta “Falanga”, l’avvocatura ha potuto recarsi al voto con un quadro normativo non totalitario, certificando il fallimento della sua casta dirigente di ottenere rappresentanze istituzionali di tipo bulgaro ed ancora prive di un significativo numero di donne, genere nettamente sottorappresentato, in rapporto al numero di avvocati donna presenti in Italia. La legge Falanga ha dunque evitato che la casta forense blindasse i Consigli dell’Ordine degli avvocati, impedendo l’ingresso di qualsiasi voce dissonante rispetto alla “Cosa Nostra”, ed ha affermato, seppure solo a seguito di una lunga guerra, politica e giudiziaria, irrinunciabili principi normativi in tema di pluralismo di idee e riconoscimento della doverosa tutela della rappresentanza di genere.

Restava un ultimo nodo nella lotta per superare le incrostazioni del vecchio potere, quello che riguardava la reiterazione dei mandati, ben oltre ogni limite di vorace appagamento. Era però inevitabile che la questione si ponesse, anche in vigenza della nuova legge elettorale, che riproduceva il divieto già contenuto nella legge professionale del 2012. Infatti, nel dicembre del 2018, la Suprema Corte di Cassazione, con una sentenza che ha distrutto i sogni di eterna rappresentanza dei membri della Cosa Nostra Forense, ha affermato, tra l’altro, quanto segue:

29. In particolare, è chiara la valutazione del legislatore della protratta consecuzione dei mandati come idonea a fondare, con la permanenza nella gestione degli interessi di categoria, un rischio di sclerotizzazione delle compagini rappresentative e di viscosità o remore anche inconsapevoli nell’ottimale esercizio delle istituzionali funzioni di rappresentanza e vigilanza.

30. Evidentemente, la norma valuta come da evitare per quanto più possibile il pericolo di una cristallizzazione di posizioni di potere nella gestione di queste a causa della protrazione del loro espletamento ad opera delle stesse persone: protrazione che è, a sua volta, fomite o incentivo di ben prevedibili tendenze all’autoconservazione a rischio di prevalenza o negativa influenza su correttezza ed imparzialità dell’espletamento delle funzioni di rappresentanza. Al contrario, questo dovrebbe necessariamente essere sempre ispirato, per le stesse pubblicistiche esigenze che presiedono alla loro strutturazione in sistema ordinistico, a particolare correttezza e rigore nell’esercizio delle professioni così strutturate.

31. Pertanto, per valutazione legislativa ogni prolungato esercizio del mandato, come dalla norma individuato per tempo pari alla durata di due mandati consecutivi (purché ognuno non inferiore a due anni e cioè, per gli Avvocati, in ragione della metà della durata del mandato ordinario), preclude la (immediata) rieleggibilità del consigliere, al fine di impedire la cristallizzazione della sua rendita di posizione e di porre almeno un limite o correttivo a quella che da taluni si è definita come l’evidente asimmetria di potere tra esponenti già in carica -soprattutto se da anni e per un mandato già rinnovato – e nuovi aspiranti alla carica.

Un insieme di considerazioni letteralmente devastanti per il sistema di valori capovolti su cui si regge la casta di avvocati che governano, spesso da tempo immemore, la “Cosa Nostra” in toga. La pronuncia in oggetto, la n. 32781/2018, concludeva dunque per applicazione di un divieto di terzo mandato immediato, per tutti gli esponenti dell’Ordine Forense, nel tentativo di favorire finalmente la dissoluzione della casta di affaristi e professionisti della rappresentanza ordinistica.

A questa pronuncia, anche per evidenti discendenze culturali, il Consiglio Nazionale Forense ha opposto immediatamente la tristemente nota strategia mussoliniana del “me ne frego!”, incurante sia delle norme violate, sia dell’autorevole e vincolante interpretazione delle stesse, fornita dal massimo giudice delle leggi. Un atteggiamento talmente ostentato, da costringere il Parlamento italiano ad emanare, con somma urgenza, una norma di interpretazione autentica, che ribadisse al Consiglio Nazionale Forense i concetti già affermati da ben due leggi dello Stato, riproposti dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, eppure ancora rifiutati dai maggiorenti dell’avvocatura ordinistica.

Nemmeno la nuova legge però è servita a far desistere la fame insaziabile di poltrone eterne che muove la Cupola dell’avvocatura italiana. Incuranti di ogni critica, immuni allo scorno, per affermazioni palesemente insostenibili in diritto, oltre che oscene ed eversive, sul piano valoriale, i boss della Cosa Nostra Forense hanno deciso di ribellarsi anche all’ultima legge che fa proprio il divieto di un terzo mandato immediato, la L. n. 12/2019, disapplicandola ed impugnandola dinanzi alla Corte Costituzionale, con motivazioni palesemente pretestuose, infondate e dilatorie.

Qui si ferma la cronaca passata e comincia la denuncia sulla situazione e sui suoi possibili sviluppi: sono ormai passati anni dall’approvazione della Legge n. 247/2012. In questo periodo di tempo, stando alle intenzioni del legislatore ed ai bisogni dell’avvocatura più povera, quella giovane, femminile, localizzata prevalentemente al sud e nelle isole, la classe forense avrebbe dovuto sostituire la sua vecchia casta dirigente, che aveva favorito l’enorme speculazione che ha portato il numero di avvocati a quintuplicarsi, dagli anni 80 ad oggi, replicandosi e mantenendosi al potere mediante la pratica di ogni genere di attività corruttiva nei confronti del sempre maggiore elettorato forense.

Probabilmente il legislatore ha sottovaluto le resistenze e gli enormi interessi che tengono insieme il sistema affaristico e clientelare che gravita attorno all’Ordine degli avvocati, ma oggi il dato è sotto gli occhi di tutti ed è impossibile da non vedere. In Italia esiste un sistema istituzionalizzato di vecchi poteri che tiene letteralmente in ostaggio la legalità interna all’avvocatura, estromettendo lo Stato di diritto ed il rispetto delle leggi dalla vita politica ed istituzionale della classe forense. Un sistema eversivo, pericoloso, dannoso per l’Italia, che agisce spesso con logiche intimidatorie e ricattatorie, che non si fa scrupolo di tacitare l’opposizione con ogni mezzo, anche attraverso l’uso inquisitorio ed abnorme delle sanzioni deontologiche, comminate per colpire chi denuncia e dissente sul piano professionale e reddituale.

Il risultato di questa malerba, infiltrata ed infestante, è che l’Ordine Forense è attualmente scosso da decine e decine di ricorsi, che tengono sub judice la quasi totalità dei Consigli rinnovati a partire dal gennaio del 2019 o in corso di rinnovamento, oltre naturalmente al Consiglio Nazionale Forense, in cui siedono, anche nelle vesti di giudici della legittimità della norma che vieta un terzo mandato immediato, ben dieci Consiglieri illegittimi, per violazione proprio di quella norma.

Lo straordinario e solare conflitto di interessi tra giudicati e giudici, che si trovano nella stessa illegale situazione dei propri accoliti, basterebbe da sola a far rabbrividire qualsiasi giurista, ma questa non è che la punta dell’iceberg, in un sistema in cui le violazioni, gli abusi, gli atti di prevaricazione delle norme, sono pane quotidiano per la casta forense che li compie e per gli avvocati ostili al regime, che ne denunciano e ne subiscono a decine, quasi con cadenza quotidiana.

Insomma, una follia eversiva, in cui il malaffare, le logiche clientelari e criminali, la ricerca ossessiva del potere, a qualunque costo, stanno destando un enorme scandalo, oltre ad impedire all’avvocatura italiana qualsiasi dignitosa partecipazione alla vita democratica e civile del paese.

Queste sono le ragioni di questa mia ennesima denuncia. Mi auguro che la Vostra redazione possa e voglia approfondire il tema, concedendo agli avvocati onesti e liberi di poter meglio raggiungere la cittadinanza e la politica, al fine di sovvertire questa cupola che soffoca la legalità e la dignità della classe forense italiana.

Cordiali saluti,

Napoli, 22 maggio 2019

Avv. Salvatore Lucignano