La presente missiva è stata inviata a mezzo PEC e sottoposta all’attenzione dell’Illustrissimo Presidente, Dott. Mammone, in data 22 maggio 2019.

Eccellentissimo Sig. Presidente, 
sono un avvocato italiano, mi chiamo Salvatore Lucignano. Le scrivo per metterLa al corrente della grave situazione vissuta dalla mia categoria professionale a seguito dell’emanazione della sentenza a SS. UU. n. 32781, con la quale la Corte da Lei presieduta ha fissato, con argomentazioni di straordinario valore giuridico e civile, i principi utili a superare le sclerotizzazioni e le asimmetrie di potere che schiacciano la classe forense, mortificando l’Ordine a cui appartengo e riducendo, di fatto, la dialettica interna all’avvocatura a mero tentativo di scalfire un regime, che di democratico e legittimo non ha più nulla.

Come sicuramente saprà, a seguito dell’emissione del provvedimento citato, che si preoccupava di limitare a due, in conformità delle leggi vigenti, il numero massimo di mandati esercitabili all’interno dell’Ordine Forense, consentendo una ricandidatura solo dopo un mandato di vacanza, il Consiglio Nazionale Forense ha scatenato un’imbarazzante campagna, volta a sottrarsi alla soggezione al principio di diritto enunciato dalla Suprema Corte.

Se mi permetto di sottoporLe alcune riflessioni in merito, pur consapevole dei vincoli e dei limiti che caratterizzano [sperando](refuso, n.d.a.) il Suo delicato incarico, è perché ormai gli avvocati italiani sono sottoposti ad un assetto fuorilegge, che realizza una piena eversione e che non trova nessun freno in uno Stato che sembra disinteressarsi degli appetiti e delle azioni di quella casta di eterni rappresentanti dell’Ordine Forense, che tanto disonore stanno arrecando alla mia professione.

In primo luogo mi ha lasciato sgomento che il principio di diritto enunciato dalla Sent. 32781/18 non sia stato immediatamente fatto proprio dal Consiglio Nazionale Forense, come impone la Legge n. 247/2012, che all’art. 36, n. 8, prevede espressamente tale obbligo, laddove recita:

“Nel caso di annullamento con rinvio, il rinvio è fatto al CNF, il quale deve conformarsi alla decisione della Corte di cassazione circa il punto di diritto sul quale essa ha pronunciato.”

Eccellentissimo Presidente, nonostante quel dovere di conformarsi, figlio di una valutazione che fa della Suprema Corte di Cassazione l’argine alle pronunce illegittime emesse dal Consiglio Nazionale Forense in funzione giurisdizionale, l’ente citato ha apertamente violato la legge, rispondendo alla funzione di nomofilachia esercitata dalle Sezioni Unite ed al dovere di rispettarne i principi di diritto enunciati con una sconcertante alzata di spalle.

E’ proprio sul valore nomofilattico della Sent. n. 32781/18 che un Suo autorevole parere sarebbe utile a fugare il fumo e il fango di cui gli avvocati italiani sono stati vittime in questi mesi travagliati.

E’ la legge infatti, a prevedere l’intervento delle Sezioni Unite, quale Giudice della legittimità delle pronunce emanate dal Consiglio Nazionale Forense. L’art. 36 della L. n. 247/2012 affida tale compito alle Sezioni Unite e non alle Sezioni Semplici. Perché? A mio parere è chiara la scelta del legislatore: il sindacato di legittimità svolto dalla Suprema Corte, nel caso di pronunce che dovrebbero essere emesse da un organo assimilabile ad una giurisdizione di alto grado, impone che i principi e i precetti capaci di incidere su tali pronunce, siano assistiti da un valore rafforzato. Non si spiegherebbe altrimenti la scelta del legislatore, ben potendosi affidare l’eventuale censura del Consiglio Nazionale Forense ad una sentenza emessa dalla Suprema Corte, nella sua composizione a Sezioni Semplici.

Anche se non successiva ad un contrasto tra Sezioni della Suprema Corte, la pronuncia n. 32781/18 è a mio parere assistita da tutti i crismi della nomofilachia. Su questo aspetto, nell’ossequioso rispetto dei vincoli del Suo ruolo, sarebbe per me un immenso onore e per l’avvocatura italiana un disperato bisogno, poter ottenere un suo autorevolissimo parere.

In ogni caso, al netto della questione prospettata e nonostante l’obbligo di conformarsi ed il rispetto che il Consiglio Nazionale Forense avrebbe dovuto mostrare, nei confronti dell’autorevolezza collegio giudicante che ha deciso nel caso della Sent. 32781/18, nulla di tutto questo è accaduto.

Al Contrario, il Consiglio Nazionale Forense, nella più assoluta pretesa di impunità, ha stabilito di rispondere alla legge ed alla sua interpretazione da parte della massima autorità giurisdizionale italiana con un sonoro “me ne frego!”, di antica e sinistra memoria.

Eccellentissimo Presidente, purtroppo, nella vicenda che con amarezza Le significo, si è andati ben oltre l’immaginabile. A quell’atto sprezzante il Parlamento italiano ha risposto con un chiaro segnale, facendo proprio, alla lettera, il principio enunciato dalla 32781/18, con la Legge n. 12/2019, ma neppure questo è servito a piegare il Consiglio Nazionale Forense al rispetto della legalità.

Ancora oggi infatti, l’ente che sovraintende alla vita dell’Ordine Forense invita platealmente gli avvocati in condizione di ineleggibilità a fregarsene della legge vigente ed in sede giurisdizionale, a seguito dei reclami che hanno praticamente paralizzato i Consigli circondariali di tutta Italia, sospende il giudizio, invocando una presunta, pretestuosa e pittoresca incostituzionalità delle norme che hanno provato a convincere l’Ordine Forense ad abbandonare le sue rendite di potere.

Eccellentissimo Presidente, ormai da troppi anni uno sparuto gruppo di avvocati onesti deve combattere con le istituzioni forensi italiane affinché l’Ordine Forense superi la sua vocazione totalitaria e bramosa di denaro e di illimitato potere. Purtroppo il Parlamento ed il Ministero della Giustizia ci hanno lasciati soli, sotto il profilo politico ed ispettivo, dinanzi ai soprusi, alle angherie, alle mostruose prove di arbitrio, offerte dal Consiglio Nazionale Forense. Solo la magistratura italiana, a varie riprese, ci ha consentito di sperare in una rinascita dell’avvocatura italiana. Questa mia vuole essere un disperato grido d’aiuto, ma anche una supplica, del tutto scevra da ingerenze di ogni genere nel Suo prezioso ufficio. Ho solo sentito il dovere, da cittadino e da avvocato, di provare a rappresentare ad una delle massime autorità giuridiche italiane la triste vicenda vissuta dalla mia categoria professionale.

Con un ulteriore atto che Le prego di considerare sfrontato, solo perché disperato, allego a questa mia un’analisi dell’ordinanza di rimessione alla Corte Costituzionale emessa dal Consiglio Nazionale Forense, avente ad oggetto l’affannoso tentativo di argomentare sull’incostituzionalità delle norme che stabiliscono il divieto di un immediato terzo mandato per i Consiglieri dell’Ordine Forense. La vergogna per ciò che tocca leggere all’interprete, nel caso di specie, supera il pudore, che mi dovrebbe portare ad occultare tale documento, per non esporre l’avvocatura italiana ad un’onta che si aggiunga all’onta.

Nella speranza di un Suo cortesissimo riscontro, Voglia accettare i miei più distinti saluti e ringraziamenti per la Sua preziosa opera di difesa dei valori e dei principi più alti della nostra democrazia.

Si allega:

  1. ORDINANZA DEL CNF DI RIMESSIONE ALLA CONSULTA N. 8/19 – ANALISI CRITICA

Con Osservanza

Napoli, 22 maggio 2019

Avv. Salvatore Lucignano