Dunque il giorno è arrivato: il 18 giugno ARDE sarà a Roma, dinanzi alla Corte Costituzionale, per partecipare alla pubblica udienza che discuterà del futuro dell’avvocatura italiana. E’ un giorno storico, che corona sei anni di guerra contro la Cosa Nostra Forense. Tutto infatti è cominciato con l’approvazione della Legge professionale del dicembre 2012, quando la casta dei baroni ordinistici ha provato a blindarsi all’interno delle proprie strutture clientelari e di potere. Da allora abbiamo lottato contro il Sovietichellum, contro il terzo mandato e contro tutte le forme di sopraffazione che la legalità ha subito, per mano dell’organizzazione.

Sono stati sei anni difficili, in cui all’avvocatura italiana è mancata un’alternativa radicale, sia per una vocazione sostanzialmente pavida della stragrande maggioranza degli avvocati, sia per lo strapotere del clientelismo e del conformismo dominante. Oggi però, la Sentenza n. 32781/2018 delle SS. UU., vero capolavoro giuridico ed ermeneutico, offre una speranza, seppure flebile, di superare la mafia ordinistico forense e costruire una nuova avvocatura, radicale e democratica.

Certo, tutto dipenderà dalla Consulta, da cosa deciderà di fare e non sfugge a nessuno di noi che le ragioni del diritto, mai come in questo caso, dovranno provare a prevalere su possibili pressioni politiche di parte. Il principio della retroattività, che pure è stato chiarito non riguardare il caso di mandati pregressi, valutati come meri presupposti di fatto ad una condizione stabilita da una legge successiva, ha sempre avuto dalla Consulta un circoscritto ambito applicativo, contenuto nei limiti della legge penale, ai sensi dell’articolo 25 della nostra Costituzione. Già in passato la questione della lesione di Costituzionalità integrata da una compressione dell’elettorato passivo, per aver svolto due mandati consecutivi, è stata giudicata dal Giudice delle Leggi e in quel caso (cfr. Sent. Corte Cost. n. 118 del 1994), la Consulta ha ribadito che non c’erano violazioni della nostra Costituzione.

Ovviamente la giurisprudenza può mutare, gli orientamenti possono capovolgersi, ma se la Consulta immettesse nel nostro ordinamento un precedente che smentisce tutto quanto affermato in precedenza, e non solo in materia elettorale, si porrebbero grandi problemi, anche in altri campi. Il legislatore infatti, sempre più spesso, adegua la legislazione vigente alle mutate esigenze del paese, andando ad intaccare anche quella sfera, un tempo ritenuta intangibile, dei cosiddetti diritti quesiti, cominciando a dar voce ad una loro diversa qualificazione, che mi pregio di aver individuato, tra i primi, come “privilegi abusati”.

Se solo si pensa al dibattito in corso, relativo al ricalcolo al ribasso degli assegni vitalizi degli ex onorevoli, ci si rende conto che negare la possibilità di impedire un terzo mandato consecutivo a chi ne abbia già svolti due, prima della promulgazione di una legge, aprirebbe la strada ad altre pretese di immutabilità, che molto spesso, finirebbero per rendere oggettivamente complicata la difesa evolutiva dei principi di giustizia ed uguaglianza, posti alla base della nostra Costituzione.

La Consulta, sul tema della retroattività, è sempre stata chiarissima: il legislatore ha ampia discrezionalità, purché non si sfori nell’irragionevolezza. Proprio la compressione dell’elettorato passivo limitata ad un’esclusione temporanea, con possibilità di ricandidatura dopo un solo mandato di vacanza, fa dell’assetto voluto dal legislatore per l’Ordine Forense un modello tutto sommato temperato, rispetto a quelli, più drastici, disegnati per molti enti locali, che pure ha trovato conferme di costituzionalità da parte della Corte.

Per quanto attiene al profilo degli interessi che sorreggono la previsione di stop dopo due mandati consecutivi, la dottrina e la giurisprudenza sul punto non si sono mai posti alcun dubbio: non c’è in Italia una sola pronuncia che abbia stabilito che uno stop dopo due mandati, da espletarsi o già espletati, a seconda della volontà delle varie norme che hanno disposto in materia, rappresenti un illecito, non rispondendo a finalità meritevoli di tutela. Alternanza, ricambio, rinnovamento, impedimento di sclerotizzazioni e rendite di posizione, sono elementi che uno Stato contemporaneo, desideroso di ridisegnare un corretto rapporto tra ruoli di servizio e di potere, non può esimersi dal valorizzare.

Del resto, proprio per rispondere alle mutate esigenze di ricambio della classe dirigente, le prime norme che hanno introdotto divieti di ricandidatura dopo due mandati risalgono ormai ad oltre 20 anni fa e sono via via divenute patrimonio, praticamente incontestato, anche di molte realtà sociali private, che hanno elevato questo limite ad elemento fondamentale della propria organizzazione.

Scorrendo i concetti che mi sono trovato ad affrontare, in queste piacevoli e voraci settimane di studio sul tema, ho nuovamente apprezzato, davvero con orgoglio, che la Sent. n. 32781/2018 SS. UU. abbia usato una locuzione a me assai cara, introdotta da anni nel dibattito politico forense italiano, ovvero quella dell’asimmetria di potere.

Ho cominciato ad utilizzare questo concetto, per descrivere la situazione di compromissione democratica interna all’avvocatura italiana, già nei primi anni del mio impegno, risalente alla fine del 2013. Col passare degli anni, ho ritenuto sempre di più che questo tema sia essenziale, per poter ambire al rilancio della Repubblica Italiana. Non è più possibile immaginare un rafforzamento dell’inclusione democratica se non si fa entrare nell’ordinamento giuridico nazionale il principio, inderogabile, della limitazione dei ruoli di servizio, affinché non sfocino in un esercizio di autoconservazione del potere. Anche sotto questo aspetto, fatico ad immaginare una Consulta che vada a premiare le bizzarre affermazioni della Cosa Nostra Forense, in merito al diritto di votare “i più esperti”, e coloro che abbiano già rivestito incarichi, quasi a stabilire un primato di chi è eletto rispetto a chi aspira a farsi eleggere.

In definitiva le tematiche che verranno toccate dal giudizio della Corte in materia di doppio mandato nell’Ordine Forense hanno una portata molto più ampia. Il paese è immerso in una crisi da cui non riesce ad uscire, mediante la comune accettazione di principi di rappresentanza che coniughino la rappresentatività con l’inclusione degli elettori. Il tema è cruciale, non solo per il futuro dell’avvocatura, ma anche per le sorti dell’Italia.

Io sono molto fiducioso sulle conclusioni a cui giungerà la Corte Costituzionale. Non solo perché, sotto il profilo giuridico, la presunta incostituzionalità del divieto di un terzo mandato immediato non trova alcun valido supporto normativo, ma anche perché un arretramento su questo tema avrebbe effetti davvero nefasti sul processo di avanzamento democratico di cui l’Italia ha bisogno. Naturalmente, se la giustizia trionferà, fatta la legalità tra gli avvocati, dovremo cominciare a preoccuparci proprio di questi ultimi, capendo le ragioni per cui il principio dell’alternanza è stato osteggiato con forza, non solo e non tanto dalla casta egemone, per ovvi interessi, ma anche da moltissimi che nel sistema hanno ruoli francamente marginali, ricevendo briciole, del tutto irrilevanti, se confrontate con le possibilità che perdiamo, a causa di una rappresentanza ordinistica corrotta e volta essenzialmente al soddisfacimento dei propri appetiti personali.

Se dunque la Consulta ci darà ragione, e ci consentirà di provare a far nascere l’avvocatura in Italia, avremo davanti anni di lavoro difficilissimo, che dovranno provare a dare all’avvocato una cultura politica e giuridica oggi quasi del tutto estranea alla sua formazione obbligatoria.

Viceversa, se dovesse affermarsi in seno alla Consulta il diritto della casta forense a perpetuare il suo dominio, sarà davvero difficile rivolgere attenzione alle istituzioni forensi italiane, almeno per i prossimi anni, e si dovrà tentare di ottenere qualche modesto avanzamento normativo utilizzando canali di pressione politica del tutto avulsi dalla struttura ordinistica. Ovviamente io mi auguro che questo scenario, nefasto e raccapricciante, non si possa verificare e che la giustizia alla fine trionfi, dando a tutti gli avvocati onesti, impegnati a vario titolo nella lotta alla Cosa Nostra Forense, una ragione morale per restare ancora iscritti a questo Ordine professionale.

Avv. Salvatore Lucignano