Inaugurazione dell’anno giudiziario del Consiglio Nazionale Forense, 29 maggio 2019. Location lussuosa e lussureggiante, tanto paga la plebe. Nel pomeriggio c’è una tavola rotonda che parla di garantismo e Costituzione ed il Professor Giovanni Maria Flick, rivolgendosi con lo sguardo al Presidente del Consiglio Nazionale Forense, presente in platea, afferma che la dignità della funzione, giurisdizionale o forense, si è ormai perduta, perché:

“…troppi, per diventare o rimanere dignitari… smettono di essere dignitosi…”

Il Presidente emerito della Corte Costituzionale, con un’argomentazione che appare assai sagace, seppur rivolta con eleganza a magistrati ed avvocati, assume dunque che il problema della dignità non riguardi il decoro, vissuto come elemento di formale conformazione alle regole, ma il potere, che per essere raggiunto o mantenuto, svende la propria dignità. Flick definisce questa perdita di dignità “un guaio che vale per tutti noi” e non si può che dargli ragione.

  • La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione

Il rapporto tra la sovranità e i suoi limiti è contenuto nel primo articolo della Costituzione Repubblicana e rappresenta uno dei pilastri della democrazia italiana. Stabilisce che non esiste potere illimitato e che qualsiasi forma di sovranità deve avere dei limiti. L’art. 1 della Costituzione si lega dunque moltissimo a quel concetto di dignità connessa all’esercizio della professione forense, che dovrebbe essere connessa all’onestà intellettuale con cui ci si rivolge alla legge, per cercare di applicarla e non di violarla. La dignità dell’avvocato è dunque strettamente correlata all’esercizio del dubbio “ragionevole” nei confronti delle leggi, perché quando la legge viene impunemente violata, proprio per superare i limiti ad una qualsiasi forma di sovranità, e le violazioni compiute trovino nell’avvocato indegno un interprete pronto a giustificare l’ingiustificabile, ecco che l’avvocatura cessa di essere funzione dignitosa e scade in quella manifestazione da Azzeccagarbugli, che connota i dignitari, attaccati allo status, ma ormai privi di dignità.

Il monito che deve accompagnare dunque l’avvocato, in ogni sua esternazione del potere legato al dubbio, è insito nei fini e nei modi con cui esso viene esercitato. Non ogni dubbio merita ammirazione, perché la certezza del diritto e delle leggi, la sua difesa, proprio da parte dell’avvocato, sono pilastri ineliminabili della democrazia e dello Stato di diritto. Dove il dubbio disonesto mira a sollevare questione speciose, cavilli, garbugli, al fine di “imbrogliare le cose”, proprio come il famigerato personaggio manzoniano, l’avvocato perde la sua dignità e diventa paglietta.

Vi è dunque un legame forte, indissolubile, tra l’autoritarismo, la pretesa del potere di superare i limiti con cui può essere esercitato, e la perdita di dignità dell’avvocato. Per restare in tema, se per sovranità intendiamo, in modo sicuramente non tecnico, ma concettualmente calzante, il consenso che un popolo sceglie di consegnare al potere, possiamo dire che, secondo la Costituzione italiana, anche detto consenso, anche quel potere, devono stare entro certi limiti, poiché nulla, nemmeno la sovranità del popolo italiano, può sfuggire a detti limiti, senza porsi in modo netto in una posizione eversiva dell’Ordinamento Costituzionale.

  • La democrazia non è consenso, bensì consenso nel rispetto delle regole

Insomma, la nostra Costituzione sembra parlare chiaro: qualsiasi forma di sovranità, o di potere, se vogliamo usare un calzante sinonimo, è costituzionalmente accettabile solo se esistono dei limiti al suo arbitrario esercizio. L’Italia ripudia l’arbitrio del potere, anche se tale arbitrio possa essere sostenuto dalla maggioranza dei cittadini, e persino dalla totalità dei cittadini. Ciò vuol dire che in Italia non è il consenso a dettare ciò che si può fare o non si può fare, ma sono le regole che fissano limiti al potere.

Il consenso senza regole non è democrazia, è fascismo. Le regole che limitano il potere di chi ha il consenso sono l’essenza stessa della democrazia. La democrazia è regole, limiti, non consenso. Il consenso è democratico SOLO se si sviluppa e si orienta all’interno delle regole che limitano il potere. Questo dice la Costituzione italiana e da questo assetto non si può derogare, senza dar luogo ad un’eversione, che va combattuta con la resistenza, così come hanno fatto coloro che hanno lottato, dando il sangue, per la nostra libertà e perché nessuno di noi fosse più sottoposto agli abusi di un potere arbitrario, restio alle regole democratiche.

Ancora più devastante è quel consenso che, in barba a qualsiasi interpretazione immediata di una legge, brighi e ingarbugli, per farle dire ciò che è illegale, ma utile al potere stesso. Questo è un altro tratto del regime fascista instaurato dall’Ordine Forense italiano. Non solo mentono spudoratamente, ma a nulla serve mostrargli la lettera delle norme. Loro sono capaci di dire che una norma che recita “non possono essere eletti più dei 2/3 degli eligendi” significhi in realtà “se vogliamo e se ci fa comodo, possiamo eleggere i 3/3 degli eligendi”.

  • L’Ordine degli Avvocati è fascista

Il Presidente del Consiglio Nazionale Forense, Andrea Mascherin, non riconosce i limiti del suo potere. Egli concepisce il consenso e l’acclamazione come panacea di qualsiasi illegalità. Per lui la legge non conta, se c’è un rapporto diretto tra DVCE e popolo. Ecco perché ha progressivamente sostituito l’acclamazione alla votazione, come strumento plebiscitario, nelle assemblee dell’avvocatura italiana. Al DVCE non serve una conta tra favorevoli e contrari, e non servono nemmeno i contrari. Al DVCE serve essere “acclamato”, poter dire che tutti sono con lui e che quelli contro di lui, qualsiasi siano le loro ragioni, non contano, non esistono.

Questo modo di operare è diventata la cifra della Cosa Nostra Forense, dopo l’approvazione della Legge 247/2012. L’Ordine si è strutturato in modo fascista, trovando nei riti dell’unanimismo illegale dei gerarchi del regime la forza per instillare nelle labili menti della plebaglia il gergo autoritario e unanime del fascio.

La vicenda vissuta con le regole violate fino ad oggi, ripristinate da sentenze mortificanti per l’avvocatura tutta, è indicativa di questa situazione. L’avvocatura italiana si avvia a presentarsi dinanzi alla Corte Costituzionale, il 18 giugno prossimo, con una serie di affermazioni platealmente insostenibili, antigiuridiche, manifestamente infondate, ma questo al regime non importa. A loro importa il potere e dunque piegano le leggi e la loro interpretazione alla vulgata che gode di consenso tra la canaglia che li acclama. Un regime fascista, eversivo, anticostituzionale, che ormai è divenuto inaccettabile per l’Italia intera. Questo grumo di illegalità, di arroganza, di eversione, non può restare una vicenda confinata all’interno dell’avvocatura, ma è un problema enorme, su cui il paese intero deve intervenire, prendendo posizione.
Gli avvocati italiani, tutti e ciascuno di essi, non saranno mai degni di questo titolo, fino a quando non capiranno che la democrazia è tale solo se il potere ne rispetta limiti e regole. Diversamente, l’avvocatura italiana resterà quello che è ora: COSA NOSTRA E FASCISMO e questo, davvero, non è più tollerabile.

Avv. Salvatore Lucignano