Nella sentenza n. 60 del 3 aprile 1969, la Corte costituzionale stabiliva: “L’indipendenza è voluta dal costituente anche per i giudici speciali in vista della completa attuazione del precetto, comune ad essi e ai magistrati ordinari, che li vuole soggetti soltanto alla legge. Il principio dell’indipendenza è volto ad assicurare l’imparzialità del giudice o meglio, come è stato accennato, l’esclusione di ogni pericolo di parzialità, onde sia assicurata al giudice una posizione assolutamente super partes. Va escluso nel giudice qualsiasi anche indiretto interesse alla causa da decidere“.

Si potrebbe partire da qui, per capire quanto sia grottesca la vicenda di organo fascista e totalitario, quale l’odierno Consiglio Nazionale Forense, che nelle vesti di giudice speciale viola platealmente l’art. 111 della Costituzione, mentre propone alla politica, in violazione delle sue funzioni stabilite dalla legge, la revisione dello stesso articolo della nostra Costituzione.

Nel 2017 la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16993, resa a Sezioni Unite, torna sulla terzietà del Giudice Speciale che ha potestà disciplinare sugli avvocati, formulando il presente principio di diritto:

“Avverso i provvedimenti del Consiglio distrettuale di disciplina e per ogni decisione, ivi compresa l’archiviazione, è ammesso ricorso da parte del Consiglio dell’ordine presso cui l’avvocato è iscritto avanti ad apposita sezione disciplinare del Consiglio nazionale forense

  E’ dunque oggi davvero assicurata l’indipendenza e la terzietà del Giudice della deontologia degli avvocati nel processo disciplinare? Assolutamente no. Il Consiglio Nazionale Forense è organo di parte, già illegittimamente dotato di poteri di giudizio che non si esplicano in modo terzo, per ragioni strutturalmente connesse alle tante falle della Legge n. 247/2012, sotto il profilo della legittimità costituzionale. Ad aggravare la situazione di degrado e compromissione della terzietà del giudice ha poi contribuito la prassi operativa del CNF, che dal 2012 ad oggi ha violato qualsiasi regola, in materia di separazione dei poteri, contribuendo a violare quei già insufficienti limiti che avrebbero potuto tutelare l’avvocato dall’arbitrio del suo giudice.

  • Il sistema elettorale del CNF lo rende di parte

L’attuale legge professionale infatti, prevede che ad eleggere il CNF non siano gli avvocati, ma i Consigli dell’Ordine Circondariali, in un collegio coincidente con i distretti di Corte d’Appello. Il sistema prevede che le spartizioni e gli accordi, volti a garantire ai singoli Consigli una rappresentatività territoriale di prossimità, nel contesto geopolitico dell’avvocatura, assumano importanza fondamentale per l’indicazione degli eletti, riempiendo tale elezione di contenuti politici del tutto incompatibili con la natura terza ed imparziale del candidato che si proponga di ottenere l’incarico.

A rendere ancora più palese l’incostituzionalità del sistema di scelta dei componenti di questo giudice speciale, vi è il sistema di voto ponderato che assiste le decisioni dei Consigli, che non sono nemmeno tenuti ad indicare un candidato in modo contestuale, consentendosi di valutare le scelte pregresse dei vari Fori del distretto, al fine di valutare, sulla base di accordi e scambi, il nome più utile al raggiungimento di un determinato assetto rappresentativo. Tale situazione di mercimonio è amplificata dalle disposizioni che prevedono la sostituzione coatta dell’esponente del genere non rappresentato, in quei distretti che eleggono due rappresentanti in seno al consesso. Ciò consente, in presenza riconosciuta di due candidati di uno stesso genere, che pure abbiano riscosso maggior numero di voti, secondo il sistema ponderato, di ottenere la nomina di un componente di diverso genere, anche privo di consensi, ma che può imporsi solo in ragione del suo genere.

Tutto questo nonostante la giurisprudenza in materia di sistemi elettorali e parità di genere abbia più volte sottolineato l’incostituzionalità di norme volte ad alterare artificiosamente la rappresentanza nei consessi pubblici.

La giurisprudenza della Corte Costituzionale in materia di parità di genere nell’accesso alle cariche pubbliche elettive può essere efficacemente riassunta da due pronunce, che riflettono il mutamento del testo costituzionale, in relazione agli artt. 51 e 117, che hanno introdotto il concetto di parità di genere, elevandolo al rango costituzionale. In particolare, risulta assai importante per la comprensione dell’orientamento previdente della Consulta la Sentenza n. 422 del 1995 che, stabilendo l’incostituzionalità di “quote riservate” di candidati e/o di eletti, all’interno di un consesso politico pubblicistico, argomentava diffusamente sulla necessità di non favorire determinati cittadini, nell’accesso alle cariche politiche o pubbliche, in ragione del sesso:

In particolare, in tema di diritto all’elettorato passivo, la regola inderogabile stabilita dallo stesso Costituente, con il primo comma dell’art. 51, è quella dell’assoluta parità, sicché ogni differenziazione in ragione del sesso non può che risultare oggettivamente discriminatoria, diminuendo per taluni cittadini il contenuto concreto di un diritto fondamentale in favore di altri, appartenenti ad un gruppo che si ritiene svantaggiato.

A seguito delle leggi costituzionali 18 ottobre 2001, n. 3, e 30 maggio 2003, n. 1, la Corte Costituzionale ha preso atto del mutamento nell’Ordinamento e della legittimità dei meccanismi di sostegno all’accesso paritario alle cariche pubbliche elettive, ma con la fondamentale Sentenza n. 4 del 2010 ha censurato le modalità di sostegno ai generi meno rappresentati che integrassero una discriminazione inversa.

“La finalità della nuova regola elettorale è dichiaramente quella di ottenere un riequilibrio della rappresentanza politica dei due sessi all’interno del Consiglio regionale, in linea con l’art. 51, primo comma, Cost., nel testo modificato dalla legge costituzionale 30 maggio 2003, n. 1 (Modifica dell’articolo 51 della Costituzione), e con l’art. 117, settimo comma, Cost., nel testo modificato dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione).
La prima norma costituzionale citata dispone che «Tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini».
La seconda norma costituzionale stabilisce che «Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive».
Il quadro normativo, costituzionale e statutario, è complessivamente ispirato al principio fondamentale dell’effettiva parità tra i due sessi nella rappresentanza politica, nazionale e regionale, nello spirito dell’art. 3, secondo comma, Cost., che impone alla Repubblica la rimozione di tutti gli ostacoli che di fatto impediscono una piena partecipazione di tutti i cittadini all’organizzazione politica del Paese. Preso atto della storica sotto-rappresentanza delle donne nelle assemblee elettive, non dovuta a preclusioni formali incidenti sui requisiti di eleggibilità, ma a fattori culturali, economici e sociali, i legislatori costituzionale e statutario indicano la via delle misure specifiche volte a dare effettività ad un principio di eguaglianza astrattamente sancito, ma non compiutamente realizzato nella prassi politica ed elettorale.
3.2.— I mezzi per attuare questo disegno di realizzazione della parità effettiva tra donne e uomini nell’accesso alle cariche elettive possono essere di diverso tipo. La tecnica prescelta dalla norma censurata nel presente giudizio è quella di predisporre condizioni generali volte a favorire il riequilibrio di genere nella rappresentanza politica, senza introdurre strumenti che possano, direttamente o indirettamente, incidere sull’esito delle scelte elettorali dei cittadini. Questa Corte ha escluso che possano essere legittimamente introdotte nell’ordinamento misure che «non si propongono di “rimuovere” gli ostacoli che impediscono alle donne di raggiungere determinati risultati, bensì di attribuire loro direttamente quei risultati medesimi» (sentenza n. 422 del 1995).”

Dunque la Consulta è stata chiara: vari possono essere i meccanismi che tutelano l’effettiva parità, ma non sono ammessi quelli integrino la possibilità di attribuire al genere meno rappresentato il risultato auspicato. Nel caso del CNF il sistema prevede che anche in caso di un numero di voti ponderati minori, il candidato che non sia rappresentato possa comunque avere accesso all’incarico, sostituendosi a quello preferito da un maggior numero di voti. Recita infatti, tra l’altro, l’art. 34 n. 3 della Legge n. 247/2012:

“…in tali distretti risulta primo eletto chi abbia riportato il maggior numero di voti, secondo eletto chi abbia riportato il maggior numero di voti, garantendo la rappresentanza tra i generi, tra gli iscritti ad un ordine circondariale diverso da quello al quale appartiene il primo eletto.

La “garanzia” in oggetto, caratterizzandosi non già per la rimozione di un ostacolo capace di garantire pieno accesso alle cariche, ma per la vera e propria possibilità di affidare l’incarico in ragione del sesso e non delle preferenze elettorali, si connota insanabilmente proprio di quel “sovvertimento” dell’esito del voto, che la Corte ha dichiarato incostituzionale, per violazione dell’art. 51 Cost. e rende illegittimo il sistema elettorale del CNF, privandolo della legittimazione necessaria alla sua qualità di giudice speciale.

  • Non è terzo il giudice che fa politica

In materia di funzioni legislative, il CNF post riforma del 2012 ha costantemente violato la legge, ma quel che è peggio è che le violazioni e lo sforamento dei poteri stabiliti dalla 247/2012 sono state incoraggiate e tollerate dal potere esecutivo e legislativo. Il testo di riforma della professione forense infatti, non prevedeva alcuna attività autonoma di proposta legislativa in capo al CNF, ma solo una facoltà di parere, su richiesta del Ministro della Giustizia, relativo a processi di legge in itinere. (cfr. Legge n. 247/2012, art. 35, lettera q).

“esprime, su richiesta del Ministro della giustizia, pareri su proposte e disegni di legge che, anche indirettamente, interessino la professione forense e l’amministrazione della giustizia;”

La disposizione di chiusura, contenuta alla lettera u dell’art. 35, che lascia al CNF la possibilità di ampliare il novero delle sue funzioni, secondo quanto disposto da altre fonti, legali e regolamentari, non si è mai concretizzata nell’attribuzione all’organo di un potere di autonoma proposta legislativa.

La ratio di questa mancanza appare evidente: nel momento in cui il CNF diventa soggetto che propone leggi, di fatto assume una caratteristica politica, che lo rende di fatto un protagonista della vita politica italiana, facendo venir meno il ruolo amministrativo, scevro da possibili influenze e commistioni con il Parlamento e con il Ministro della Giustizia, per quanto attiene alle prerogative di proposta di disegni e proposte di legge che traggano impulso dal suo ufficio.

La diversa prassi messa in campo dal CNF in questi anni è stata ampiamente pubblicizzata e provata dai documenti diffusi. Progetti di legge come quello relativo all’equo compenso, o all’avvocato in Costituzione, ma anche a molteplici altri aspetti della vita professionale degli avvocati, dalle nuove norme sull’accesso alla professione a quelle relative alle specializzazioni, e cosi via, hanno di fatto reso il CNF un soggetto che esprime una autonoma volontà politica, che si estrinseca nella autonoma proposta di disegni di legge e ciò priva il consesso della terzietà indispensabile a garantire il rispetto delle sue prerogative, ai sensi dell’art. 111 Cost.

In particolare, ha assunto un aspetto di assoluta gravità il superamento dei rapporti di vigilanza tra Ministero della Giustizia e CNF, trasformando questa relazione in una sorta di attività di collaborazione alla formazione di leggi dello Stato, assolutamente deprecabile ed incostituzionale. E’ assai grave infatti, che un Ministero che ha nei confronti del CNF compiti di vigilanza, negli anni successivi all’entrata in vigore della nuova legge professionale non abbia mai fatto mistero di ritenere accettabile e di favorire l’attività di proposta legislativa avanzata dal CNF stesso. La situazione venutasi così a creare è palesemente, sfacciatamente, compromissoria di quella doverosa distanza e mancanza di commistione che da sola potrebbe consentire al Ministro della Giustizia di vigilare sul rispetto delle norme violate dal CNF. Non vi è alcun dubbio che tale situazione, generando una serie di relazioni politiche illecite ed eversive tra Ministro della Giustizia e CNF, siano state la fonte di alcuni fenomeni che hanno dimostrato in modo plateale e scandaloso il cedimento del sistema disegnato dalle norme vigenti. In particolare, le documentate pressioni subite dal Ministro della Giustizia Andrea Orlando, da parte del CNF, in materia di regolamentazione delle elezioni dei Consigli circondariali dell’Ordine, mediante norma di legge e non più attraverso lo strumento originariamente previsto dalla legge professionale, ovvero il regolamento ministeriale, ha visto un palese conflitto di interessi tra il potere legislativo e le richieste totalitarie del massimo organismo di potere dell’avvocatura italiana. Il ricorso ad una legge statale per regolare le elezioni forensi, la n. 113/2017, ha infatti fatto seguito all’abrogazione del regolamento ministeriale n. 170/2014 ed ha dovuto fare i conti con il costante tentativo del CNF di rappresentare al legislatore gli interessi di una parte dell’avvocatura, quella che desiderava una legge elettorale capace di privare le minoranze politiche interne alla categoria di qualsiasi rappresentanza, consegnando alle maggioranze vicine al CNF la totalità dei Consigli circondariali.

Il documento riprodotto, che riporta una missiva proveniente dal CNF, datata 28 luglio 2016, è solo uno dei tanti momenti di imbarazzo vissuti dall’avvocatura italiana rispettosa delle leggi. Nel documento, oltre che una chiara attività di lobby, che il Presidente del CNF assume di svolgere “su mandato” di un Organismo irrituale, la cosiddetta “Agorà degli Ordini”, emergono anche altri dati inquietanti e pericolosi. In particolare, contraddicendo tutto quanto affermato in altre occasioni, ad esempio nell’ordinanza di rimessione alla Corte Costituzionale n. 8/19, in cui la natura politica dei Consigli viene strumentalmente negata,

è evidente il tentativo di influenza politica del sistema ordinistico, in modo diretto e non mediato dal Congresso Nazionale Forense, che dimostra l’insussistenza della tesi, pretestuosa e falsa, secondo la quale i Consigli dell’Ordine non abbiano alcuna natura “politica”. Ancor più falsa risulta questa presunzione, laddove si consideri la pretesa di “governabilità” dei Consigli, invocata dal sistema. La governabilità è concetto che attiene all’unità di indirizzi politici di maggioranza, del tutto incompatibile con la presunta natura amministrativa di un organo in cui valgano solo le decisioni dei singoli, senza alcun legame di gruppo.

In definitiva, difendendo un sistema che fa politica, essendone parte, interloquendo con il potere politico in modo eversivo, che esonda dalle proprie competenze, per proporre leggi di ogni tipo, addirittura quelle che incidono direttamente sulla propria composizione, incidendo sia sul corpo elettorale che sulla durata degli eletti all’interno del consesso, come è nel caso del divieto di doppio mandato, il CNF oramai non può che essere considerato un organismo politico, pertanto assolutamente inidoneo a fungere da giudice speciale, per palese violazione dell’art. 111 Cost.

Avv. Salvatore Lucignano