Egregio Capo di Gabinetto del Ministro della Giustizia

Ormai da mesi sono costretto a rivolgermi alle autorità statali italiane per ottenere giustizia nei confronti di una vera e propria associazione per delinquere, attualmente insediata all’interno del Consiglio Nazionale Forense.
Le vicende che questa associazione ha portato avanti, negli ultimi sei anni, hanno fatto parte di un unico disegno criminoso, volto alla sistematica violazione delle leggi italiane, al fine di mantenere al potere i componenti di questa associazione, che assume forme, connotati e pericolosità sociale non minore dei fenomeni di criminalità organizzata definiti “mafie” e che si caratterizza ormai per la sua mafiosità intrinseca, tale da poter assimilare l’Ordine degli Avvocati e le sue istituzioni apicali ad una vera e propria “Cosa Nostra”: la “Cosa Nostra Forense”.
Ripercorrere con questa mia ennesima denuncia tutti i passaggi contenuti negli atti già inviati agli uffici di questo Ministero sarebbe ultroneo. Valga solo il richiamo a quanto accaduto all’interno dell’avvocatura italiana a partire dal 2014, quando una serie di atti, eversivi, criminali, coordinati ed uniti da finalità illecite unitarie, hanno fatto del Consiglio Nazionale Forense il garante, la cupola, la commissione capi mandamento della criminalità forense italiana.
Il Consiglio Nazionale Forense infatti, costituito ed eletto illegalmente, continua da anni a tentare di sottrarre se stesso e gli Ordini circondariali degli avvocati dal limite di due rielezioni consecutive, apparentemente per ragioni di giustizia, ma in realtà solo ed esclusivamente per brama di potere. Tale tentativo peraltro fa seguito ad altri atti, già compiuti dal Consiglio Nazionale Forense negli ultimi anni, tutti tesi a conservare all’interno dell’avvocatura italiana un assetto rappresentativo ancorato a valori antitetici a quelli costituzionali, che proprio il Vostro Ministero ha il compito di difendere da abusi e prevaricazioni.
Uno di questi valori, che si va affermando con forza nell’ordinamento, è proprio il limite del doppio mandato all’interno degli Ordini professionali. Un limite che ha visto in questi ultimi anni il costante favore della Suprema Corte di Cassazione, che ha provato, con univoco e pregevole orientamento, a consentire agli appartenenti agli ordini professionali italiani di superare le sclerotizzazioni, le clientele, le asimmetrie di potere, che di fatto impediscono a chi non faccia parte delle “Cose Nostre” ormai presenti in tali enti, di concorrere democraticamente e liberamente alla determinazione delle sorti delle proprie categorie professionali. 
E’ in tale contesto che, ormai da anni, al pari di molti altri avvocati, sofferenti e mortificati, esattamente come me, sono costretto a combattere contro gli abusi compiuti dall’Organo che più di ogni altro dovrebbe garantirmi di far parte di una categoria rispettosa delle leggi e dei principi costituzionali dello Stato, ovvero il Consiglio Nazionale Forense. Per contrastare la deriva autoritaria ed eversiva che si è verificata nell’avvocatura italiana, riscontrata più volte l’assoluta indisponibilità delle istituzioni forensi a dare ascolto alla ragionevolezza, al pudore ed al rispetto delle leggi della nostra Repubblica, mi sono visto costretto a procedere ad innumerevoli denunce, che hanno investito, in ogni ambito, giudiziario e politico, il malaffare e lo sviamento a cui si è prestato l’Ordine Forense, principalmente per mezzo dell’ente che spadroneggia al suo interno, incurante di ogni legge, ovvero il Consiglio Nazionale Forense.
Faccio parte di quella sparuta pattuglia di avvocati, che già negli anni scorsi ha dovuto combattere, avversato illegittimamente proprio dal Consiglio Nazionale Forense, perché all’interno del nostro Ordine si potessero svolgere elezioni rispettose dei diritti delle minoranze. Una battaglia lunga, sfibrante, spesso umiliante, perché condotta in condizioni di assoluta ed infamante minorità, in un quadro istituzionale omertoso e colluso con le mire totalitarie del Consiglio Nazionale Forense e dei Consigli circondariali degli Avvocati.
Quella battaglia, grazie all’intervento della giustizia amministrativa, per fortuna è stata vinta. Abbiamo ottenuto che i padroni e i padrini dell’avvocatura italiana non potessero prendersi “tutto”, all’interno dei consessi che rappresentano gli avvocati. Oggi però siamo impegnati in un’altra battaglia, che tenta di ottenere l’affermazione di un principio che ormai fa parte del patrimonio culturale ed ideale di qualsiasi giurista e cittadino che voglia dirsi rispettoso della Costituzione Repubblicana, ovvero che:
“qualsiasi ruolo di servizio, se detenuto arbitrariamente e senza adeguati limiti di tempo, si trasforma in un ruolo di potere”.
Questo principio, che sto provando a difendere ad ogni costo, anche mettendo in gioco il mio futuro professionale, è stato ribadito e difeso anche di recente, dalla pregevolissima pronuncia della Suprema Corte di Cassazione, la sent. n. 32781/18, che ha affermato, tra l’altro:

  1. In particolare, è chiara la valutazione del legislatore della protratta consecuzione dei mandati come idonea a fondare, con la permanenza nella gestione degli interessi di categoria, un rischio di sclerotizzazione delle compagini rappresentative e di viscosità o remore anche inconsapevoli nell’ottimale esercizio delle istituzionali funzioni di rappresentanza e vigilanza.
  2. Evidentemente, la norma valuta come da evitare per quanto più possibile il pericolo di una cristallizzazione di posizioni di potere nella gestione di queste a causa della protrazione del loro espletamento ad opera delle stesse persone: protrazione che è, a sua volta, fomite o incentivo di ben prevedibili tendenze all’autoconservazione a rischio di prevalenza o negativa influenza su correttezza ed imparzialità dell’espletamento delle funzioni di rappresentanza. Al contrario, questo dovrebbe necessariamente essere sempre ispirato, per le stesse pubblicistiche esigenze che presiedono alla loro strutturazione in sistema ordinistico, a particolare correttezza e rigore nell’esercizio delle professioni così strutturate.
  3. Pertanto, per valutazione legislativa ogni prolungato esercizio del mandato, come dalla norma individuato per tempo pari alla durata di due mandati consecutivi (purché ognuno non inferiore a due anni e cioè, per gli Avvocati, in ragione della metà della durata del mandato ordinario), preclude la (immediata) rieleggibilità del consigliere, al fine di impedire la cristallizzazione della sua rendita di posizione e di porre almeno un limite o correttivo a quella che da taluni si è definita come l’evidente asimmetria di potere tra esponenti già in carica -soprattutto se da anni e per un mandato già rinnovato – e nuovi aspiranti alla carica.
    Quanto affermato dalla Suprema Corte si è dunque non solo posto come baluardo di puro diritto, a difesa degli avvocati più deboli ed impossibilitati a concorrere su un piano paritario e davvero democratico per le determinazioni delle sorti della nostra classe, ma ha finalmente posto all’attenzione delle nostre istituzioni repubblicane il tema, non più rinviabile o eludibile, del rapporto, ormai malato e corrotto, che lega la degenerazione del servizio nell’esercizio arbitrario del potere.
    Sulla base di questo impianto, giuridico e culturale, che personalmente, da cittadino e da avvocato, credo faccia ormai parte di quei principi costituzionali da difendere ad ogni costo, la pronuncia a SS. UU. n. 32781/2018 ha impedito che, con un artificio cavilloso, un vero e proprio garbuglio, gli esponenti apicali della “Cosa Nostra Forense” potessero rinviare, ancora di anni, il loro doveroso passaggio di consegne, cedendo quel potere illegittimamente detenuto, spesso da lustri e decenni, sotto le mentite spoglie del servizio e del sacrificio nei confronti della classe forense.
    Oggi però, nella guerra contro la criminalità organizzata che fa capo al Consiglio Nazionale Forense, è intercorso un fatto ed un elemento nuovo, ovvero la Sentenza emessa dalla Corte Costituzionale n. 173/2019. Questa pronuncia chiarisce, senza ombra di dubbio, che i criminali che hanno inscenato il disegno denunciato a questo Ministero, fatto di atti palesemente illeciti, che hanno il solo scopo di mantenere gli appartenenti alla cosca criminale forense nei propri ruoli di potere, non possono in alcun modo essere ritenuti ancora soggetti dotati di legittimazione per una interlocuzione con il Ministro della Giustizia. Scrive tra l’altro la Consulta:
    “3.1.3.1.– Pur essendo effettivamente non pertinente l’analogia tra il divieto di rielezione dei consiglieri dell’ordine circondariale forense e quello relativo ai sindaci, sta di fatto che la previsione di un limite ai mandati che possono essere espletati consecutivamente è un principio di ampia applicazione per le cariche pubbliche − membri elettivi del Consiglio superiore della magistratura (CSM); componenti del Consiglio degli avvocati e procuratori dello Stato; membri del Consiglio nazionale forense; componenti del Consiglio nazionale del notariato, tra gli altri − ed è, comunque, un principio di portata generale nel più specifico ambito degli ordinamenti professionali.”
    Nei miei precedenti atti avevo già segnalato a questo Ministero che la posizione di dieci componenti del CNF è attualmente illegittima, ma è tutto l’ente ad essere qualificabile come un’unica associazione per delinquere. L’illegalità infatti, non trova alcun componente disposto a compiere gli atti necessari a contrastarla. Attualmente sono in attesa del verbale di proclamazione dell’ultimo ufficio di presidenza, che ha indicato il capo di questa associazione, Avv. Andrea Mascherin, a capo della cosca, a seguito di acclamazione unanime del consesso da lui capeggiato.
    Oggi la Consulta chiarisce che non esiste alcuna possibilità di considerare la rimessione operata dall’associazione criminosa che fa capo al CNF come un semplice “errore”. Gli elementi che indicano il dolo infatti, sono assai risalenti nel tempo, affondano la propria qualificazione negli atti illegali compiuti in difesa del regolamento elettorale illecito, D. M. n. 170/2014, proseguono con i rigetti dei ricorsi fondati, in materia di limite di doppio mandato, e ancora, sono provati dalle pressioni operate presso i parlamentari della Repubblica, per cercare di ottenere una normativa che contrastasse con il dispositivo della Sent. n. 32781/2018 SS. UU., e poi ancora, dalla rimessione alla Consulta della normativa contenuta nella Legge n. 12/2019.
    La stessa Corte Costituzionale, pur non potendo prendere in esame l’intero disegno criminoso operato dal CNF, mostra l’incongruenza dell’autorità rimettente, quando fa notare all’ente che il principio del limite del doppio mandato è presente in una normativa regolamentare emanata dallo stesso ente:
    “Mentre in ordine all’elezione dei membri dei consigli distrettuali di disciplina, quali componenti dell’organismo cui spetta l’esercizio dell’azione disciplinare nei confronti degli avvocati, l’art. 2, comma 2, del regolamento del Consiglio nazionale forense 31 gennaio 2014, n. 1 (Elezione dei componenti dei Consigli distrettuali di disciplina), stabilisce un divieto di elezione per più di due mandati consecutivi, analogo a quello recato dalla disposizione che lo stesso Consiglio censura ora come giudice speciale. (Cfr. Sent. Corte Cost. n. 173/2019)
    Tutto quanto sta accadendo non può più costituire motivo di attacco alla dignità, alla ragionevolezza, alla professionalità degli avvocati italiani onesti. Questa associazione per delinquere deve essere immediatamente sciolta, il CNF va commissariato ed il presente atto costituisce diffida formale nei confronti del Ministro della Giustizia, affinché adotti immediatamente gli atti connessi ai suoi doveri di vigilanza sul CNF, ai sensi dell’art. 24 della L. n. 247/2012.
    Pertanto, tutto quanto premesso e considerato, chiedo formalmente che il Ministro della Giustizia, On.le Alfonso Bonafede, constatata la natura unitaria delle azioni illecite compiute dal CNF, sia quello in carica, sia quello precedentemente in carica, nel quadriennio pregresso, preso atto delle sentenze richiamate, Voglia immediatamente procedere al commissariamento del Consiglio Nazionale Forense, a causa dell’impossibilità per l’ente, nella sua attuale composizione, di perseguire i fini per i quali è stato costituito.
    La presente vale anche come diffida nei confronti del Ministro vigilante.
    In attesa di un riscontro porgo i miei più cordiali saluti.
    Napoli, 10 luglio 2019
    Avv. Salvatore Lucignano