La parte motivazionale del ricorso in oggetto non rileva sotto il profilo personale, ma vuole far comprendere quanto il meccanismo della giurisdizione domestica sia ormai privo di legittimità. Il ricorso in oggetto è stato depositato in data 26 luglio 2019.

La difesa dell’Avv. Salvatore Lucignano, come sopra rappresentato e domiciliato, intende far valere contro la sentenza impugnata i seguenti vizi:

  • Distoglimento dal giudice naturale ex art. 25 della Costituzione per violazione dell’art. 8 numeri 7 ed 8 DPR 137/2012, regolamento recante riforma degli ordinamenti professionali, a norma dell’articolo 3, comma 5, del Decreto-Legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla Legge 14 settembre 2011, n. 148

Secondo l’articolo 25 della Costituzione: ”Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge [cfr. art.102]. Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso. Nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge”. Orbene, l’art. 8 numeri 7 ed 8 DPR 137/2012, regolamento recante riforma degli ordinamenti professionali, a norma dell’articolo 3, comma 5, del Decreto-Legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla Legge 14 settembre 2011, n. 148, statuisce che:” 7. Presso i consigli nazionali dell’ordine o collegio che decidono in via amministrativa sulle questioni disciplinari, sono istituiti consigli di disciplina nazionali cui sono affidati i compiti di istruzione e decisione delle questioni disciplinari assegnate alla competenza dei medesimi consigli nazionali anche secondo le norme antecedenti all’entrata in vigore del presente decreto.

8. I consiglieri dei consigli nazionali dell’ordine o collegio che esercitano funzioni disciplinari non possono esercitare funzioni amministrative. Per la ripartizione delle funzioni disciplinari ed amministrative tra i consiglieri, in applicazione di quanto disposto al periodo che precede, i consigli nazionali dell’ordine o collegio adottano regolamenti attuativi, entro novanta giorni dall’entrata in vigore del presente decreto, previo parere favorevole del ministro vigilante”. Non avendo, di fatto, ad oggi, il Consiglio nazionale […FORENSE…] istituito il consiglio di disciplina nazionale, qualsiasi decisione dallo stesso assunta sarebbe del tutto al di fuori dei parametri di legalità costituzionale con conseguente nullità della stessa.

  • Illegittimità del Giudice speciale per violazione dell’art. 3, n. 5, lettera f della Legge n. 148 del 2011 e violazione dell’art. 61 della Legge n. 247 del 2012. 

Preliminarmente va eccepita l’illegittimità del Giudice speciale a cui è devoluto questo ricorso, per violazione della normativa emarginata. In particolare, l’art. 3 n. 5 lettera f della L. n. 148 del 2011, prevede quanto segue:

gli ordinamenti professionali dovranno prevedere l’istituzione di organi a livello territoriale, diversi da quelli aventi funzioni amministrative, ai quali sono specificamente affidate l’istruzione e la decisione delle questioni disciplinari e di un organo nazionale di disciplina. La carica di consigliere dell’Ordine territoriale o di consigliere nazionale è incompatibile con quella di membro dei consigli di disciplina nazionali e territoriali.

Non vi è dubbio dunque che la normativa vigente, in materia di ordini professionali, preveda che le funzioni amministrative siano svolte da soggetti che non abbiano funzioni attinenti l’istruzione e la decisione delle questioni disciplinari. Il secondo comma della norma in oggetto prevede poi una espressa incompatibilità tra la carica di Consigliere nazionale e quella di membro dei consigli di disciplina nazionale. La disposizione in oggetto è chiarissima e nonostante l’avvocatura italiana di questi anni abbia mostrato di saper travisare anche le norme di solare interpretazione, l’attuale situazione del giudice nazionale della disciplina, per quanto attiene all’avvocatura, non prevede né il rispetto della creazione di un organo che si occupi specificamente dell’istruzione e della decisione delle questioni disciplinari, né il rispetto dell’incompatibilità tra la carica di Consigliere nazionale e quella di Consigliere disciplinare nazionale. Le sentenze emesse dal Consiglio Nazionale Forense sono attualmente emanate da Consiglieri nazionali che svolgono in modo promiscuo sia funzioni amministrative che disciplinari e ciò comporta che esse siano tutte illegittime, in quanto rese in violazione di legge.

Violazione di legge che peraltro si riscontra anche analizzando il tenore dell’art. 61 della legge professionale forense, che prevede:

Avverso le decisioni del consiglio distrettuale di disciplina è ammesso ricorso, entro trenta giorni dal deposito della sentenza, avanti ad apposita sezione disciplinare del CNF

Questa norma viene peraltro viene richiamata anche dalla sentenza impugnata. Gli avvocati, in altre parole, hanno diritto ad essere giudicati da una apposita sezione disciplinare del Consiglio Nazionale Forense, che però, in violazione della disposizione richiamata, non è mai stata creata. La violazione delle norme richiamate rende il Consiglio Nazionale Forense, nella sua attuale composizione, radicalmente inidoneo ad emettere sentenze legittime e pertanto il giudizio sull’attuale ricorso va sospeso, in attesa che il Consiglio Nazionale Forense ottemperi agli obblighi di legge, creando gli organi necessari a consentire di esercitare la giurisdizione domestica legalmente.

  • Illegittimità del collegio giudicante, per violazione dell’art. 34 della Legge n. 247/2012

L’attuale composizione del Consiglio Nazionale Forense è illegittima. Molti componenti del consesso, che è Giudice Speciale, nella sua interezza, sono stati eletti per il quadriennio 2019 – 2022 in violazione dei limiti di mandato, soggettivo e riferito agli Ordini circondariali di appartenenza, previsti dalla legge. La circostanza che il ricorrente sia anche ricorrente nel ricorso pendente dinanzi al TAR Lazio, R. G. 3767/2019 è solo un ulteriore elemento che mostra l’inidoneità del Giudice speciale della disciplina a mantenere quelle caratteristiche di imparzialità e terzietà richieste dall’art. 111 della Costituzione, di cui peraltro più avanti si dirà. L’inesistenza di una autonoma sezione disciplinare, le violazioni di legge enunciate al motivo precedente, rendono del tutto vane le attività giudicanti del Consiglio Nazionale Forense. L’eventuale composizione di un collegio giudicante, nel caso di specie, che non contenga Consiglieri Nazionali eletti illegalmente, è del tutto irrilevante ai fini del mantenimento dei requisiti richiesti per assicurare terzietà ed imparzialità del giudizio in oggetto. E’ notizia pubblica e pubblicata dallo stesso Consiglio Nazionale Forense, che l’Ufficio di Presidenza dell’Organo, attualmente in carica, sia stato acclamato dall’intero collegio. E’ fatto notorio, rivendicato pubblicamente dal Consiglio, che l’attività dell’organo, lungi dal rimanere confinata nelle prerogative delineate dalla legge vigente, sfoci costantemente in un’azione politica, volta a fare dell’ente un soggetto proponente di leggi, nonché un interlocutore politico, che si interfaccia, secondo le sue arbitrarie ed oscure volontà, con questo o quel partito politico. In altri termini, la condivisione integrale delle violazioni e degli abusi, degli sconfinamenti e degli arbitri, perseguiti dal Consiglio Nazionale Forense, non consente di ritenere terzi ed imparziali nemmeno alcuni degli attuali Consiglieri Nazionali. Ovviamente la circostanza andrà eccepita mediante la ricusazione dei Consiglieri Nazionali che faranno parte del collegio giudicante, nel ricorso in oggetto, ma una ricusazione preventiva e generale del Giudice speciale appare già possibile, seppure non ritualmente esperibile, in ragione di quanto esposto.

L’illegittimità conclamata in cui versa il CNF peraltro, è stata fatta notare dal Vicepresidente della Commissione Giustizia del Senato, Senatore Alberto Balboni, che il 25 luglio u. s., intervenendo, in risposta alle comunicazioni del Ministro della Giustizia, On.le Alfonso Bonafede, ha pronunciato le seguenti parole:

Altra questione, l’ha accennata la collega Modena poco fa. Noi versiamo in una situazione di CONCLAMATA ILLEGITTIMITÀ per quanto riguarda, se non ricordo male, o sette o nove componenti del CNF. E c’è una richiesta di commissariamento. Io ne ho ricevute DECINE, penso che anche tutti gli altri colleghi le abbiano ricevute… Eh insomma, se noi abbiamo un CNF e anche molti organismi, molti organi di avvocati con componenti che sono lì CONTRO UNA NORMA dichiarata legittima dalla Corte Costituzionale, oltre che dalla Corte di Cassazione, eh c’è un problema, perché GLI AVVOCATI DEVONO ESSERE I PRIMI A RISPETTARE LE LEGGI… e io le chiedo COSA INTENDE RISPONDERE ALLA RICHIESTA DI COMMISSARIAMENTO che sta arrivando da gran parte del mondo forense?

Orbene, che questo vostro ente, ormai pubblicamente compromesso, nella sua credibilità, voglia continuare a fingere, ostentando quella soglia minima di autorevolezza necessaria a giudicare sulle sorti professionali di un avvocato che da anni si batte proprio contro tale “conclamata illegittimità”, appare francamente grave, ed incomprensibile. E’ del tutto evidente che il Lucignano, proprio per la notoria battaglia intentata in questi anni, che ha visto proprio l’illegittimità del CNF al centro della sua azione, non può attendersi da questo collegio alcun giudizio sereno, serio, imparziale, ma soprattutto, non può assolutamente credere di poter ricevere un giudizio giusto.

  • Violazione dell’art. 111 della Costituzione. Assenza dei requisiti richiesti per garantire terzietà ed imparzialità del Giudice speciale.

Non vi è dubbio che il Consiglio Nazionale Forense sia Giudice speciale, soggetto ai doveri previsti dall’art. 111 della Costituzione, che recita, tra l’altro:

Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale.

La disposizione in oggetto suona quasi grottesca, se si pensa alla condizione del ricorrente, nei confronti del suo Giudice. Quale imparzialità può mai sperare di ricevere il Lucignano, se il Giudice chiamato a pronunciarsi sulla sua disciplina è al centro di una battaglia politica, giudiziaria, pubblica e notoria, che impegna l’odierno ricorrente dalla fine del 2013? La deriva politica del Consiglio Nazionale Forense è stata contestata dal Lucignano, nel modo più aspro, con innumerevoli atti, di natura sia politica che giuridica. Tali atti sono di pubblico dominio e non necessitano nemmeno di essere riportati all’attenzione dell’odierno Giudice, che ben li conosce. Al netto dell’imbarazzante situazione che vede il Lucignano opposto al suo attuale Giudice, che svolge attività politica e che pertanto è radicalmente inidoneo al giudizio, vi sono specifici elementi, anche di natura giurisprudenziale, che impongono di ritenere il Giudice di questo processo inidoneo rispetto ai criteri garantiti dall’art. 111 della Costituzione. Detti elementi si rinvengono nelle pronunce SS. UU. n. 32781/18, Corte Cost. n. 284/86, Corte Cost. n. 173/2019.

Vale forse la pena di ricordare agli attuali giudici di questo processo, che essi sono stati eletti a seguito di indicazione fornita dai Consigli circondariali dell’Ordine. Tali Consigli, negli ultimi mesi, sono stati riconosciuti come il frutto di un assetto figlio di reiterate violazioni di legge, capaci di generare incrostazioni, sclerotizzazioni e rendite di posizione, che hanno portato all’elezione sia di Consiglieri circondariali, che di Consiglieri nazionali, espressione di tale accertata illegittimità. La sentenza n. 32781/18 delle Sezioni Unite della Cassazione ha fotografato tale stato di cose, enunciando un principio di diritto che non esaurisce i suoi effetti nella previsione di ciò che dovrà accadere nell’avvocatura italiana in futuro, ma che censura, ipso facto, quanto accaduto sino ad oggi. Le sclerotizzazioni delle compagini plurimandatarie, che hanno indicato gli attuali Consiglieri nazionali, sono dunque un fatto che deve essere valutato dall’Ordinamento nella pienezza dei suoi effetti giuridici. Affermare che l’attuale Consiglio Nazionale Forense, eletto dalle compagini sclerotizzate e dai gruppi di potere censurati dalla Sentenza SS. UU. n. 32781/18, sia giudice “terzo ed imparziale”, soprattutto nei confronti dell’avvocato italiano che probabilmente, più di ogni altro ha contestato e combattuto tale degenerazione dell’Ordine Forense, è sicuramente presupposto grottesco, e se si vuole ridicolo, del regolare svolgimento di questo processo, ma al di là degli elementi farseschi, non si può seriamente ritenere che situazione consenta al Lucignano di essere sottoposto ad un processo giusto, come è suo diritto. E ciò, si badi bene, indipendentemente dal merito delle contestazioni che gli sono state mosse e dalla sanzione che gli è stata irrogata. Si ricorda a questo giudice che il giusto processo è presupposto preliminare, indefettibile, per l’esercizio della giurisdizione, secondo i precetti della Costituzione repubblicana. Se il Giudice è radicalmente inidoneo ad osservare i precetti costituzionali, ogni altra considerazione di merito è del tutto superflua. Nel caso di specie, la composizione attuale del Consiglio Nazionale Forense viola apertamente i requisiti previsti dall’art. 111 Cost. e pertanto il giudizio in oggetto non può essere celebrato, ma va sospeso, per consentire l’elezione di Consiglieri nazionali che non siano figli di quelle sclerotizzazioni e gruppi di potere che hanno eletto gli attuali componenti dell’ente. Solo allora il Lucignano potrà essere sottoposto ad un processo giusto, come è suo diritto e come attualmente gli è precluso.

Del resto la Corte Costituzionale, con le due pronunce enunciate, la n. 284/1986 e la n. 173/2019, ha fotografato la condizione di illegittimità in cui versa l’attuale Consiglio Nazionale Forense. Con la pronuncia n. 284 del 1986 la Corte Costituzionale affermava che la reiterazione senza limiti dei componenti dei collegi che formano i Giudici speciali, addetti a giudicare sulla deontologia degli iscritti agli Ordini professionali, era incompatibile con le garanzie imposte dal giusto processo e dall’art. 111 Cost., ma che porre un limite a tale reiterazione spettava al legislatore, e non al Giudice Costituzionale.

Comunque, l’illimitata e incondizionata rieleggibilità, attualmente possibile sia rispetto ai Consigli locali che al Consiglio nazionale, potrebbe cagionare in qualche situazione-limite una certa vischiosità: la quale, ancorché non indicativa di violazione costituzionale in quanto non incidente sul requisito dell’indipendenza, potrebbe tuttavia indirettamente rifluire sulla limpidezza e trasparenza che gli organi giurisdizionali debbono sempre possedere in massimo grado. Il rimedio é però indubbiamente riservato al legislatore, il quale, procedendo alla prescritta e tanto ritardata revisione, dovrebbe valutare l’esigenza di modificare adeguatamente la normativa in discorso, introducendo per la rielezione un’appropriata disciplina limitativa, che escluda il rischio sopra rilevato.” (cfr. Sentenza Corte Cost. n. 284/1986)

La pronuncia in oggetto parla di limpidezza e trasparenza, ed enuncia un altro elemento che in questi anni ha contribuito all’inidoneità del Giudice speciale della disciplina degli avvocati: la “vischiosità”. In altri termini, solo la creazione di quei limiti alla reiterazione dei mandati censurata dalla Consulta, ha impedito che tale elemento venisse posto alla sua attenzione, per denunciarne l’illegittimità costituzionale. Non vi è però alcun dubbio che il limite all’esercizio del ruolo di giudice della disciplina, secondo le prescrizioni introdotte dal legislatore, sia un elemento indispensabile all’esercizio della giurisdizione speciale secondo i precetti dell’art. 111 Cost. e che la violazione di tale limite, indirettamente integrata dalla violazione delle leggi statali che fissano tale limite, assuma rilievo costituzionale.

Nel caso di specie il Lucignano è sottoposto ad un processo in cui la situazione è esattamente questa. E’ stata la stessa Corte Costituzionale infatti, con la Sentenza n. 173/2019, a chiarire che il Consiglio Nazionale Forense è sottoposto al limite del doppio mandato:

sta di fatto che la previsione di un limite ai mandati che possono essere espletati consecutivamente è un principio di ampia applicazione per le cariche pubbliche − membri elettivi del Consiglio superiore della magistratura (CSM); componenti del Consiglio degli avvocati e procuratori dello Stato; membri del Consiglio nazionale forense; componenti del Consiglio nazionale del notariato, tra gli altri − ed è, comunque, un principio di portata generale nel più specifico ambito degli ordinamenti professionali.

La Corte Costituzionale dunque, ha riconosciuto che il limite ai mandati che possono essere espletati consecutivamente è prevista anche per il Consiglio Nazionale Forense e per i suoi membri. La sentenza richiamata ha dunque fatto riferimento alla normativa che prevede tale limite e tale normativa, senza alcun dubbio, non essendovi altre norme che dispongano in materia, all’interno dell’ordinamento italiano, è quella contenuta nell’art. 34 della Legge n. 247/2012:

I suoi componenti non possono essere eletti consecutivamente più di due volte

Va anche detto, che il comma 3 dell’art. 34 della L. n. 247/2012 prevede che tale limite di due mandati, non possa essere superato anche con riferimento ai mandati svolti dagli esponenti di un Foro appartenente ai distretti che eleggono i Consiglieri Nazionali Forensi e che anche tale profilo risulta violato dalla composizione attuale del Consiglio Nazionale Forense:

Ciascun distretto di corte d’appello in cui il numero complessivo degli iscritti agli albi è inferiore a diecimila elegge un componente. Risulta eletto chi abbia riportato il maggior numero di voti. Non può appartenere per più di due mandati consecutivi allo stesso ordine circondariale il componente eletto in tali distretti.

In altri termini, i Consiglieri Nazionali, che in ottemperanza alla legge dovrebbero confluire nell’autonoma sezione disciplinare, atta a giudicare la deontologia degli avvocati senza alcuna commistione, personale o funzionale con il Consiglio, nella sua veste amministrativa, non possono essere eletti consecutivamente più di due volte e non possono appartenere per più di due mandati consecutivi allo stesso ordine, nei distretti con un numero di avvocati iscritti inferiore a diecimila.

Questa è la normativa attualmente vigente, in materia di limiti, quei limiti richiamati dalla Corte Costituzionale e violati dall’attuale composizione del Consiglio Nazionale Forense.

Ancora una parola, seppure davvero ultronea, si deve spendere sul senso di tali limiti, in ragione dei mandati svolti dai componenti dell’ente che attualmente li violano. La questione attiene alla ventilata “retroattività” delle disposizioni richiamate, che illegittimamente valuterebbero i mandati svolti prima dell’emanazione della legge limitativa, al fine del cumulo con quelli consecutivi permessi. Tale “retroattività”, semplicemente, non si configura, come chiarito proprio dalla sentenza n. 173/2019 della Corte Costituzionale:

Il limite all’accesso alla carica elettiva, così introdotto dalla norma interpretata – come appunto già ritenuto dalla Corte di legittimità – «non implica altro che l’operatività immediata della legge e non una retroattività in senso tecnico e cioè con effetti ex tunc» (Corte di cassazione, sezioni unite civili, sentenza n. 32781 del 2018, che cita anche la sentenza di questa Corte n. 118 del 1994).

Per le ragioni esposte, la composizione del Consiglio Nazionale Forense, che presenta ben nove componenti eletti in violazione dei limiti imposti dal legislatore (Mascherin, Baffa, Pasqualin, Picchioni, Magnano di San Lio, Savi, Arena, Orlando, Sica), al fine di impedire le vischiosità capaci di pregiudicare limpidezza e trasparenza del Giudice speciale, è inidonea al rispetto delle condizioni poste dall’art. 111 Cost. a garanzia del giusto processo. Garanzie che, come si è già detto, devono essere estese anche al giudizio disciplinare dinanzi al Giudice speciale della deontologia, per gli appartenenti agli Ordini professionali. 

  • Ingiustizia della sanzione irrogata, per violazione dell’art. 21 del Codice deontologico forense.

Il procedimento che ha visto il Lucignano oggetto di sospensione per tre mesi è stato istruito senza minimamente tener conto della condotta complessiva dell’incolpato.  I commi 2, 3 e 4 del Codice deontologico dettano una serie di previsioni chiarissime: non è possibile giudicare il comportamento di un avvocato senza inserirlo nel contesto, oggettivo e soggettivo in cui si colloca; non è possibile valutare tale comportamento nella sua portata atomistica, senza giudicare con onestà, lealtà e correttezza sulla natura, sulle finalità, sul contesto di tale comportamento.

Il Lucignano ha subito la sanzione della sospensione per tre mesi a seguito di un procedimento unico, in cui gli sono stati contestati tre fatti: due di questi fatti attengono ad alterchi avvenuti su social network, tra il Lucignano e due avvocati, mentre il terzo fatto che ha generato giudizio disciplinare è l’autodenuncia del Lucignano, in merito alla sua scelta di non conseguire i crediti formativi.

La motivazione della sospensione, invero assolutamente sbrigativa e niente affatto corretta, sotto il profilo della valutazione del comportamento complessivo dell’incolpato, sceglie di valutare un solo aspetto del suo comportamento, il suo linguaggio, giudicato triviale e non rispettoso dei doveri deontologici. Tale valutazione è palesemente falsa, per le ragioni che di seguito si espongono.

Va in primo luogo contestato nuovamente un elemento del tutto ignorato dalla sentenza impugnata, ovvero che il Lucignano, da anni, è riconosciuto, all’interno dell’avvocatura italiana, per la sua attività politico forense. Un’attività che ha vissuto di momenti istituzionali, come la sua partecipazione, in veste di delegato congressuale, al Congresso Nazionale Forense di Rimini del 2016, e di un’incessante opera di manifestazione del pensiero politico, operata tramite pubblicazioni su riviste di settore, su siti internet appartenenti alle associazioni di cui il Lucignano è stato, ed è, ispiratore, ed anche sui social network. Il linguaggio utilizzato dal Lucignano nello svolgimento della sua azione politica è proprio della sfera politica e non appartiene alle modalità espressive tenute dal soggetto sanzionato nell’esercizio dell’attività professionale.

Orbene, non vi è dubbio che la deontologia forense contenga norme che imporrebbero, su carta, di considerare l’avvocato come una figura costretta ad un contegno deontologicamente orientato, in qualsiasi manifestazione della propria personalità, ma non vi è nemmeno dubbio, e si sfida il Giudice di questo procedimento a negarlo, che tale imposizione, di fatto, è costantemente, notoriamente, generalmente disattesa dalla stragrande maggioranza degli iscritti all’Ordine Forense. In altri termini, per la valutazione del linguaggio utilizzato dal Lucignano, nello svolgimento della sua attività politico forense, e nel contesto dei social network, non si può evitare di valutare se tale linguaggio rappresenti una violazione soggettiva, ovvero faccia parte di un contesto in cui tale linguaggio è ampiamente utilizzato, dalla generalità degli iscritti all’Ordine Forense. La difesa del Lucignano ritiene che sia certamente vera la seconda valutazione, con alcune specificazioni. Non vi è dubbio, e il Lucignano non lo ha mai negato, che l’utilizzo di un linguaggio spesso triviale, anche volgare, provocatorio, eccessivo, urticante, sia stato introdotto dall’odierno ricorrente all’interno della politica forense italiana. La circostanza non si è mai negata, né il Lucignano ha mai tentato di sottrarsi alle sue responsabilità, assumendo e rivendicando, sempre e comunque, la paternità di ogni suo intervento, anche di quelli di natura più corrosiva. Sarebbe però falso ed ingiusto non riconoscere al Lucignano che il suo stesso gergo, seppure con le sfumature che sono proprie di ciascuno, viene attualmente e giornalmente utilizzato da migliaia di iscritti all’Ordine Forense, per esternare il proprio pensiero, nei campi più disparati, dalla politica alla società, dallo sport alle semplici dispute che pure si tengono, tra avvocati, in merito alle più svariate questioni. In altri termini, il Lucignano non è un avvocato che utilizza su social network un gergo estraneo all’avvocatura, ma è sicuramente il primo, se non più ormai il solo, ad aver fatto di un gergo volutamente urticante, un mezzo di lotta politica contro l’assetto istituzionale dell’avvocatura italiana. Gli esposti disciplinari mossi a suo carico, confluiti nel giudizio disciplinare che oggi si contesta, muovono da fatti attinenti alla politica forense. Lo scambio di contumelie tra il Lucignano e i due avvocati che hanno tratto spunto dalle sue repliche per isolare alcune frasi dello scambio e farne oggetto di esposto disciplinare, è maturato in un contesto di confronto/scontro politico. Il linguaggio del Lucignano è proprio di moltissimi iscritti all’Ordine, facenti parte dell’agone politico nazionale, che non si sottraggono certo al turpiloquio , quando si tratta di polemizzare con avversari politici. Si badi, la difesa del Lucignano non invoca una generica e banale esimente riassumibile nel concetto: “lo fanno tutti, dunque non è sbagliato”. Qui non si fa solo riferimento alla generale diffusione di tale linguaggio sui social network, ma alla specifica sfera in cui il Lucignano utilizza tale linguaggio.

Un giudice che avesse voluto correttamente inquadrare la vicenda per cui il Lucignano è stato sanzionato, avrebbe dovuto ad esempio indagare se il linguaggio del sanzionato, ormai noto all’avvocatura italiana e persino alla cittadinanza, sia o meno utilizzato anche nell’esercizio della sua professione. Appare infatti abbastanza strano un paradosso: negli anni in cui il Lucignano ha svolto attività politico forense, le esternazioni contenenti un gergo triviale, urticante, volgare, paradossale, che punta ad estremizzare e ridicolizzare aspetti del sistema istituzionale forense italiano ritenuti (a giusta ragione, come si dirà), illegittimi ed inaccettabili, praticamente non si contano. Il Lucignano è autore di migliaia di pubblicazioni, sui più svariati temi che hanno impegnato il dibattito politico forense italiano, a partire dal 2014. I post pubblicati sul social network “facebook”, che utilizzano un linguaggio che rientrerebbe nelle violazioni contestate al Lucignano con il procedimento in oggetto, sono migliaia. Praticamente ogni giorno il Lucignano analizza fatti politici dell’avvocatura italiana, con una puntualità che ha anche dell’incredibile, e che rappresenta, questa si, un unicum nel panorama forense italiano, e praticamente ogni giorno il Lucignano alterna analisi, documenti, testi dal tenore irreprensibile, a valutazioni espresse con linguaggio triviale, paradossale, satirico, urticante. Questi sono fatti noti e lo sono anche per i giudici che hanno comminato al Lucignano la sanzione della sospensione. Tale sanzione è dunque assolutamente ingiusta, perché in violazione del codice deontologico e delle norme richiamate, fa una valutazione atomistica, illegittima, inaccettabile, di alcune frasi del sanzionato, ma non affronta il tema, né il contesto in cui esse sono state espresse, ovvero l’utilizzo del linguaggio che gli avvocati italiani fanno sui social network e l’utilizzo del linguaggio volgare, triviale, satirico e paradossale all’interno della politica. La sanzione e la valutazione di quanto accade all’interno dell’avvocatura italiana, nel caso del Lucignano, non è stata né onesta, né giusta. Se il linguaggio del Lucignano peraltro, sia da valutare, nella sua componente triviale e paradossale, come un elemento estraneo ai suoi doveri deontologici, l’uso riconosciuto e riconoscibile di tale linguaggio da parte del Lucignano, avrebbe dovuto portare ad una sanzione ben più severa, ovvero alla radiazione dall’Ordine Forense. Nessun giudice onesto, che voglia valutare i fatti che vengono portati a sua conoscenza con verità e rettitudine, se si trova dinanzi ad un avvocato che per anni, ogni giorno, fa utilizzo pubblicamente di un linguaggio ritenuto illecito dal punto di vista deontologico, può seriamente negare che tale avvocato sia incompatibile con la permanenza nell’Ordine Forense. La sospensione per tre mesi appare dunque chiaramente un provvedimento figlio di una logica compromissoria, ma risultano violate, nel caso di specie, tutte le circostanze, il contesto, il comportamento complessivo del sanzionato.

Un ulteriore elemento che depone in favore della parzialità, e dunque della illegittimità, della sentenza che oggi si impugna, attiene alla mancata valutazione del comportamento professionale del sanzionato. Il Lucignano svolge la professione forense da oltre dieci anni. In oltre dieci anni di professione, e in decine di procedimenti trattati, in ogni udienza svolta dal Lucignano per le sue esigenze professionali, in ogni lettera, comunicazione, vertenza, in cui è stato coinvolto nell’esercizio della professione forense, non un solo avvocato ha ritenuto di segnalare al Consiglio di Disciplina l’utilizzo di un linguaggio offensivo, triviale, inappropriato, tenuto dal Lucignano. Non una sola segnalazione di tale tenore è stata mai effettuata da un Giudice, da un cancelliere, da un operatore giudiziario. Il Lucignano, nello svolgimento della sua attività professionale, si è trovato a subire un solo esposto disciplinare, mosso a suo carico da un ufficiale giudiziario che, con scuse risibili, si rifiutava di svolgere regolarmente la sua attività, in occasione di un pignoramento mobiliare, e tale procedimento, che vedeva il Lucignano presunto colpevole di una reazione eccessiva all’ingiustizia che si voleva perpetrare, a danno del cliente assistito dal Lucignano, si è concluso con l’archiviazione, già in fase preliminare.

La deontologia italiana si trova dunque dinanzi a questo curioso caso di bipolarismo: un avvocato che nell’esercizio della sua professione non ha mai subito, in dieci anni di attività, la minima segnalazione per un linguaggio inappropriato, aggressivo, volgare, irrispettoso, triviale, ed un avvocato che in sei anni di politica forense ha espresso, pubblicamente e senza nascondersi, migliaia e migliaia di frasi che, individualmente analizzate, non corrispondono ai canoni della deontologia forense. Delle due l’una: o il Lucignano ha problemi di dissociazione, ed allora il Giudice della deontologia dovrebbe scegliere tra il proscioglimento, per evidente incapacità del soggetto, o la radiazione, per la stessa ragione, oppure, se si vuole dare ascolto alla ragione, il Lucignano sceglie di utilizzare un linguaggio di un certo tipo nell’ambito di una lotta che è tutta e solo politica e che non c’entra assolutamente niente con i valori di lealtà a cui l’avvocato deve ispirarsi, nei confronti dei colleghi e della professione forense, valori che il Lucignano insiste nel dichiarare sempre rispettati, nell’intero arco della sua carriera professionale.

Il provvedimento della sospensione, valutato tutto questo, è palesemente ingiusto. L’impedimento dell’attività professionale del sanzionato è misura grave, che lede non solo la sfera politica del Lucignano, ma ha tra i suoi inevitabili effetti quello di rendere più difficile lo svolgimento dell’attività professionale dell’incolpato. Quando la deontologia commina una sanzione che ha tra i  suoi effetti quello di privare un avvocato del suo lavoro e della sua fonte di sostentamento, la decisione deve essere assunta con rigore e serietà, e a parere di questa difesa, non è questo il caso di specie. In ragione della natura impediente, per quanto attiene all’esercizio dell’elettorato passivo interno all’avvocatura, già del provvedimento disciplinare della censura, se pure si volesse ritenere, che il linguaggio utilizzato dal Lucignano nella sua sfera di attività politica sia incompatibile con il possibile accesso alle istituzioni forensi, la sanzione della censura sarebbe stata idonea allo scopo, senza ledere però la sfera professionale del sanzionato in modo palesemente ingiusto e sproporzionato.

  • Ingiustizia della sanzione irrogata, per omessa motivazione.

L’autodenuncia del Lucignano per il mancato conseguimento dei crediti formativi era corredata da valutazioni giuridiche totalmente ignorate dal primo giudice, che ha parlato di legittimo diritto di critica, ma di illegittimità deontologica del linguaggio utilizzato per criticare la formazione obbligatoria degli avvocati. Eppure gran parte dell’autodenuncia del Lucignano fotografava le macroscopiche illegalità del regolamento che disciplina la formazione obbligatoria, per contrasto con la legge professionale forense, che impone, giova ricordarlo, il superamento dei crediti formativi. La sanzione inflitta pertanto, non contenendo alcuna menzione del disvalore deontologico connesso al mancato e volontario conseguimento dei crediti formativi, non lascia comprendere se a tale comportamento sia o meno seguita una sanzione e quale ruolo abbia avuto l’autodenuncia del Lucignano nel determinare la sanzione che oggi si contesta. Dal tenore letterale delle motivazioni (non) espresse dal Consiglio Distrettuale di Disciplina, traspare che il mancato conseguimento dei crediti formativi, in ragione di tutti i profili di illegittimità richiamati dal sanzionato, non abbia generato alcun tipo di sanzione a suo carico.

  • Diritto di critica ex art. 21 Costituzione

La sentenza impugnata elide, di fatto, il diritto di libera critica politica e di pensiero. Le espressioni oggetto della valutazione del collegio di prima istanza vanno inquadrate e funzionalizzate nell’ambito dell’agone politico, contesto nel quale la soglia di tollerabilità della parola in funzione polemica non può essere identificata con quella individuabile nell’interlocuzione extra – politica. La corretta valutazione e funzionalizzazione delle interlocuzioni oggetto di stigma andava, inoltre, effettuata, valutando le interlocuzioni in maniera completa con due risultati possibili: 1) quello ritenuto più corretto dalla presente difesa, ovvero considerare i comportamenti di entrambi i “litiganti politici” entro la soglia di tolleranza; 2) considerare entrambi gli atteggiamenti oltre la soglia di tolleranza e sanzionarli entrambi (o quantomeno valutati entrambi in rito disciplinare). Orbene i giudicanti cadono in grave contraddittorietà dal momento che: a) stralciano del tutto le dichiarazioni (adeguatamente aspre e corrosive ma, si ripete, spese in un ambito di agone politico) degli altri partecipanti all’agone; b) procedono ad una valutazione delle dichiarazioni del Lucignano facendo sparire quelle degli interlocutori, proiettando l’immagine falsata di un monologo. Evidente che tutte le condotte vanno valutate entro la soglia di tollerabilità tipica della libertà di critica e pensiero politico, diritto fondamentale presidiato dall’art. 21 della nostra Costituzione.