• I paradossi dei numeri “troppi”

Una premessa metodologica si impone: questo tema andrebbe meglio affrontato con la forma del saggio, per poter esporre compiutamente tutti gli aspetti ormai acquisiti dalla letteratura scientifica che si occupa di analizzare il valore delle prestazioni legali sui mercati mondiali. Un articolo di stampa avrà dunque fatalmente un taglio parziale ed approssimativo e risulterà forse brutale, per alcune estremizzazioni degli esempi, utili comunque a comprendere, perlomeno a grandi linee, alcuni elementi che andrebbero finalmente posti alla base di un confronto serio sulla drammatica situazione reddituale vissuta dall’avvocatura italiana. E’ con questo auspicio che dunque cerco di offrire qualche spunto, sperando che al più presto gli avvocati italiani la smettano di guardare al problema con atteggiamenti fideistici, irrazionali, o peggio, imbevuti di retorica ed analizzino la situazione con l’ausilio della scienza.

Ipotizziamo un sistema a tre variabili: numero di avvocati (x), monte reddito complessivo degli avvocati (y), numero di affari trattati dagli avvocati (z). Dal rapporto tra queste tre variabili dipenderà il reddito medio del singolo avvocato, ovvero la soluzione del sistema. Ipotizziamo di tenere ferme le variabili y e z e di usare due valori per la variabile x: un primo valore, di 240 mila, corrispondente grossomodo al numero di avvocati iscritti all’Ordine in Italia in questo momento storico, ed un secondo valore, di 24 mila, pari ad un decimo del valore reale. Chi può credere che il risultato del sistema, nei due scenari analizzati, non porti ad un reddito medio pro capite enormemente superiore, in caso di variabile x pari a 24 mila, rispetto allo stesso scenario, con x pari a 240 mila? Razionalmente credo che nessuno si sognerebbe di smentire l’esito di questo esperimento. Da qui dunque deriva il primo teorema fondamentale per una discussione sensata e razionale sulla massificazione della professione forense italiana:

  1. “A parità di affari trattati e di redditi generati dalla classe forense, il reddito pro capite dell’avvocato è inversamente proporzionale al numero di avvocati presenti nel mercato italiano”.

Il corollario di questo teorema, utile all’analisi, potrebbe sintetizzarsi più o meno così: 

“l’aumento del numero di avvocati che dagli anni 80 ad oggi ha portato ad una quintuplicazione del numero di iscritti all’albo è stato un fattore netto di impoverimento della classe forense.”

Qualche lettore del nostro sito potrebbe obiettare che si tratti di osservazioni banali, mentre molti potrebbero lanciarsi in dotte speculazioni su quanto il modello qui illustrato sia fallace, perché non tiene conto di altre variabili. Eppure, se si affronta il dibattito con mente sgombra e con fiducia nella logica e nella matematica elementare, sia il teorema, che il suo corollario, descrivono, in modo quasi intuitivo, una verità evidente, o meglio, auto evidente.

Perché dunque la mentalità comune degli avvocati italiani è così restia ad accettare una verità così incontestabile? Si tratta solo di motivazioni irrazionali, o ci sono anche elementi di presunto interesse politico? Probabilmente sono vere entrambe le cose, ma quel che conta è che coloro che continuano a negare che la massificazione dell’avvocatura abbia causato un impoverimento degli avvocati italiani, sono tra coloro che il mitico Roberto Burioni avrebbe classificato come seguaci dell’omeopatia: credono che per curare un malanno usare un farmaco o usare acqua del rubinetto produca più o meno gli stessi effetti.

  • Il valore incorporato nel titolo professionale

Un’altra mistificazione che ricorre, nella classe forense italiana, attiene alle ragioni per cui vengano pagate le prestazioni professionali offerte. Una leggenda celtica, che ogni avvocato racconta ai propri bambini, narra di parcelle pagate per via della straordinaria moralità dei togati italici. Vi sarebbe una sorta di nume tutelare, che vive nelle foreste scandinave, che si assicurerebbe che ogni avvocato, onesto e coscienzioso, riceva la sua giusta mercede, dopo il sacro lavoro di leguleio.

Si tratta ovviamente di mitologia, propaganda, che stride con la realtà. L’avvocato è un professionista che vende prestazioni intellettuali. Anche in questo caso, nulla può smentire la leggenda meglio della scienza. Ipotizziamo un sistema a tre variabili: con la x definiamo sempre il numero di avvocati, con la y l’offerta di lavoro per ciascun avvocato, con la z la domanda di lavoro per ciascun avvocato. Se proviamo a tener ferme le due variabili x ed y e a mutare la variabile x, il risultato del sistema sarà il valore incorporato nel titolo professionale, nel caso dei due scenari già ipotizzati in precedenza, ovvero un numero di avvocati pari a 240 mila, ovvero a 24 mila. Chi pensa che valga di più possedere il titolo nel primo caso, rispetto al secondo?

Ovviamente nessuno crederebbe che il proprio titolo possa incorporare maggiore valore con un numero di avvocati dieci volte superiore ad un dato x. Per le leggi della domanda e dell’offerta di lavoro, che abbiamo ipotizzato costanti, è evidente che poter svolgere la professione nello scenario con meno avvocati procura al professionista una mole di lavoro enormemente superiore, rispetto al caso con più avvocati. Da questo deriva il secondo teorema della massificazione della professione forense:

  • “A parità di domanda ed offerta di lavoro, il valore incorporato nel titolo professionale è inversamente proporzionale al numero di avvocati presenti in un mercato.”

Il concetto di valore del titolo, per incorporazione, dovrebbe naturalmente essere noto a quegli avvocati che abbiano svolto gli studi basilari di economia, necessari per accedere alla professione forense. Il titolo professionale, come fattore di produzione di reddito nel mercato delle prestazioni legali, ha un valore economico, che dipende ovviamente da infinite variabili, ma che, in un sistema che analizza le variabili date, dimostra intuitivamente la verità del secondo teorema della massificazione.

  • Che fare?

La professione legale ha stretta attinenza con il funzionamento della giustizia, ovvero con uno dei settori strategici per la vita dello Stato. Aver consentito la massificazione della professione forense ha sicuramente inciso in modo positivo, per i cittadini italiani, per quanto attiene al costo delle prestazioni degli avvocati italiani. Anche qui, più che la propaganda, dovrebbero potere i numeri, che dimostrano, secondo le analisi di settore pubblicate (cfr. ad esempio il Rapporto CENSIS 2019, realizzato dall’istituto nazionale di statistica), la diminuzione dei redditi degli avvocati, pur con dinamiche di aumento del loro numero che ormai si avvicinano allo zero.

Ciò significa che negli ultimi anni i cittadini italiani hanno complessivamente versato meno ricchezza nelle tasche degli avvocati, ricavandone un beneficio, almeno sotto questo profilo. Ciò che questa dinamica non riesce però ad analizzare è quanto abbia inciso la massificazione della professione forense, la sua squalificazione, strettamente legata all’impoverimento, sul valore reso dal sistema giustizia e dal sistema avvocatura, per i cittadini.

In questo caso far ricorso ad un sistema, come per i modelli precedenti, sarebbe troppo complesso, ma anche per comprendere meglio i fattori in gioco e la loro correlazione, possiamo provare ad immaginare tre variabili, che costituiscono un modello utile al nostro scopo.

Ipotizzato con x il valore totale della ricchezza versata agli avvocati dai cittadini italiani, con y il grado di efficienza del sistema giudiziario italiano, con z il valore reso al cittadino dall’utilizzo del sistema giudiziario, il sistema dovrebbe misurare la soddisfazione del cittadino che scelga di adire la nostra giustizia. Qui però non possiamo più essere certi di un andamento lineare del sistema, in relazione alla diminuzione dei costi sostenuti dal cittadino, se non teniamo conto dell’andamento effettivo, in questi anni, delle variabili y e z. In altri termini, ipotizzare queste due variabili come costanti e chiedersi se il cittadino italiano sia più o meno soddisfatto, pagando il doppio o la metà per il suo avvocato, non sarebbe una esemplificazione razionale, ma un evidente paradosso logico matematico. Se invece le variabili in campo vengono analizzate secondo le reali dinamiche di questi anni, possiamo verificare che pur diminuendo i costi destinati agli avvocati, il sistema giudiziario non ha affatto migliorato la sua efficienza, né ha restituito al cittadino un valore maggiore (variabili y e z). Il risultato, in termini di soddisfazione, è che la mera diminuzione dei costi, in materia di prestazioni legali, non rende il sistema più efficiente, né fornisce al cittadino un ritorno economico maggiore. In altri termini il costo dell’avvocato per il cittadino è una variabile non lineare, ma dipendente in modo indissolubile dall’efficienza della giurisdizione. Una dinamica di costo decrescente del valore della prestazione legale, che si accompagni ad una squalificazione della classe forense, così come è accaduto negli ultimi anni nel nostro paese, pur consentendo al cittadino di spendere meno, lo rende complessivamente più povero e non certo più ricco o più soddisfatto.

Concludendo, la mistificazione che riguarda il punto di equilibrio eticamente accettabile per lo Stato, in materia di prestazioni legali, ha mostrato il drammatico fallimento delle cosiddette “lenzuolate” di Bersani, che hanno eliminato i minimi tariffari, contribuendo alla squalificazione ed alla concorrenza al ribasso nella classe forense, senza inserire alcun fattore di sostegno alla professione, alla sua qualità, ed alla conseguente possibilità di incidere sul sistema giudiziario italiano, producendo efficienza, soddisfazione e ricchezza di ritorno per il cittadino. Si è fatto credere agli italiani che pagando meno gli avvocati le cose sarebbero andate meglio, mentre occorreva ed occorre pagare gli avvocati secondo standard che ne garantiscano un apporto di qualità alla giurisdizione, in modo da aumentare complessivamente la soddisfazione del cittadino, e consentire che maggiori costi comportino maggiori ricavi, rendendo il saldo complessivamente favorevole, sia per gli avvocati, che per i cittadini.

Il fallimento di una impostazione che ha scatenato un dumping irrazionale tra gli avvocati italiani, e che allo stesso tempo non si è occupata di agire sul numero, bloccando la massificazione e la squalificazione della classe forense, ha dimostrato sia l’insensatezza di ricette economiche basate sull’annullamento del valore della prestazione professionale, sia l’inadeguatezza di una impostazione statale fondata sul valore distorto della concorrenza al ribasso.

Per queste ragioni oggi uno Stato politicamente ed eticamente degno, agirebbe in due direzioni:

  1. Immediata moratoria ai nuovi accessi alla professione forense, in modo da ridare reddito e possibilità di riqualificazione alla classe;
  2. Immediata reintroduzione dei minimi tariffari, al fine di impedire una concorrenza al ribasso tra avvocati, fonte di risparmi solo illusori per il cittadino, vittima di un mercato delle prestazioni legali incapace di restituire all’utente il valore necessario a generare la sua complessiva soddisfazione e a ripagare, in termini di valore netto, l’investimento in prestazioni legali.

Napoli – Frittole,

1400, quasi 1500

Avvocato quasi radiato e indecoroso

Salvatore Lucignano