Anno Domini sconosciuto, località desertica. Se l’inchiostro potesse lasciare una scia capace di rappresentare una mancanza, sarebbe una retta perduta nello spazio. Giustizia negata. Una donna scura, enorme, sarà alta un metro e novanta, ondeggia verso di me, sbattendo le ante di legno che sembrano rubate da un film di Sergio Leone, e più che il limite della massima giurisdizione mi fanno venire in mente Trinità e Bambino, nel vecchio west. Lei cammina pesante, ma a passo spedito e mi supera in fretta: è stata assolta. Aveva subito una condanna in appello, che aveva fatto seguito ad un’assoluzione piena in primo grado. Ormai è già lontana, il collega agita il pugno: “te lo dicevo, o no?” Ed effettivamente ne avevamo parlato, e ci era parsa una sentenza di appello decisamente insensata. Ora il problema è la stampa: lui è un avvocato famoso, di quelli a cui piace andare nelle trasmissioni televisive, a discorrere dei suoi casi. Io no, non ci penso neanche lontanamente. Sgattaiolo via, lo lascio da solo davanti ai microfoni dei giornalisti, e mi avvio, sguardo basso e furtivo, verso l’uscita dell’enorme palazzo in cui si gioca a dadi con il destino di un uomo, o di una donna, nel nostro caso. Fuori il traffico è impazzito, più del solito, sembra la sentenza di appello, o solo il labirinto che si dipana nel cervello di ognuno di noi.

Mentre divoro il mio panino, seduto nella solita rosticceria, pochi metri dietro il mio personale casino giuridico, osservo una ragazza che prende appunti. Giovane, bellissima, gambe lunghe e nude. Il peggior viatico possibile per non trasgredire a qualche comandamento antico. Per giunta mi ha riconosciuto e mi sorride, mi raggiunge, è lunga lunga, davanti a me.

– Professore, ho letto i suoi lavori, sono una studentessa iscritta alla facoltà di giurisprudenza, concordo con lei sull’idea di un processo in un unico grado –

– Partiamo dall’ultimo? –

– Cosa? Non capisco, mi spieghi. Intende dall’ultimo grado? –

– No, niente, lasci stare. Venga pure a trovarmi in facoltà, quando vuole, se ritiene di poter in qualche modo dare un contributo ai miei studi –

Fa caldo, gli occhi neri dell’assolta erano fermi, fissi, mentre lei ondeggiava. Niente pensieri impuri, ma un profondo senso di impotenza, di fronte al suo calvario. Ho voglia di perdermi nei miei vizi inconfessabili, quelli di cui non potrei mai parlare in televisione. Quello è il posto adatto per Giorgio, non per me.

Avv. Ismael Cantor