Caro Antonio, caro Presidente

oggi si è tenuta a Napoli la prima udienza di un processo che mi vede imputato per diffamazione, attivato da una querela presentata dall’attuale Presidente della Cassa Forense, avvocato Nunzio Luciano. Come potrai immaginare, vista la conoscenza reciproca, che ci lega ormai da tempo, non mi rivolgo a te per chiedere una qualche forma di intercessione, capace di “alleviare” il procedimento che sto affrontando. Una simile richiesta non è nelle mie corde e nei miei principi e del resto, se avessi voluto liberarmi di questo processo, avrei già potuto farlo anni fa, concentrando le mie attenzioni sulla mia persona e non sulle battaglie che da tempo porto avanti, all’interno dell’avvocatura italiana.

Ti scrivo dunque per una ragione diversa, ovvero per chiederti una riflessione, che a mio parere dovrebbe avvenire nel Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, su ciò che questo ed altri procedimenti penali rappresentano per gli avvocati italiani.

Mi spiego meglio: anni fa, nel caso tra due avvocati vi fossero state ragioni di dissidio tali da portarli a scambiarsi pubbliche accuse in un tribunale penale, i Presidenti del Consiglio dei rispettivi Fori sarebbero intervenuti, avrebbero tentato di comporre la vertenza, avrebbero persino esercitato un ruolo di autorevole dissuasione, laddove avessero ritenuto che la pace interna alla categoria fosse messa in discussione dallo “strepitus” derivante da azioni giudiziarie tra colleghi. Erano sicuramente altri tempi, e devo dire che non ne ho alcuna nostalgia. Quello che però non riesco a comprendere è il perdurante silenzio del mio Consiglio dell’Ordine, quello che dovrebbe insegnare agli avvocati napoletani il valore della colleganza, rispetto a vicende che non vedono protagonista solo il sottoscritto, ma che sicuramente mi vedono come una delle figure di riferimento, in ambito nazionale.

Tali vicende, che non hanno natura personale o professionale, ma politico forense, sono divenute in questi anni un fenomeno dibattuto, discusso, analizzato, eppure il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli non ha mai ritenuto di aprire una discussione in merito, che affrontasse il tema del rapporto tra istituzioni forensi e critica degli avvocati, l’evoluzione del linguaggio politico forense, dai tempi del “mettiamo a tacere e volemose bene” a quelli dei post su facebook, i procedimenti disciplinari e le querele, come strumenti potenzialmente capaci di zittire i moti di ribellione e di insofferenza che in questi anni hanno visto il Foro di Napoli, forse anche in ragione del modesto ruolo giocato da chi scrive, in prima linea in alcune manifestazioni che non hanno mai trovato riscontro in altre realtà dell’avvocatura italiana.

Quel che mi appare francamente sconcertante è il silenzio dei 25 Consiglieri in carica nel Consiglio da te presieduto, di fronte a fatti, ricorsi, denunce, scontri, dibattiti, polemiche, che pure hanno inciso profondamente sugli assetti politici della rappresentanza forense partenopea. Tu stesso, come ricorderai, sei stato particolarmente attivo, anche sui tanto vituperati “social network”, quando prima delle elezioni che hanno visto prevalere la compagine che ti vedeva capolista, guidata dal nostro grande mentore e comune amico, Avv. Francesco Caia, hai fatto campagna contro l’illegalità rappresentata dalla reiterazione illecita dei mandati consiliari, gettando così i presupposti per la tua attuale presidenza e facendo cogliere all’amico Francesco l’ennesima vittoria della sua ormai leggendaria e lunghissima carriera politico forense.

Ricorderai che le polemiche feroci, anche rappresentate a mezzo stampa, in merito all’illegittimità del superamento del limite di due mandati consecutivi, hanno giocato un ruolo non marginale nella contesa elettorale che ha visto la squadra di Caia imporsi sui suoi avversari e ricorderai che tale tema sembrava interessare l’avvocatura napoletana, prima che, passato il voto, il Consiglio da te guidato lo lasciasse precipitare nell’oblio. Ricorderai come il tema abbia dato luogo ad esposti disciplinari, a dimissioni, ad una serie di fatti che un Consiglio come il nostro, così ricco di straordinarie intelligenze, ben potrebbe analizzare, coinvolgendo l’intero Foro in fatti così eccezionali e carichi di significato. Purtroppo, con mio sommo sconcerto, nonostante io abbia atteso per mesi un segnale di vita proveniente dalle sacre stanze consiliari, nulla di tutto questo ha mai visto la luce.

Eppure in questi mesi, come ti è certamente noto, ben tre avvocati iscritti all’Ordine di cui fai parte hanno impugnato l’elezione del Consiglio Nazionale Forense, proprio per contestare, tra l’altro, che molti membri di quel consesso sono attualmente assisi illegittimamente, in violazione del limite di doppio mandato. Eppure le vicende processuali, disciplinari, degli avvocati napoletani, che nascono dal rapporto conflittuale tra iscritti e istituzioni forensi, si sono arricchite in questi mesi di alcune pronunce del collegio distrettuale di disciplina, l’ultima delle quali, pochi giorni fa, ha visto comminare un “avvertimento” alla collega Angela Perna, napoletana, rea di aver denunciato la propria inadempienza rispetto all’obbligo formativo ed alla relativa raccolta di “punti”, definiti con grande sarcasmo e con sprezzo del ridicolo”crediti formativi” dal Consiglio Nazionale Forense.

Speravo che questi fatti potessero distogliere per un attimo i 25 giganti che illuminano il cammino degli avvocati napoletani, mi illudevo che per qualche ora il Consiglio da te presieduto la smettesse di pensare alle spartizioni clientelari degli incarichi nelle commissioni consiliari, all’organizzazione di convegni concepiti come vetrine per i Consiglieri e per i propri clan, a tutte quelle attività che da anni caratterizzano il degrado della professione e dell’Ordine Forense, e che, per converso, determinano le ragioni della prevalenza di quelle “sclerotizzazioni di potere” stigmatizzate e condannate dalla Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 32781/18. Evidentemente mi sono illuso, e non posso che prenderne atto.

Caro Antonio, è proprio a causa di tutte queste circostanze che, come vedi, pur nelle difficoltà di scrittura che da sempre caratterizzano la mia esposizione, che ti prego di scusare, così come le volgarità “eventuali” che dovesse contenere questa mia missiva, cerco di rappresentarti il mio pensiero.

Cerco di raccontarti quel che accade nel tuo Foro, quello che tu autorevolmente guidi, verso una serie ormai strabiliante di risultati e di successi ottenuti dall’avvocatura partenopea. A Napoli infatti, vi sono da anni una serie di denunce, scontri, manifestazioni, prese di posizione, che forse necessiterebbero un pizzico di attenzione da parte tua e degli altri 24 bastioni di sapienza che onorano il nobilissimo e cavalleresco Consiglio che disonoro con la mia appartenenza a questo Foro.

Forse gli avvocati napoletani avrebbero diritto a che, tra un convegno con annessi “punti latte formativi” e l’altro, le questioni che lacerano l’avvocatura napoletana ed italiana, caratterizzando la parte più viva del dibattito politico forense nazionale, facessero ingresso nella quieta disperazione, nel grigio silenzio che il nostro Consiglio riesce a tenere sul tema. Forse una riflessione ampia, franca, un confronto in cui la tua autorevole figura possa invitare i protagonisti ad un chiarimento avvenuto in un contesto di confronto intellettuale e non di scontro processuale, avrebbe contribuito a svelenire il clima, ad evitare scontri i cui risultati possono forse rendere lieti solo dei personaggi dall’indubbia assenza di valore morale e professionale, ma che certo non avrebbero reso felice uno dei grandi Presidenti del passato, a cui hai avuto l’onere e la ventura di succedere. Scontri che, mi permetto di suggerirti, non credo contribuiscano affatto al bene dell’avvocatura partenopea.

Certo, mi rendo perfettamente conto che un tale dibattito, così legato alla mia figura e all’azione da me condotta in questi anni, potrebbe rischiare di trasformare in silenti comparse alcuni dei giganti che oggi distribuiscono decoro, sapienza, cultura politica e giuridica dall’interno del nostro etereo e limpido Consiglio, ma ciò nondimeno, l’atteggiamento pavido e silente che detto Consiglio mantiene, su vicende spiacevoli, di cui pure i miei amati Consiglieri sono informati, a vario titolo, a mio sommesso parere non rende affatto onore, né dignità, a chi ha avuto la sorte di occupare tali cariche.

Caro Antonio, come avrò modo di dire, nei processi penali in cui molti tuoi colleghi, eminentissimi e reverendissimi Presidenti di Consigli dell’Ordine italiani, hanno avuto ed hanno la benevolenza di coinvolgermi, la vicenda di conclamata illegittimità, di malaffare, di squallore e di mediocrazia in cui versano le istituzioni forensi italiane in questi anni non può risolversi con le querele e i procedimenti disciplinari farseschi di cui tutta la colleganza è informata.

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, vista la storia, la tradizione, lo spessore che un tempo lo connotava, purtroppo distante anni luce dal periodo infausto che stiamo vivendo, dovrebbe trovare un sussulto di dignità, cercando di uscire dalla sua luminosa, pomposa e paludata insignificanza, fatta di un concitato agire che non agisce, di un dire che non dice e di un fare che non produce.

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, visti i doveri che ogni avvocato dovrebbe ritenere inderogabili, in termini di verità, di onestà, di lealtà, nei confronti dei colleghi e degli iscritti, avrebbe a mio sommesso parere il dovere di valutare non gli aspetti disciplinari e penali che riguardano la mia persona, ma gli aspetti politici, etici, intellettuali, di vicende che vedono molti iscritti al Foro di Napoli, impegnati a vario titolo e in modo incontestabile nelle vertenze e nella vita politica della nostra avvocatura, essere attinti da una serie di procedimenti su cui un uomo pubblico, purché in lui vi sia un’oncia di umanità, ed a maggior ragione se avvocato, dovrebbe assumere una qualsiasi posizione pubblica.

Con questo la mia missiva termina qui e non posso che rimettermi ad un benevolo cenno dell’amico Francesco, il quale ben potrà decidere delle sorti di questo mio troppo lungo ed indecoroso scritto.

Ciò nondimeno, mio caro Antonio, nella speranza che tu possa sottoporre questa mia missiva al luminoso consesso consiliare da te presieduto, affinché i 25 eterni componenti di tale illuminato simposio possano valutare se sia giunto il tempo di uscire dal più totale anonimato intellettuale, per lasciare ai posteri un flebile segnale della propria esistenza in vita, scusandomi ancora per gli errori di ortografia e sintassi, per le volgarità “eventuali” e per aver scomodato le fondamentali energie del Consiglio, sempre rivolte a tematiche ed interessi strettamente connessi con il futuro dell’umanità, colgo l’occasione per inviarti i miei più affettuosi saluti ed auguri di continuare in questo lavoro, che tanto lustro sta dando alla nostra avvocatura napoletana, avviata verso un futuro di gloriosa beatificazione.

Napoli, Frittole, 1400, quasi 1500

Avv. Salvatore Lucignano