Ieri ho inviato una lettera aperta al Presidente del COA di Napoli, Antonio Tafuri, che è possibile leggere a questo link:

Il Presidente Tafuri ha avuto la cortesia di rispondermi con sollecitudine, con un commento pubblico, pubblicato nel gruppo facebook pubblico “ARDE – Avvocati Radicali Democratici”, che riporto per esteso:

Caro Salvatore prima di tutto mi complimento per la tua prosa e, seppur inadeguato al ruolo, confermo di non avere rilevato errori ortografici e/o di sintassi. Nel merito, come dicono i bravi, il punto non è tanto dimostrare di essere migliori degli altri (concorrenti o predecessori) quanto tentare di riportare l’avvocatura ai livelli alti della considerazione sociale, come le spetta. Per fare ciò, rientra nel mio stile, per fortuna condiviso dalla quasi totalità dei consiglieri, dare dimostrazione di impegno e dedizione, cercare di raggiungere obbiettivi, rappresentare la serietà e l’affidabilità dell’Avvocato ed evitare polemiche interne laceranti sulle quali sono pronti a fiondarsi coloro i quali vogliono denigrare gli avvocati e prendere il loro (nostro) posto. A me non interessa mettere alla berlina o perseguitare singoli consiglieri o, anche, singoli avvocati e non permetterò mai che il consiglio si traduca in espressione di rivalità personali, di voglia di rivincite e di ambizioni individuali. Ecco perché, pur avendo le mie idee, faccio prevalere la neutralità dell’istituzione e sono orgoglioso di dirigere un collegio che avverte le mie stesse necessità. La composizione del consiglio è giustamente variegata, ci sono quelli che tu chiami figli di papà (che ne hanno fatta di gavetta, credimi!) e quelli che si sono costruiti da soli, ci sono giovani forti della dinamicità della loro età e qualche “esperto” che tenta di portare un po’ di saggezza, ma quello che non manca è il desiderio di lungimiranza. Non so e non sappiamo quali saranno i risultati però qualunque essi siano saremo soddisfatti nel ripetere a noi stessi: ci abbiamo provato!
Sai bene che non condivido la forma della tua comunicazione e che mi fa arrabbiare il fatto che idee e spunti intelligenti vengano bruciati non per il merito ma a causa delle espressioni che spesso utilizzi e ti sono grato per la cortese (anche se sarcastica) lettera aperta che mi hai dedicato. Non dispero che fra un po’ tu abbandoni la parte destruens per coltivare unicamente il ricco aspetto costruens dei tuoi contributi. Anzi, me lo auguro, e ti assicuro che non sono solo

La risposta del Presidente merita una mia controreplica, che è la seguente.

Caro Antonio, Caro Presidente

voglio in primo luogo ringraziarti per la sollecita risposta che hai offerto alla mia missiva del 9 dicembre u. s. La tua cortesia, anche nel riconoscere la mia cortesia, non era in discussione, né in dubbio, ma ho particolarmente apprezzato che, pur tra mille impegni, tu abbia trovato modo di replicare a stretto giro, e per di più proprio nel gruppo facebook dell’associazione forense a cui mi onoro di appartenere. Ciò testimonia che il dibattito pubblico in politica forense è importante e necessario e che i social network non sono una dimensione “diminuita” della politica, quanto semmai la forma più feconda e in prospettiva naturale della comunicazione politica.

Detto questo mi permetto alcune brevi osservazioni di merito, su ciò che mi hai scritto, che ho maturato dopo qualche ora di attenta riflessione.

  • 1. La neutralità dell’istituzione

Il Consiglio dell’Ordine di Napoli, se davvero volesse essere un luogo neutrale, dovrebbe declinare tale compito senza scadere nell’inerzia, o peggio, nella connivenza passiva con le peggiori degenerazioni osservabili, al suo interno ed al suo esterno. Se è sicuramente nobile ambire ad essere l’istituzione di tutti gli avvocati napoletani, non è altrettanto nobile rifuggire dal doveroso ruolo di stimolo al dibattito e al confronto sulle oggettive e sane divisioni che fanno parte della normale dialettica politica interna a qualsiasi categoria, avvocatura inclusa. In altri termini, tra coesione, unità, e sana dialettica, da un lato, ed unanimismo, rimozione delle problematiche, omertà, dall’altro, ci passa un abisso. Temo che un’interpretazione troppo passiva di questa “neutralità” renda il Consiglio da te presieduto più funzionale a questa seconda versione, che alla prima e su questo spero che tu possa e voglia adoperarti per un confronto politico pubblico, che impegni tutta l’avvocatura napoletana ed offra risposte a questa possibile deriva.

  • 2. I figli di papà: niente di personale, ma il punto è politico.

Mi fa piacere e credo sia importante il tuo riconoscimento che l’attuale Consiglio dell’Ordine sia composto anche da quelli che qualcuno, non io, chiama “figli di papà”. E’ un’attestazione autocritica di non poco valore e sgombro subito il campo: né io, né ARDE, abbiamo qualcosa contro i figli di papà. A loro auguriamo lunga e prospera carriera professionale, senza che la strada spianata dai padri possa o debba essere una colpa che ricada sui figli.

Del tutto diverso è il discorso quando notiamo che anche la rappresentanza politica e istituzionale napoletana è figlia di quei “papà” e notiamo in Consiglio come tali “figli di papà” siano all’interno dell’istituzione solo ed esclusivamente grazie al cognome dei papà.

Caro Antonio, caro Presidente, la politica forense vive anni di drammatica insignificanza. Moltissimi avvocati, che pubblicamente, quotidianamente, si battono, pensano, scrivono, assumono posizioni, non riescono ad essere presi in considerazione per le cariche apicali delle nostre istituzioni forensi. L’avvocatura è immersa in una mediocrazia in cui le sclerotizzazioni di potere, i figli di papà, i clan, i cognomi, valgono enormemente più dei meriti. Questo problema non può essere liquidato come una manifestazione di odio sociale o di invidia verso i cooptati e i figli di papà, ma dovrebbe spingerci a riflettere sul perché, per emergere in politica forense, non serva esprimere opinioni, ragionamenti, posizioni che attengono alla politica forense, ma basti portare il cognome di papà. Intendiamoci: se gli avvocati napoletani votano i cognomi non è una colpa di chi porta quei cognomi, ma se noi, tu, io, il Consiglio che presiedi, non facciamo una discussione seria e pubblica su questo, non possiamo dolerci dello scarsissimo peso del terzo Foro italiano per numero di iscritti nelle scelte e negli organigrammi della politica forense nazionale. Penso che questo sia un problema reale e non lo sfogo di un rancoroso “odiatore da tastiera”.

  • 3. La pars construens, ovvero “il cavalluccio rosso”.

Caro Antonio, la mia parte “costruttiva” è contenuta in migliaia di documenti, analisi, relazioni, tutte pubblicate. Se uno di noi, se i colleghi napoletani, provassero ad accedere ad un computer connesso ad internet, si collegassero ad un motore di ricerca ed inserissero le parole “Salvatore Lucignano”, troverebbero con facilità decine di documenti che testimoniano la mia attività politica. Sui siti internet delle associazioni in cui ho militato sono disponibili centinaia di articoli che offrono proposte in materia di previdenza forense, governance, giurisdizione, intelligenza artificiale, sistemi elettorali, crisi reddituale, analisi di valore, sondaggi di opinione, linguaggio politico forense, legge professionale forense, ecc. ecc. Si tratta di centinaia e centinaia di documenti, che tu ben conosci. A questo punto la domanda è lecita: sicuro di essere onesto fino in fondo, quando mi inviti a “proporre”, lasciando intendere che io sappia solo “distruggere”? Potresti dire in coscienza che inserendo il nome ed il cognome di uno qualsiasi degli attuali Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati di Napoli in un motore di ricerca si otterrebbero risultati anche solo minimamente paragonabili a quelli del sottoscritto, in materia di proposte sul nostro futuro?

  • 4. Le mancate risposte: ne vogliamo parlare?

Oltre alle risposte che ho commentato, mi sarei atteso anche risposte sulle domande che ti poneva la mia missiva, ma a queste non hai dato alcun riscontro. Ad esempio, non mi hai detto se tu ritenga corretto che di fronte ad uno scontro giudiziario e deontologico che vede coinvolti alcuni iscritti al tuo Foro di appartenenza, e che non è figlio di comportamenti maturati al di fuori dell’agone politico, manchi del tutto un’azione politica del Consiglio, volta a ricondurre le vicende processuali e deontologiche nell’alveo del confronto politico.

Non mi hai detto se per te sia normale che avvocati che non hanno mai dato luogo a comportamenti censurabili, nell’ambito professionale, debbano subire decine di querele ed esposti disciplinari, palesemente intimidatori, e volti a zittire chi denuncia una malaffare ed una conclamata illegittimità delle istituzioni forensi italiane che persino in Parlamento vengono denunciati, senza che nessuno tra i destinatari di queste denunce batta ciglio o accenni ad una minima autocritica.

Cosa devo dunque pensare, in merito a questa “neutralità?” Che anche essa sia figlia di una volontà di restare “super partes?” E se dunque il Consiglio non si rende parte attiva nella difesa dell’integrità del suo corpo vivo, ovvero i suoi iscritti, se essi, specie quando sono più esposti, vengono lasciati soli, in balia di iniziative palesemente abnormi, quella “neutralità” non può essere letta come connivenza? Con quali effetti nel rapporto di fiducia tra iscritti e rappresentanti? Sono tematiche su cui mi permetto di invitarti ad una profonda riflessione, perché nei prossimi mesi, proprio su questi aspetti, si potrebbero scatenare ulteriori e gravi lacerazioni, che mi piacerebbe poter evitare.

Caro Antonio, tu credi davvero che se quanto sta accadendo in questi anni si fosse svolto sotto l’egida del Presidente Landolfo, il Presidente non avrebbe assunto iniziative volte a fare del Consiglio parte attiva nella possibile definizione di questi scontri? E non ritieni che sia indegno, incivile, che colleghi che fanno battaglie importanti, pagando prezzi alti, e ti ho citato l’esempio della collega Angela Perna, con la sua autodenuncia in materia di mancata formazione, non trovino nel nostro Consiglio nemmeno una parola, una riflessione, un minimo riferimento ideale e morale?

Caro Antonio, in definitiva, pur apprezzando la tua sollecitudine e cortesia, non ritengo che tu abbia dato risposte apprezzabili agli enormi problemi di credibilità, malaffare, mediocrazia, omertà, clientelismo, corruzione, insignificanza, vissuti dall’avvocatura napoletana ed italiana in questi anni disperati. Non ritengo che eludere questi temi, non metterli al centro di una seria riflessione, di confronti dialettici scevri dalla retorica e dal buonismo corporativo, possa essere un buon viatico per i risultati che ti proponi di raggiungere con la tua Presidenza.

A meno che, ma lo dico con intento paradossale, tali risultati non si riducano ad occupazione di ruoli e spazi, al riempimento di caselle da parte dei clan vincenti, dei cognomi antichi e dei figli incolpevoli ed impalpabili dei papà potenti ed interessati, che ancora oggi si affollano, con “vorace” spirito di servizio, attorno al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli. Se questo infatti sarà l’unico risultato concreto dell’azione del consesso che guidi, non credo che l’insipido prestigio ottenuto con tali ruoli possa colmare il vuoto politico che ho inteso denunciare con queste mie missive pubbliche.

Nella speranza che la discussione possa proficuamente continuare, nelle sedi proprie, assembleari, o comunque pubbliche, e nel pieno coinvolgimento degli avvocati napoletani, ti invio i miei più affettuosi saluti.

Napoli, Frittole,

1400, quasi 1500 – 10 dicembre 2019

Avv. Salvatore Lucignano – Un indecoroso