Caro scampato collega,
mi permetto di scriverti questa lettera da un luogo imprecisato, assai distante da tutto ciò che i tuoi maestri ti hanno insegnato fino ad oggi. Mi permetto di scriverti per congratularmi con te per lo scampato pericolo. Non dolerti di non aver superato, per la quarta ed ultima volta, l’esame di ammissione alla professione forense: vivi questa apparente disgrazia come una formidabile occasione di spiccare il volo.
L’avvocatura italiana, credimi, non ha niente a che vedere con la propaganda che hai subito, in modo più o meno incolpevole, durante gli anni dell’università. In questa professione non avresti trovato né amici, né colleghi, ma quasi solo degli individui pronti a pugnalarti alla schiena, ad usare nei tuoi confronti ogni tipo di scorrettezza, pur di prevalere e poter vendere ai propri clienti il tuo scalpo insanguinato.
Non rammaricarti di non essere diventato un “operatore di giustizia”. Lasciatelo dire: in Italia la giustizia è una parodia, non esiste. Credimi, il nostro è un ordinamento a misura di malfattore, in cui le regole a cui avresti dovuto piegarti rappresentano solo una pallida, umiliante e sbiadita fotocopia di quei valori che probabilmente ti pervadono il cuore.
Dimentica lo sfarzo, il lusso, la tenzone intellettuale delle grandi arringhe e non dispiacerti di non aver potuto indossare la toga. La toga ormai è uno straccetto, un costume in cui i miei colleghi si mascherano, per portare avanti la commedia dell’arte del decoro, ma non c’è nessun decoro nelle aule cadenti, sporche e affollate in cui avresti dovuto indossarla, tra carichi disumani, rinvii antidiluviani ed un meccanismo stanco, asfittico, quasi vergognoso della propria impudicizia.
Caro scampato collega, se davvero ami il diritto, se davvero il tuo animo trabocca di amore per la giustizia, abbandona l’avvocatura, dedicati ad una professione libera e liberale, che ti consenta di esprimere questi valori nel rapporto con te stesso e con le persone che ti circondano. Dedicati a qualcosa che possa davvero migliorarti, renderti felice e che ti aiuti a rendere più felice questo mondo ingiusto.
Qui, tra i morti che si fingono vivi, non ci sarebbe stato niente per te. I compromessi con l’illegalità e l’immoralità ti avrebbero presto fiaccato lo spirito. La fame, la miseria, l’ingiustizia che decreta il successo o l’insuccesso professionale ti avrebbero avvelenato il cuore. L’irrazionalità, l’ottuso rituale in cui saresti stato trascinato, ti avrebbero chiuso gli occhi e ottenebrato la mente.
Caro scampato collega, per un giovane sano, che abbia voglia di scoprire e scommettere sulla propria bontà, sulle proprie qualità, intellettuali e morali, diventare parte dell’avvocatura italiana è forse oggi una delle peggiori mortificazioni che ci si possa infliggere. C’è molta più dignità in un gesto semplice, in un bicchiere di vino ben fatto, profumato e saporito, che nei fiumi di pomposa e vacua boria a cui per tua fortuna sei sopravvissuto.
Lascia questa professione, senza rimpianti. Lascia questo paese, se puoi. Scommetti su quel che hai dentro e non provare il minimo rimorso: nulla di quel che hai dentro, se è buono e valido, avrebbe trovato riscontri nel marciume da cui ti sei salvato.

Napoli, Inferno, in un punto imprecisato del tempo.
Avv. Salvatore Lucignano